di Massimo Reina
La storia dell’America Latina è attraversata da una contraddizione che il tempo non è riuscito a cancellare: la sovranità dei popoli viene celebrata come un principio universale, salvo diventare un ostacolo quando il risultato delle urne non coincide con gli interessi di chi detiene il potere. È accaduto durante la Guerra fredda, quando governi democraticamente eletti venivano considerati minacce alla sicurezza internazionale, ed è accaduto negli anni successivi, quando il linguaggio della libertà ha spesso accompagnato operazioni di pressione politica, economica e diplomatica. Oggi quella contraddizione torna ad affacciarsi in Brasile, dove la sconfitta elettorale di Flávio Bolsonaro e la sua improvvisa partenza dal Paese rischiano di aprire una crisi che potrebbe superare i confini nazionali.
Il 25 ottobre Luiz Inácio Lula da Silva ha sconfitto al ballottaggio il figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro. Due giorni dopo, mentre la magistratura brasiliana cercava di impedirgli di lasciare il territorio nazionale, Flávio ha attraversato il confine con l’Argentina insieme alla moglie e alle due figlie. Nelle ore precedenti aveva assicurato pubblicamente che sarebbe rimasto in Brasile per guidare l’opposizione. La Polizia federale, invece, aveva già segnalato alla Corte suprema il rischio concreto di una fuga, chiedendo il ritiro dei passaporti nell’ambito di un’indagine per presunto riciclaggio di denaro ed evasione valutaria. Il giudice Alexandre de Moraes aveva accolto la richiesta. Flávio, che respinge le accuse e conserva naturalmente la presunzione d’innocenza, non ha consegnato i documenti entro il termine stabilito.
Secondo i registri delle autorità argentine, la famiglia Bolsonaro ha attraversato il ponte internazionale Tancredo Neves alle 22:50 del 27 ottobre, per poi imbarcarsi su un aereo privato diretto a Guayaquil, in Ecuador. Le informazioni diffuse dagli ambienti vicini al senatore indicavano invece gli Stati Uniti come destinazione finale. Una circostanza che, nelle prime ore, ha alimentato versioni contrastanti sugli spostamenti effettivi. Ma al di là dell’itinerario, resta un dato politico difficilmente contestabile: il candidato sconfitto ha abbandonato il Paese proprio mentre avrebbe dovuto assumere la guida dell’opposizione parlamentare.
La vicenda potrebbe essere interpretata come una fuga dalle conseguenze di un’inchiesta giudiziaria. Sarebbe però una spiegazione incompleta. Negli Stati Uniti si trova già Eduardo Bolsonaro, fratello di Flávio, che da tempo conduce una campagna politica contro il governo Lula e contro il giudice de Moraes, accusato dagli ambienti bolsonaristi di utilizzare la magistratura per colpire gli avversari della sinistra. Eduardo ha costruito relazioni con esponenti della destra americana, in particolare con gli ambienti vicini a Donald Trump, cercando di presentare la crisi brasiliana come una battaglia internazionale per la libertà politica.
Il problema è che questa rappresentazione trascura una parte fondamentale della storia recente del Brasile. Jair Bolsonaro è stato condannato per il tentativo di colpo di Stato seguito alla sconfitta elettorale del 2022. L’8 gennaio 2023 migliaia di suoi sostenitori avevano assaltato e devastato le sedi delle principali istituzioni di Brasilia, contestando il risultato delle urne e invocando l’intervento delle forze armate. Quell’episodio non fu una semplice manifestazione degenerata nella violenza, ma il momento culminante di una crisi politica alimentata dalla delegittimazione del processo elettorale. La famiglia Bolsonaro continua a denunciare una persecuzione giudiziaria, ma le accuse di irregolarità e i provvedimenti della magistratura non possono essere cancellati dal racconto soltanto perché riguardano uno schieramento politico.
La questione assume una dimensione ancora più delicata alla luce delle indiscrezioni pubblicate dal Fatto Quotidiano, secondo le quali i fratelli Bolsonaro starebbero valutando la possibilità di organizzare un’opposizione dall’estero, con una struttura politica capace di esercitare pressioni su Washington e delegittimare il governo Lula. Tra le ipotesi circolate figurerebbe persino quella di un governo ombra, ispirato al precedente venezuelano di Juan Guaidó. Non esistono, al momento, elementi indipendenti sufficienti per considerare questo progetto una realtà operativa, né prove di un eventuale riconoscimento da parte dell’amministrazione americana. Ma l’ipotesi merita attenzione, perché si inserisce in un contesto politico nel quale il ricorso al sostegno internazionale è già diventato parte integrante della strategia bolsonarista.
Nel gennaio 2019 Guaidó si proclamò presidente ad interim del Venezuela, contestando la legittimità del mandato di Nicolás Maduro. Gli Stati Uniti e numerosi altri governi lo riconobbero, dando vita a una situazione paradossale: un presidente esercitava concretamente il potere a Caracas, mentre un altro godeva del riconoscimento diplomatico di una parte della comunità internazionale. L’operazione non produsse il cambio di governo auspicato. Maduro mantenne il controllo delle istituzioni e degli apparati statali, mentre il progetto di Guaidó perse progressivamente forza fino a esaurirsi. Eppure, quel precedente dimostrò che il riconoscimento internazionale poteva essere utilizzato come strumento per contestare la legittimità di un governo senza riuscire a sostituirlo.
Il paragone con il Brasile presenta differenze sostanziali. Guaidó fondava la propria rivendicazione su una controversa interpretazione della Costituzione venezuelana, mentre Flávio Bolsonaro è stato sconfitto in una consultazione elettorale il cui risultato è stato riconosciuto dal suo stesso partito. Non esiste dunque una base giuridica comparabile. Un’eventuale opposizione brasiliana organizzata negli Stati Uniti avrebbe pieno diritto di esprimere dissenso e cercare interlocutori internazionali, ma non potrebbe trasformare automaticamente quel sostegno in una legittimità alternativa alla volontà degli elettori.
È qui che la vicenda smette di essere soltanto brasiliana. Perché gli Stati Uniti non sono un osservatore neutrale degli equilibri sudamericani, né lo sono mai stati. Nel 1954, in Guatemala, la CIA contribuì al rovesciamento del presidente Jacobo Árbenz. Nel 1973, in Cile, il golpe militare pose fine al governo di Salvador Allende, dopo anni di pressioni e operazioni clandestine statunitensi. E potremmo continuare.
Le circostanze storiche erano profondamente diverse da quelle attuali e sarebbe scorretto immaginare una continuità automatica tra quegli interventi e la situazione brasiliana. Ma ignorare quella storia significherebbe rinunciare a comprendere il rapporto tra la politica interna dei Paesi latinoamericani e gli interessi strategici di Washington.
Il Brasile occupa una posizione particolare in questo equilibrio. È la maggiore economia dell’America Latina, dispone di enormi risorse agricole e minerarie, partecipa ai BRICS e mantiene rapporti commerciali stretti con la Cina. Lula ha cercato di preservare una politica estera autonoma, dialogando con le grandi potenze senza subordinare completamente il Paese a nessuna di esse. Il bolsonarismo, invece, ha costruito una parte importante della propria identità internazionale sull’alleanza politica con la destra americana. Due orientamenti che non rappresentano soltanto differenti sensibilità ideologiche, ma visioni contrapposte della collocazione del Brasile nello scenario mondiale.
La competizione tra Stati Uniti e Cina rende questa contrapposizione ancora più significativa. Washington cerca da anni di ridurre la dipendenza dalle filiere produttive cinesi, soprattutto nei settori tecnologici e militari. Il Brasile possiede risorse minerarie strategiche, comprese importanti riserve di terre rare, che potrebbero assumere un ruolo crescente nella ridefinizione delle catene di approvvigionamento internazionali. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, negli ambienti vicini ai Bolsonaro sarebbe stato discusso anche un memorandum denominato Prosperity Partnership, orientato a rafforzare la cooperazione economica e strategica con gli Stati Uniti. L’esistenza, il contenuto e il peso effettivo di questo documento richiedono ulteriori verifiche, ma il contesto nel quale si inserirebbe è evidente: il controllo delle risorse e degli accordi commerciali rappresenta una componente essenziale della competizione geopolitica contemporanea.
Dietro le dichiarazioni sulla libertà, sulla democrazia e sulla sovranità nazionale esistono dunque interessi che non possono essere ignorati. Non significa che ogni rapporto tra i Bolsonaro e Washington nasconda necessariamente un progetto di destabilizzazione. Significa, più semplicemente, che le alleanze politiche internazionali non si sviluppano mai in un vuoto economico e strategico. Gli Stati Uniti hanno interessi concreti in Brasile, così come il Brasile ha interesse a mantenere relazioni con Washington. Il problema nascerebbe qualora queste relazioni fossero utilizzate per condizionare la legittimità di un governo democraticamente eletto, anziché per confrontarsi con esso attraverso i normali strumenti diplomatici.
C’è un elemento, tuttavia, che rende questa storia particolarmente significativa. Per anni Jair Bolsonaro ha costruito il proprio consenso attorno ai concetti di patria, indipendenza nazionale, ordine e difesa delle istituzioni. La bandiera brasiliana è diventata uno dei simboli più riconoscibili del suo movimento, mentre gli avversari venivano frequentemente accusati di voler subordinare il Paese a interessi stranieri. Oggi, dopo due sconfitte elettorali della famiglia, una parte di quella stessa leadership guarda agli Stati Uniti come al possibile luogo dal quale continuare la propria battaglia politica. La contraddizione è evidente: la sovranità nazionale viene rivendicata come principio assoluto, ma rischia di diventare negoziabile quando il risultato democratico non coincide con le proprie ambizioni.
Questo non significa negare ai Bolsonaro il diritto di denunciare eventuali abusi giudiziari. La magistratura, anche quando affronta reati gravissimi contro le istituzioni, deve rispettare le garanzie dello Stato di diritto. Nessuna accusa può sostituire una prova, nessun procedimento può trasformarsi in una condanna preventiva e nessun avversario politico può essere privato dei propri diritti soltanto per le idee che sostiene. Ma proprio il rispetto di questi principi impone di distinguere tra la legittima difesa giudiziaria e il tentativo di trasformare ogni decisione sfavorevole in una dimostrazione dell’esistenza di una dittatura.
La democrazia non può funzionare soltanto quando produce il risultato desiderato. La sua forza consiste precisamente nella possibilità di perdere il potere senza perdere il diritto di riconquistarlo attraverso il consenso. È una regola semplice, ma rappresenta una delle conquiste più difficili della storia politica. Accettare una sconfitta non significa rinunciare alle proprie convinzioni. Significa riconoscere che il potere appartiene temporaneamente a chi ha ottenuto la maggioranza dei voti, non a chi ritiene di possedere una superiore legittimità morale o ideologica.
Per il momento non sappiamo se il presunto progetto di un governo ombra diventerà qualcosa di concreto. Non sappiamo quale posizione assumerà ufficialmente Washington, né se Flávio Bolsonaro cercherà una forma di protezione politica negli Stati Uniti. Sappiamo però che la sua partenza ha aperto una frattura all’interno della destra brasiliana e che il movimento bolsonarista si trova nuovamente davanti a una scelta: accettare le regole della competizione democratica oppure continuare a considerare ogni sconfitta come il risultato di un sistema illegittimo.
È una scelta che riguarda il futuro del Brasile, ma anche il significato stesso della sovranità nazionale in un mondo nel quale gli equilibri politici interni sono sempre più condizionati dalle grandi potenze.
Perché esiste una differenza profonda tra cercare sostegno internazionale per difendere i propri diritti e cercare all’estero il potere che non si è riusciti a conquistare nel proprio Paese. La prima possibilità appartiene alla libertà politica. La seconda, se finalizzata a sovvertire un risultato democratico, rischia di trasformare la volontà popolare in una questione subordinata agli interessi di altri governi.
E la storia latinoamericana insegna che quando questo confine viene superato, raramente sono i cittadini a trarne beneficio.
Le frontiere possono offrire rifugio agli uomini politici. Non possono restituire loro i voti che hanno perduto.
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