Siria. Elezioni presidenziali: la democrazia è ancora un miraggio

Il prossimo 26 maggio si svolgeranno le elezioni del Presidente della Repubblica Siriana: data per certa la riconferma di Assad

Si svolgeranno il prossimo 26 maggio le elezioni per il nuovo Presidente della Repubblica Araba di Siria, un paese devastato da una guerra disumana giunta ormai al suo decimo anno consecutivo.
Sono tre i candidati scelti dalla Suprema Corte Costituzionale, tra le 51 candidature presentate: l’attuale presidente in carica Bashar Hafez al-Assad, l’ex ministro e deputato Abdullah Salloum Abdullah e un esponente dell’opposizione parlamentare, Mahmoud Ahmed Merei.
Tutto però fa supporre che i risultati confermeranno il quarto mandato dell’attuale presidente, Al-Assad, in carica da ben 21 anni e che vede in questa tornata elettorale un modo per legittimare il suo potere attraverso il voto diretto del popolo.

Elezioni controverse, definite da più parti nella stampa internazionale come rubber-stamp elections, termine inglese per indicare che esse si limiteranno ad approvare in modo quasi automatico e scontato la candidatura di Assad.
Mustafa Sejari, tra i leader dell’opposizione esterna al partito Baath di Assad, le definisce una ‘farsa teatrale’, “il disperato sforzo di reinventare questo regime criminale”.
“Né libere né eque”, le hanno definite Italia, Usa, Francia, Regno Unito e Germania, in una dichiarazione congiunta rilasciata il 15 marzo scorso, nel giorno del decimo anniversario dell’inizio della guerra. Un documento condiviso che conteneva anche l’auspicio di vedere avanzare un processo politico di pace nella regione, in linea con la risoluzione Onu n.2254 del 2015.

Quest’ultima prevede, tra l’altro, sia la redazione di nuova carta costituzionale, diversa da quella attualmente in vigore, sia nuove consultazioni elettorali, libere e democratiche, sotto la supervisione dell’Onu, e garanti dei diritti di tutti i siriani, compresi gli sfollati interni (più di 6 milioni) e i rifugiati (più di 5 milioni nel mondo secondo le ultime stime dell’UNHCR).

Purtroppo l’ultimo tentativo di mediazione dell’Onu ispirato alla risoluzione del 2015, e portato avanti dall’inviato speciale in Siria per l’Onu, Geir Pedersen, si è scontrato con la volontà del governo siriano di dare corso comunque alle elezioni già programmate del 26 maggio, in linea con la costituzione del 2014 e soprattutto con il rifiuto di qualsiasi tipo di ‘interferenza straniera negli affari interni’ del paese, come ha precisato a fine aprile l’ambasciatore siriano all’Onu, Bassam Sannagh.

A seguito di ciò, l’ambasciatrice americana all’Onu, Linda Thomas, ha ribadito che le “cosiddette elezioni del 26 maggio saranno una farsa. Non legittimeranno il regime di Assad” e “non rappresenteranno il popolo siriano”.
Dichiarazioni che Sannagh ha rispedito al mittente, parlando di ‘campagna di confusione e misinformation’ ad opera di paesi che interferiscono e violano “i diritti dei siriani di scegliere il loro presidente liberamente, responsabilmente e democraticamente”, chiedendo di “porre fine al rilasciare dichiarazioni provocatorie e ostili che non servono l’obiettivo di ripristinare la sicurezza e la stabilità in Siria”.

Parallelamente a questo scontro politico, il Parlamento siriano, come riferisce il 28 aprile la Syrian Arab News Agency, decide all’unanimità di invitare i rappresentanti di parlamenti ‘amici e fratelli’ (Algeria, Oman, Mauritania, Russia, Iran, Armenia, Cina, Venezuela, Cuba, Belarus, Sud Africa, Ecuador, Nicaragua e Bolivia) per seguire da vicino il processo elettorale, probabilmente allo scopo di rafforzare il consenso internazionale attorno a queste elezioni.

Resta da capire cosa si intenda esattamente per “elezioni libere e democratiche”. Cerchiamo, allora, di fissare alcuni punti sulla legislazione siriana vigente in materia elettorale, in particolare la parte relativa all’elezione del Presidente della Repubblica, così come è disciplinata dalla costituzione del 2012 e dalla successiva legge n.5 del 2014.


I candidati alla Presidenza della Repubblica.

Tra i requisiti richiesti ai candidati, occorre: essere di nazionalità siriana dalla nascita; essere di fede islamica; non essere sposato/a ad uno/a straniero/a; essere residente nella repubblica da non meno di 10 anni consecutivi (requisito che di fatto esclude tutti i leader politici in esilio da tempo contrari al regime, e tutti i siriani residenti all’estero dall’inizio della guerra); avere il sostegno di almeno 35 parlamentari sul totale di 250; per ogni membro del parlamento, non poter supportare più di un candidato.

Particolarmente stringenti gli ultimi due requisiti. A rigor di logica, infatti, e con un banale conto, se tutti potessero avere il sostegno di almeno 35 deputati su 250, solo 7 potrebbero essere ammessi alla candidatura. Nei fatti, sono stati 51 i candidati presentati, 44 dei quali già potenzialmente inamissibili ab initio, e solo tre, alla fine, quelli ammessi.

Nael Georges, studioso siriano di diritto internazionale, definisce questa una “condizione paralizzante” all’interno di un’assemblea in cui “ogni membro è leale al regime governativo” e dunque non è per niente facile ottenere il supporto parlamentare senza il consenso del governo e del principale partito, Baath, legato in modo indissolubile alla storia della famiglia Assad che da 50 anni governa il paese.

Chi può votare?

Tutti i maggiorenni siriani per nascita, residenti nel territorio, con la possibilità per i residenti all’estero di votare a partire dal 20 maggio attraverso le Ambasciate. Resta ancora da capire chi effettivamente sarà in grado di farlo.

In realtà le votazioni non riguarderanno le aree che sfuggono al controllo del governo di Damasco, prevalentemente occupate dai gruppi ribelli e dai loro alleati, tra cui Idlib nel Nord-Ovest della Siria, dove vivono milioni di sfollati, e le zone a Nord-Est, per lo più controllate dall’Amministrazione Autonoma Curda.

Chi ha competenza in materia elettorale.

In base alla legge elettorale n.5 del 2014, per tutta la materia elettorale la competenza spetta al potere giudiziario, al fine di garantire un controllo imparziale dell’intero procedimento.

In realtà, il potere giudiziario è in generale ben lungi dall’essere un organo super partes. Al vertice, infatti, si trova il Supremo Consiglio Giudiziario presieduto dal Presidente della Repubblica che a sua volta è anche titolare del potere esecutivo e nomina il Presidente del Consiglio e i Ministri.

Per le elezioni presidenziali in particolare, spetta alla Suprema Corte Costituzionale, nominata in parte dal Presidente della Repubblica, la supervisione di tutto il procedimento.

Ciò che emerge, in definitiva, è un potere politico del Presidente della Repubblica forte e diffuso, in grado di influenzare e interferire sulle attività degli altri organi costituzionali.

A ciò si aggiungono i suoi poteri in ambito legislativo e, infine, il controllo indiretto sugli organi provinciali. Questi ultimi, in base al decreto legislativo n.100/2011 sul decentramento amministrativo, hanno ottenuto una maggiore autonomia, ma di fatto sono ‘vassalli’ del governo centrale che ne nomina i vertici.

Il pluralismo politico.

La carta costituzionale del 2012 prevede l’adozione ufficiale del principio del pluralismo politico, stabilendo la revoca al partito Baath dello “status di partito leader dello stato e della società”. Un principio importante, una svolta rispetto al passato, già introdotta con il decreto legislativo n.100/2011, che detta le regole per la costituzione dei partiti politici fissandone, però, dei rigidi parametri:

  • per i fondatori del partito: avere almeno 25 anni, essere di nazionalità siriana da almeno 10 anni, essere residenti nella repubblica siriana;
  • per i membri del partito: essere almeno 1000, provenienti da almeno la metà delle province siriane, e ogni provincia deve essere rappresentata almeno dal 5% sul numero totale dei membri.
  • Infine, i partiti non possono essere formati su base religiosa, di setta, di tribù, di razza, di genere, di regione o professione di appartenenza.
    Come fa notare l’analista di politica internazionale Francesco Petronella, con tale legislazione si escludono di fatto “dall’agone politico sia la Fratellanza musulmana che i partiti curdi”.

In conclusione la strada verso elezioni libere e democratiche in Siria è ancora lunga. Non a caso secondo il Democracy Index 2020 dell’Economist Intelligence Unit, la Siria è classificata tra i paesi più autoritari del mondo insieme con la Repubblica Centro Africana, il Congo e la Nord Corea.
Occorre dunque ripartire da una nuova Costituzione e da un nuovo apparato costituzionale che garantiscano davvero un ordinamento democratico e l’affermazione di uno Stato di Diritto.

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(foto Pexels)

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