Grecia: il caso “Alba D’orata”

Bisogna avere il cuore ed il cervello sempre proiettati verso il bene comune.

Nikolaos Michaloliakos a ventitre anni fonda una rivista chiamata Alba dorata, piattaforma di partenza per il movimento che nel 1990 si trasforma in partito.

La base ideologica di questo nuovo partito greco è: il rifiuto della contaminazione culturale, un feroce anticomunismo declinatosi in seguito in rifiuto del mondialismo, un nazionalismo spinto sulle questioni concernenti le dispute di confine tra Grecia e Macedonia, una rivendicazione dell’identità giudaico-cristiana dell’Europa che andava di pari passo con una ritualità definita, in molti casi, neopagana. Da evidenziare, inoltre, sono i molteplici arresti e processi a Michaloliakos, e l’omicidio del rapper anti-Alba Dorata Pavlos Fyssas ad opera di un militante nel 2013.

La macelleria sociale e il mattatoio a cui è stato sottoposto l’intero popolo greco hanno portato alla diffusione di un sentimento strisciante di malcontento, di opposizione all’Unione europea e alle sue politiche, all’emersione di una forte volontà di rivalsa. Se tra il 2012 e il 2015 Alexis Tsipras e Syriza sono stati i principali beneficiari elettorali di questo cambiamento, anche Alba Dorata ha saputo costruire uno zoccolo duro di consensi, passando dallo status di formazione extraparlamentare a quello di terzo partito della Grecia.

Nelle quattro elezioni politiche svoltesi in tempo di crisi, due volte nel 2012 e due volte nel 2015, Alba Dorata si è assestata saldamente attorno al 7% dei consensi, portando in Parlamento circa venti deputati. In vista del voto del 2012 all’interno dello statuto furono inseriti nuovi cavalli di battaglia: la volontà di combattere, su ogni fronte l’austerità, i vincoli europei, le privatizzazioni e di operare una svolta statalista in economia, capace di coniugarsi con l’esaltazione del nazionalismo come “unica e vera rivoluzione” e con una svolta giustizialista nei confronti della politica tradizionale, considerata corrotta e causa dei destini infausti del Paese. Questo porto nel 2015, Alba Dorata a diventare il terzo partito più votato, come del resto era già accaduto nel precedente voto europeo del 2014, quando il meandro nero di Michaloliakos superò il mezzo milione di voti, raggiungendo il 9% dei consensi, contribuendo assieme a Syriza a svuotare l’elettorato tradizionale del partito socialdemocratico Pasok.

Ai giorni nostri, per l’esattezza, Il 7 ottobre è stata messa la parola fine a uno dei capitoli più controversi e violenti della storia recente greca. Al termine di cinque anni di udienze, iniziate nell’aprile 2015, il tribunale di Atene presieduto dalla giudice Maria Lepeniotou ha raggiunto il verdetto: Alba Dorata non è un partito politico, è un’organizzazione criminale che ha fatto ricorso alla violenza sistematica per intimidire immigrati e sinistra radicale, lasciando a terra decine di feriti e anche dei morti.

L’intera dirigenza è stata condannata per reati legati all’” aver guidato un’organizzazione criminale”: Nikos Michaloliakos, il fondatore, e gli ex parlamentari Christos Pappas, Artemis Matthaiopoulos, Ilias Panagiotaros, Ilias Kasidiaris, Yiannis Lagos e Giorgos Germenis. Altri due ex parlamentari, Giorgos Patelis e Anastasios Pantazis, sono stati invece accusati di reati legati alla “partecipazione ad un’organizzazione criminale”.

La letteratura ha interpretato Alba Dorata come un prodotto scaturito dalla tremenda crisi economica che ha avvolto la Grecia a partire dal 2009, devastando ogni settore produttivo e cambiando profondamente ogni aspetto della quotidianità, ma sembra trattarsi di una lettura semplicistica che non tiene conto di molti altri fattori.

Alba Dorata è stata qualcosa di più che il frutto del malessere popolare legato alla disoccupazione e ai dettami della celebre Troika: oltre alle mense e alle raccolte fondi per i poveri, essa aveva istituito dei programmi ed eventi culturali per esaltare l’identità nazionale in un’epoca di vergogna per la propria condizione e aveva allestito delle ronde per riportare l’ordine nei quartieri più pericolosi delle grandi città, sostituendosi alle forze dell’ordine.

Il partito, Alba dorata, non proponeva soltanto un piano di rinascita economica, era fautore di una visione nazionale basata sul recupero di valori tradizionali, sulla costruzione di una società fondata su ordine, giustizia e disciplina, e sulla riattivazione di una politica estera autonoma: fu votato anche, e soprattutto, per questo.

Il declino di Alba Dorata è iniziato nello stesso momento in cui ha fatto ingresso nel parlamento ellenico: le ronde contro il degrado e la criminalità hanno assunto la forma di cacce all’immigrato, al di là dell’appartenenza effettiva o meno delle vittime a delle bande, i deputati eletti si sono resi protagonisti di attacchi fisici contro i colleghi e altri gesti eclatanti che hanno screditato l’immagine del partito anche presso gli stessi elettori e, infine, la lotta contro la sinistra radicale è stata spostata dalle scuole alle piazze, toccando periodicamente dei nuovi picchi di violenza. Il 18 settembre 2013 alcuni militanti del partito uccidono a coltellate il rapper antifascista Pavlos Fyssas, in arte Killah P, provocando un’ondata di sdegno a livello nazionale che ha delle ripercussioni legali immediate. Violenza chiama violenza ed a un mese e mezzo di distanza dalla scomparsa del rapper avviene la rappresaglia: un commando appartenente alla galassia dell’anarco-comunismo fa fuoco contro gli uffici di Alba Dorata ad Atene, lasciando a terra due morti. La magistratura utilizzando la morte di Pavlos Fyssas montò il caso contro l’intero partito, che come abbiamo detto Il 7 ottobre del 2020 dichiarò Alba dorata “non un partito politico, ma una associazione criminale”.

Come emerge dalla storia del partito, dal suo nascere al suo diventare partito di potere, ci mette davanti ad una riflessione profonda sulle dinamiche del male, dove il bene comune viene confuso, usato e manipolato per fini di partito o di interesse personale, in cui si gioca con la pancia del popolo, con le paure e le insicurezze. Noi cittadini abbiamo l’obbligo morale ed etico di vigilare sulle dinamiche palesi, e nascoste della politica. Noi cittadini, unici detentori del potere di una democrazia, dobbiamo essere capaci e sensibili nel tenere il cuore ed il cervello sempre proiettati al bene comune, e con i mezzi e gli strumenti democratici indirizzare la politica verso di esso.

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