In ricordo di Isabella Ventura. Una delle prime donne dirigenti alla CEE

La Rappresentanza in Italia della Commissione europea la ricorda con questa intervista che Isabella ha rilasciato pochi mesi fa all'Università Bocconi dove si era laureata

11 gen 2017 Vogliamo ricordare oggi Isabella Ventura, una collega che ci ha purtroppo lasciati nei giorni scorsi.
Isabella è stata un modello per tutti noi: la prima italiana a diventare Direttore Generale e prima ancora, Capo Gabinetto di Lorenzo Natali, Commissario europeo per lo Sviluppo.
La ricordiamo con questa intervista che ha rilasciato pochi mesi fa all'Università Bocconi dove Isabella si era laureata.

 

Isabella Ventura: la "mia" Bocconi, una finestra sul mondo*

Intervista alla Bocconiana dell'Anno 1995, una delle prime donne dirigenti alla CEE. I ricordi da bambina del "palazzo" di fronte al Parco Ravizza, poi la tesi, la sua idea dell'Europa e la scelta di donare per una sana forma di egoismo: "Ho donato per una borsa di studio anche per migliorare la società in cui vivo".

 

Siamo alle porte dell'Alumnus dell'Anno. Un riconoscimento che anche lei ha ricevuto 21 anni fa. Che ricordi ha di quella nomina?

La nomina – successiva a quella a direttore generale presso la Commissione europea – è stata un momento di grande felicità e soddisfazione che consacrava  un successo personale. È stata una bella festa dove ho ritrovato molti amici. Ma, al tempo stesso, confermava che la formazione ricevuta, i valori e i principi dell'Università si erano rilevati validi non solo nel settore privato ma anche, come avevo sempre pensato e cercato di provare nella pratica, nel settore pubblico (nel mio caso, internazionale), malgrado il fatto che il primo produce beni privati, il secondo beni pubblici.

In cosa è grata alla sua Alma Mater?

In Bocconi ho imparato la curiosità per il mondo e a rimettere in discussione obiettivi e strumenti, cercando sempre soluzioni. Era quello che cercavo allora e che mi resta ancora oggi. Mi ha preparato davvero alla vita, quella vera. Oltre al fatto che l’Università per me che ero "lontana" ha rappresentato un legame con l'Italia e con Milano: i suoi valori mi hanno  sempre incoraggiato e sostenuto  durante la mia permanenza all'estero.

Quest'anno ha deciso di fare una donazione proprio all'Università, sostenendo una borsa di studio per uno studente. Cosa l'ha spinta a questo gesto?

La scelta di sostenere una borsa di studio per uno studente è in un certo senso il risultato del mio percorso bocconiano: è certo una scelta razionale quella di facilitare, anche in minima parte, la mobilità sociale attraverso l’istruzione e il riconoscimento del merito. È pure una scelta “egoistica”,  perché contribuisce a migliorare la società in cui vivo. 

Cosa ricorda della "sua" Bocconi da studentessa?

Che sarebbe stata la "mia" Bocconi l'avevo deciso fin da piccola, quando mi accompagnavano al Parco Ravizza a giocare e mi dicevano che in quel palazzo si studiavano cose importanti e difficili. Così è stato, malgrado una certa perplessità della mia famiglia, che avrebbe preferito una bella laurea in lettere.  
La "mia" Bocconi è stata la finestra che mi si è aperta sul mondo moderno, dopo un liceo classico vissuto con entusiasmo ma, all'epoca, più concentrato sullo studio e la discussione del passato che del contemporaneo – cosa che mi dava un senso di insoddisfazione. Non per nulla all'esame di maturità avevo confrontato il tema proposto, la peste del Manzoni, alla peste di Camus.  

"Problemi di sviluppo in un sistema economico dualistico”, punteggio 110/110. Ci racconti l'ultimo tassello dei suoi studi: la sua tesi di laurea.

Ho analizzato i modelli per la spiegazione dello sviluppo di economie caratterizzate da squilibri settoriali. Certo, la mia tesi non ha trovato soluzioni brillanti a questo problema ancora attualissimo, ma la fatica di ricercare e organizzare il materiale, l'applicazione di un metodo di lavoro e il controllo di qualità esercitato dal mio relatore, il Professor Lunghini, sono stati molto utili per il lavoro che ho fatto successivamente. Ho schivato la lode per un soffio perché la media degli esami si abbassava a causa del terribile esame di matematica.

Lei è stata una delle prime donne dirigenti alla CEE. Che percorso è stato?

Molto lineare, con crescenti responsabilità. E sempre molto sfidante. Ho iniziato con un concorso pubblico: una prima fase come "giovane economista" presso la direzione generale affari economici, per poi passare a un'esperienza nei gabinetti, ossia le strutture di raccordo tra il lavoro tecnico-amministrativo delle direzioni generali e l'attività politica della Commissione europea. Poi sono passata a gestire il bilancio – per la parte entrate – come Direttore. E, infine, a completamento del percorso, ho assunto la direzione generale del controllo finanziario e audit.

Brexit, referendum vari, realtà dei fatti. Che idea ha, ora, dell'Europa?

La Brexit ha aperto una crisi veramente grave. Oggi sembra mancare  dappertutto – non solo in Europa ma anche a livello nazionale – la volontà di lavorare insieme per trovare soluzioni. Certo, la percezione dell’Europa presentata da molti politici nazionali e dai  media non aiuta, perché si polarizza su due narrazioni: Europa come livello ulteriore di burocrazia che si sovrappone alle burocrazie nazionali, oppure Europa nata dal "mercato" e quindi viziata fin dalle origini da visioni troppo economicistiche in grado di minare i valori del nostro stato sociale.

E quale delle due "narrazioni" è più veritiera, secondo lei?

Si tratta di visioni entrambe errate. La "burocrazia" è uno strumento per realizzare una serie di obiettivi comuni, decisi insieme da politici eletti democraticamente dai cittadini europei; l'Unione è garanzia di pace e di diritti per i suoi cittadini. Ricordiamoci la frase dello statista P.H. Spaak, uno dei "padri" dell'Unione Europea: “Vivendo nella paura dei Russi e della carità degli americani, volevamo rendere all’Europa, con la sua ritrovata ricchezza, la sua importanza politica”. In circostanze diverse (ma non troppo), questo obiettivo resta assolutamente d'attualità, e nessuno può pensare di farcela da solo meglio che insieme.

 

 

*Grazie alla Bocconi Alumni Association per l'articolo.

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