Se Kierkegaard e Camus sono il nostro viaggio nell’attesa, Hegel è il patibolo

Nel groviglio del tempo che non scorre ma si annoda, Kierkegaard e Camus come due fili della stessa trama esistenziale: l’uomo tra abisso, assurdo, rivolta e ricerca di senso. Due rive. Due secoli. Lo stesso sale


Pierfranco Bruni
La vita è un’impresa delirante. È come restare sulle sponde e osservare vivendo. O vivere e osservare il tempo correre verso il naufragio. Siamo marinai in attesa della tempesta. Il mare però non ha patria. Ha rive. E sulle rive si fermano gli uomini che non sanno stare altrove. Si ascoltano gli echi delle onde. Diventano echi in un labirinto di pensieri.
Come Søren Kierkegaard, a Copenaghen, con le finestre che guardano i canali come occhi malinconici, viveva di labirinti. Così Albert Camus ad Algeri, con la luce che spacca le pietre e insegna l’assurdo prima dei libri, cercava nei labirinti di risolvere l’assurdo.
Impossibile il tutto. Ma cos’è l’impossibile?
Due rive. Due secoli. Lo stesso sale.
In mezzo un imperatore romano che non volle essere imperatore: Caligola. Non la storia lo unisce, ma la ferita. Perché la storia, quando diventa dialettica, diventa prigione. E loro due sono evasi. Non insieme. Ognuno per conto suo, ma con lo stesso grido in gola: il tragico, il disperante. In entrambi non c’è la storia come dialettica e tanto meno la dialettica della storia. La dialettica della storia, da Hegel in poi, è dogma. È il rosario laico che infila i secoli come grani e dice che tutto ha senso, che il negativo lavora, che il sangue è concime.

Kierkegaard la chiama sintesi e la allontana immediatamente. Camus la chiama ragione storica e la smaschera. Kierkegaard, nel 1843, pubblica Timore e tremore e racconta Abramo. Abramo non è un momento dello Spirito. È un uomo che sale sul Moriah con il figlio e il coltello. Nessuna astuzia della ragione spiega quel passo. Nessuna Aufhebung riconcilia il padre e il sacrificio. C’è solo il salto. E il salto è scandalo per la dialettica. Perché la dialettica vuole scale, gradini, mediazioni. Il salto vuole abisso. Ovvero ciò che campeggia in Søren e Albert.
Camus, nel 1944, scrive Caligola. L’imperatore scopre che gli uomini muoiono e non sono felici. Decide allora di essere logico fino alla fine. Se la vita è assurda, allora il potere deve essere assurdo. Se la morte non ha senso, allora l’imperatore deve distribuire la morte senza senso. “Gli uomini muoiono e non sono felici”. Ecco la sua dialettica. Ma è una dialettica che si morde la coda, che non porta allo Stato etico. Porta al teatro. Porta al sangue. Porta al grido: “Ancora vivo!”, prima che i congiurati colpiscano.
Due ribellioni. Due no. No alla storia che giustifica. No al sistema che consola. Sostanzialmente non accettano la storia. Kierkegaard e Camus rifiutano la storia perché vogliono il mito. Non il mito come favola, ma il mito come nodo. Perché il tempo srotola i giorni, ma tra le dita si legano a far nodo. Il loro nodo è l’istante. L’istante di Abramo. L’istante di Caligola quando capisce che la luna non si possiede.
Kierkegaard non scrisse mai una tragedia su Caligola. Ma lo nominò. Nei Diari, in Aut Aut, nelle carte sparse, Caligola è l’esempio dell’uomo estetico che diventa demoniaco. L’uomo che ha capito che o tutto o nulla e ha scelto il nulla per possedere il tutto. È il Don Giovanni del potere. Non seduce donne. Seduce la realtà. Vuole che la realtà gli dica di sì. E quando la realtà dice no, la uccide.

Albert Camus

Camus ne fa un personaggio. Lo mette in scena. Gli fa dire: “Voglio la luna, e che la luna mi sia data”. È la stessa pretesa di Abramo, ma senza Dio. Abramo vuole Isacco contro ogni logica, ma lo vuole da Dio. Caligola vuole la luna contro ogni logica, e la vuole da sé. È il Singolo di Kierkegaard impazzito. È il cavaliere della fede a cui hanno tolto la fede. Resta il cavaliere. Resta la spada.
Caligola è l’isola che ha deciso di essere buio. Non osserva: divora. Eppure, sia Kierkegaard che Camus lo guardano con pietà. Perché Caligola è il figlio legittimo della dialettica. Se la storia ha sempre ragione, allora il più forte ha sempre ragione. Se il reale è razionale, allora l’imperatore è la ragione fatta carne. Caligola è Hegel con il mantello e il pugnale. Per questo va ucciso. Non da Cherea. Dalla parola.
Kierkegaard inventa il Singolo. Non l’individuo della borghesia, non il cittadino dello Stato. Il Singolo è colui che sta davanti a Dio senza mediazioni. Senza Chiesa, senza Stato, senza Spirito Assoluto. È Adamo dopo la caduta, ma con la memoria dell’Eden. È l’uomo che scopre che la folla è menzogna, perché la folla diluisce la responsabilità.
Camus inventa Lo Straniero. Meursault non piange al funerale della madre. Non piange perché non mente. La società lo condanna a morte non per l’omicidio dell’arabo, ma perché non ha pianto. Perché non ha recitato la parte. È il Singolo di Kierkegaard tradotto in algerino. È l’uomo che rifiuta la dialettica dei sentimenti. La società vuole che il dolore sia sintesi: morte più lacrime uguale espiazione. Meursault dice no. La morte è morte. Le lacrime, se non ci sono, non si inventano.
Due solitudini. Due tribunali.
Kierkegaard processato dalla cristianità di Danimarca perché dice che il cristianesimo non esiste più. Camus processato dai compagni di Combat perché dice che la rivoluzione non giustifica il gulag.
Due scomuniche. Due esili.
Kierkegaard infatti chiama angoscia la vertigine della libertà: “L’angoscia è la vertigine della libertà”. L’uomo scopre di poter scegliere e scopre che ogni scelta è un abisso. Camus chiama assurdo il divorzio tra il grido dell’uomo e il silenzio del mondo: “L’assurdo nasce da questo confronto tra il richiamo umano e l’irragionevole silenzio del mondo”.
Angoscia e assurdo non sono concetti. Sono febbri. Ormai il pensiero, arrivato a una certa densità, non può che farsi poesia. L’angoscia di Kierkegaard si fa Diario. L’assurdo di Camus si fa Mito di Sisifo. Entrambi scrivono perché non possono tacere. E non possono tacere perché hanno visto.
Kierkegaard ha visto che tra l’uomo e Dio non c’è strada. C’è abisso.

Camus ha visto che tra l’uomo e il mondo non c’è patto. C’è rivolta. La rivolta di Camus non è la rivoluzione. La rivoluzione vuole la storia. La rivolta vuole l’uomo: “Mi rivolto, dunque siamo”. È dunque il Singolo che si fa plurale senza diventare folla.
Hegel è il grande nemico sia per l’uno che per l’altro. Per Kierkegaard è il professore che spiega il cristianesimo e lo uccide spiegandolo: “Il sistema non può pensare l’esistenza”. Perché l’esistenza è sempre inter-esse, essere tra la nascita e la morte, tra la fede e la disperazione. Il sistema mette tutto al suo posto. E al suo posto l’uomo muore.

Per Camus, Hegel è il padre della ragione storica, quella che giustifica il Terrore giacobino del 1793 e i campi del 1953 ( Totalitarismi dei sistemi concentrazionari riemergenti – Gulag sovietici, repressioni nei regimi comunisti, logiche di campo e internamento nel secondo dopoguerra): “Chi ha cominciato con Hegel finisce con il plotone d’esecuzione”. Perché se la storia ha sempre ragione, allora chi vince ha ragione. E chi vince è chi spara meglio.

Caligola è il punto in cui Hegel e l’assurdo si incontrano. Caligola è la ragione storica che ha gettato la maschera. Dice: “Uccido perché posso. E posso perché sono lo Stato”. Kierkegaard risponde con Abramo: “Io alzo il coltello perché Dio me lo chiede. E se Dio non me lo chiedesse, sarei un assassino”. Camus risponde con Cherea: “Ti uccido perché hai torturato l’uomo. E torturare l’uomo è torturare il senso”.
Tre coltelli. Quello di Abramo si ferma. Quello di Caligola colpisce. Quello di Cherea libera.
La nostalgia di Kierkegaard è l’Eden. La nostalgia di Camus è la misura greca. La nostalgia di Caligola è l’impossibile. Tre finestre. Da tutte entra il vento. Ma solo da una entra la luce.
Kierkegaard ha paura della bellezza. La chiama stadio estetico. Don Giovanni, Faust, l’imperatore. La bellezza seduce e non mantiene. Per questo sceglie il brutto: il brutto della fede, il brutto della croce, il brutto del Singolo inginocchiato.
Camus ha paura del brutto. La chiama peste. La peste è il mondo senza bellezza. Per questo sceglie la bellezza: il mare a mezzogiorno, il corpo di una donna, l’amicizia: “Al centro della nostra lotta c’è la bellezza”. Per questo condanna Caligola. Non perché uccide, ma perché uccide la bellezza.
Si potrebbe dire che la poesia è un’isola dalla quale poter osservare il buio perfetto e sa benissimo che anche nella perfezione del buio si immerge, come in una marea, un angolo di luce. Kierkegaard è l’isola che guarda il buio. Camus è l’angolo di luce che si immerge nel buio. Caligola è il buio che ha spento la luce.
Eppure, senza Caligola, non capiremmo Kierkegaard e Camus. Senza il demoniaco non capiremmo la fede. Senza l’assurdo non capiremmo la rivolta. In tal senso il mito si fa quotidiano. Caligola è il mito quotidiano del potere. Kierkegaard è il mito quotidiano della coscienza. Camus è il mito quotidiano della dignità.
Kierkegaard muore a 42 anni, solo, dopo aver rotto con la Chiesa, con la fidanzata, con la città. Camus muore a 46 anni, in un incidente, con il biglietto del treno in tasca non usato. Aveva detto: “Niente è più spregevole della morte in automobile”. Due morti assurde. Due vite che non hanno fatto sistema. Cosa hanno in comune? Hanno in comune il no. No alla dialettica che consola. No alla storia che assolve. No alla folla che deresponsabilizza. No a Caligola, soprattutto.
Caligola è la tentazione di ogni uomo che ha capito l’assurdo: se nulla ha senso, allora io sono dio. Kierkegaard risponde: se nulla ha senso, allora Dio è. Camus risponde: se nulla ha senso, allora l’uomo è.
Così il tempo non passa, si aggroviglia. Kierkegaard e Camus sono due fili che si aggrovigliano attorno allo stesso nodo: l’uomo. L’uomo che non è concetto. L’uomo che è grido, che è scelta, che è corpo. L’uomo che davanti a Caligola dice: “Non ti appartengo”. E lo dice da solo. Perché solo da solo si può dire.
Resta il Mediterraneo. Resta l’isola. Resta il viaggio. Kierkegaard dalla Danimarca al Moriah. Camus dall’Algeria a Tipasa. Caligola da Roma al sangue. Tre viaggi. Solo due ritorni. Perché dal sangue non si torna. Dal salto assurdo sì. Dalla rivolta sì.
Tra il silenzio e il grido. Tra il sistema e l’istante. Tra la dialettica e l’uomo. Dove si va? In fondo la nostalgia è forza motrice, energia che spinge verso un centro assente. Il centro assente è l’uomo. Kierkegaard e Camus lo cercano. Caligola lo nega. Cosa cercare? Perché cercare? Ci resta il cercare senza possedere. Che è l’unico modo onesto di restare umani. Forse sì. In un mondo di rovine la vita resta sempre un’impresa delirante.

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Pierfranco Bruni è nato in Calabria. Archeologo, direttore del Ministero dei Beni Culturali e, dal 31 ottobre 2025, membro del CdA dei Musei e Parchi Archeologici di Melfi e Venosa, nominato dal Ministro della Cultura; presidente del Centro Studi “Francesco Grisi” e già componente della Commissione UNESCO per la diffusione della cultura italiana all’estero.

Nel 2024 è stato Ospite d’onore per l’Italia per la poesia alla Fiera Internazionale di Francoforte e Rappresentante della cultura italiana alla Fiera del libro di Tunisi.

Incarichi in capo al Ministero della Cultura:

Presidente Commissione Capitale italiana città del Libro 2024;

Presidente Comitato Nazionale Celebrazioni centenario Manlio Sgalambro;

Segretario unico comunicazione del Comitato Nazionale Celebrazioni Eleonora Duse.

È inoltre presidente nazionale del progetto “Undulna Eleonora Duse” e presidente e coordinatore scientifico del progetto “Giacomo Casanova 300”.

Ha pubblicato libri di poesia, racconti e romanzi. Si è occupato di letteratura del Novecento con studi su Pavese, Pirandello, Alvaro, Grisi, D’Annunzio, Carlo Levi, Quasimodo, Ungaretti, Cardarelli, Gatto, Penna, Vittorini e sulle linee narrative e poetiche del Novecento che richiamano le eredità omeriche e le dimensioni del sacro.

Ha scritto saggi sulle problematiche relative alla cultura poetica della Magna Grecia e, tra l’altro, un libro su Fabrizio De André e il Mediterraneo (“Il cantico del sognatore mediterraneo”, giunto alla terza edizione), nel quale esplora le matrici letterarie dei cantautori italiani e il rapporto tra linguaggio poetico e musica, tema che costituisce un modello di ricerca sul quale Bruni lavora da molti anni.

Studioso di civiltà mediterranee, Bruni unisce nella sua opera il rigore scientifico alla sensibilità umanistica, ponendo al centro della sua ricerca il dialogo tra le culture, la memoria storica e la bellezza come forma di identità.
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