L’indagine di Rosalba Galvagno su CARLO LEVI

ll volume, Mitografie di Carlo Levi (Edizioni Sinestesie, Avellino, 2021) ha consentito all’autrice di approfondire la “doppia pratica poetica e pittorica di Carlo Levi”, che affonda nella stessa sorgente creativa, essendo due manifestazioni “del tutto autosufficienti […],Lo sguardo dello scrittore si orienta verso la multiforme creatività umana, ripercorrendo le mitografie attraverso cui Carlo Levi ha saputo penetrare alcune realtà, dalle più arcaiche (i Contadini) alle più moderne (le Avanguardie), fino ad alcuni suoi stessi miti personali: il Tempo, il Sacro, il Sogno, il Ritratto, l’Italia, l’Arte.....[....]

   Milano, 2 aprile 2021 – Come dice nell’introduzione, Rosalba Galvagno ha potuto identificare per il volume Mitografie di Carlo Levi (Edizioni Sinestesie, Avellino, 2021) “un discorso intorno al mito” soltanto in sede di revisione dei vari saggi che lo compongono e “che tutti li attraversa e li accomuna”. Il mito non è che “una struttura narrativa, un racconto che, in modo allegorico o metaforico, mira a rispondere a delle contraddizioni, delle questioni, in particolare a quella delle origini. Forma discorsiva della verità, esso dipende in effetti da un sapere che tenta di dire la verità sotto forma di un discorso sensato” (p. 11). I saggi sono suddivisi in tre sezioni, alle quali segue un’appendice con testi non compresi nell’edizione delle opere leviane pubblicate dall’Editore Donzelli (2000-2004). Accanto alla figura del mitografo, il volume ha consentito all’autrice di approfondire la “doppia pratica poetica e pittorica di Carlo Levi”, che affonda nella stessa sorgente creativa, essendo due manifestazioni “del tutto autosufficienti […], due modi insieme distinti e identici di essere”, come dichiarò Levi in un’intervista del 1960. Tratto peculiare della sua pittura, come si sa, è la sua “celebre pennellata ondosa […], che non è un semplice stilema, ma una vera e propria sfraghìs [impronta]”. Attraverso la pittura (e la cura dei contadini lucani) Levi riesce a “riparare la perdita della libertà […]: trova insomma il modo di frequentare l’’abisso’, nel quale si trova catapultato, grazie all’’atto creatore’  “ (p. 14). Va detto per ultimo che la molteplicità dei linguaggi praticati da Levi, al quale – come diceva Carlo Muscetta – “tutte le arti di Apollo furono rivelate”, va vista attraverso la loro “compresenza”, perché essi “non sono per lui dei codici settoriali […], ma tra di loro in continua e feconda relazione” (p 15).

   La prima sezione – e non poteva non essere – si apre con l’analisi del più importante romanzo di Levi, quel Cristo s’è fermato a Eboli, che ne fa –  come ebbe a dire Italo Calvino nella prefazione del ’74 a una raccolta di litografie – uno scrittore “pestigrafo”, dove la malattia è vista “come sostanza comune della natura umana”. Tuttavia “la singolarità di Levi risiede in quella del ‘guaritore’ che vuole combattere la malattia opponendosi attivamente alla sua ‘fatalità biologica’, e perciò contro una certa visione ‘decadente’ di tanta letteratura novecentesca” (p. 26). Com’è noto, fu proprio la pressante richiesta dei contadini, stremati e sterminati dalla malaria, a fare di lui un medico-mago-taumaturgo. Il loro è un mondo pervaso dalla ‘cognizione della morte’ (si vedano gli stendardi neri appesi sulle porte delle case). Dirà lo stesso Levi, quando lo vedranno con sua sorella andata a trovarlo: “il sentimento della consanguineità che, dove non c’è senso di Stato né di religione, tiene, con tanta maggiore intensità, il posto di quelli. Non è l’istituto familiare, vincolo sociale, giuridico e sentimentale; ma il senso sacro, arcano e magico di una comunanza”. Dell’arcaicità di questo mondo sono emblemi gli amuleti magici che spesso i contadini portavano al collo. Ma anche alla medicina scientifica possono essere attribuiti poteri superstiziosi, com’è per “l’abitudine di dare a ogni malato, anche quando non è necessario, una ricetta […]. La maggior parte di esse, se fossero appese al collo con una cordicella, come un abracadabra, basterebbe a guarire i malati”.

Carlo Levi (Torino 1902- Roma 1975) da Wikipedia.org

   Levi fu rinchiuso nella carceri di Torino e di Roma nel 1934 e 1935. Scrisse allora molte lettere: in una del 17.3.34 ha usato il sintagma petrarchesco “carcer tetro”. Quest’epistolario è ricchissimo di citazioni filosofiche e letterarie. Invece il Quaderno a cancelli è il diario della cecità, che scrisse nel 1973-74 quando, fu operato per un distacco della rétina all’occhio destro, e fu costretto a usare una struttura da lui stesso ideata, di legno con cerniera, e munita di cordicelle per guidare la mano. Questi ‘cancelli’ – commenta Galvagno – “rinviano alle sbarre della prigione e hanno a loro volta una connotazione amfibologica: da un lato di impedimento […] nei confronti della realtà luminosa […] e dall’altro di difesa nei confronti della ‘Futilità’ “ (p. 59).

   Nel 1955 Levi pubblica i suoi reportages della Sicilia, nelle tre tappe del 1951, 1952 e 1955, con il titolo Le parole sono pietre. Tre giornate in Sicilia (Einaudi, TO; nella ristampa del 2010 il libro avrà la prefazione di Vincenzo Consolo). Essi vanno dalla Sicilia occidentale a  quella orientale (da Taormina a Bronte, con una deviazione ad Acitrezza), ma c’è anche una visita al “triste regno di Giuliano” e al nuovo regno di Danilo Dolci (Partinico). L’ultimo capitoletto concerne l’intervista rilasciata da Francesca Serio, la madre del sindacalista Salvatore Carnevale di Sciara, ucciso dalla mafia, che darà il titolo al libro: “Così questa donna si è fatta, in un giorno: le lacrime non sono più lacrime ma parole, e le parole sono pietre”. Per quanto riguarda Bronte,  afferma Galvagno che “prima di Levi soltanto Verga aveva ricordato i famosi ‘fatti’ del 1860, nella novella Libertà,  a prescindere almeno dalle cronache locali” ( si veda La storia di Bronte di Benedetto Radice del 1910; poi in Nino Bixio a Bronte, con prefazione di L. Sciascia, Ed. S.Sciascia, CL, 1963). Dirà Levi: “Di rado può vedersi […] tanta miseria. […] Per terra, nelle strade, nei cortili in pendio, scorrono, per mancanza di fogne, le acque putride, e il tanfo prende alla gola”. Levi comunque ritornerà in Sicilia, nella primavera del 1958 e, a un anno dal terremoto che colpì il Belice, il 15 gennaio 1969, a Gibellina. Vincenzo Consolo, che era presente in quell’occasione, nella citata prefazione così lo ricorda: “Parlava a un gruppo di contadini […]. Non sentivo le parole […], ma vedevo i suoi gesti calmi e fraterni […], vedevo l’attenzione e la partecipazione dei contadini […]. E mi sovvennero in quel momento , come concentrate in un’unica parola […], tutte le pagine da lui scritte sul mondo contadino. Concentrate in quest’unica parola: amore”. A questo punto non si può non ricordare l’ammirazione che Consolo nutriva per Levi, sul quale dirà: “A Sciara, Levi ha trovato […] il punto più vero e più alto della realtà siciliana di quegli anni. E più vero e più alto si fa allora il tono del libro: le pagine su Francesca Serio di commozione rattenuta dal pudore, di parole scarne e risonanti” ( Di qua dal Faro, Mondadori, MI, 1999, p. 256). E fu forse da qui che nacque in Consolo l’idea di intervistare un’altra madre, un’altra vedova di mafia: quella del sindacalista Carmelo Battaglia di Pòllina (si veda il bellissimo racconto Per un pugno d’erba ai limiti del feudo, su “L’Ora” del 16.4.1966, poi in Narratori di Sicilia, Mursia, MI, 1967, pp. 428-34 e in La mia isola è Las Vegas, con un piccolo ritocco nel titolo, Mondadori, MI, 2012, pp. 18-22).

   L’indagine di Galvagno è troppo ricca e articolata per poter essere concentrata nei brevi cenni a cui costringe lo spazio di una recensione. Così a esempio è quanto avviene nel capitolo Sul tempo, il sacro, il mito contadino, il sogno, dove l’autrice può dare ampia prova del suo scavo psicoanalitico sull’opera leviana, grazie agli strumenti praticati e risalenti a Sigmund Freud e a Jacques Lacan. Paura della Libertà (scritto nel 1939 ma pubblicato nel 1946) si pone – dice Galvagno – “come lo zoccolo duro dell’intera architettura leviana, prima e autentica e paradossale monografia filosofica-antropologica, […] in cui l’analisi dell’uomo e della sua storia […] si fonda essenzialmente sulla nozione di sacro” (p. 92).  Levi durante il suo esilio parigino (anni venti, primissimi e fine degli anni trenta) “aveva frequentato l’avanguardia pittorica, intellettuale e politica, nella quale il dibattito ruotava appunto attorno al sacro, al sacrificio, alla guerra, ai fascismi, alla crisi della civiltà” (p. 94). E Levi farà ricorso anche ad alcuni esempi tratti dalla Bibbia per illustrare l’orror sacri. Ne Il mito dell’America, invece, Levi indagherà il mito contadino lucano, per il quale l’America è uno dei possibili mitologici paradisi (bisogno di evasione che da un lato si traduce nell’idea eterna del Paradiso terrestre e, dall’altro, nel fenomeno dell’Emigrazione). Poi Levi si inoltrerà sempre più in una dimensione onirica e inconscia, quando pubblicherà la narrazione L’Orologio (1950), al cui centro c’è un sogno ed è ricca di significati multipli e contraddittori. Essa sarà preceduta da una conferenza in cui distinguerà “il tempo della civiltà contadina e il tempo della civiltà dell’orologio, immobile e mitologico il primo, storico e razionale il secondo “ (p. 138), anche se le due sfere restano interconnesse e complementari.  Nel sogno di Levi l’orologio (ved. copertina del volume) segnerà le dodici e quarantacinque (ora della sua nascita) e richiamerà la bocca che c’è nel film di Cocteau Le sang d’un poète (1930), da lui visto a Parigi con degli amici due anni dopo. Anche l’immagine di Fanny, nell’Orologio, dalle braccia simili a “bianchi, rotondi serpenti”, richiamerà il serpente baudelairiano (l’eau de ta bouche in Le serpent qui danse).

   Sull’identità italiana, parlerà in una conferenza del 1954: “Tutto sta insieme in questa terra su ogni altra comprensiva […], dove i secoli si sovrappongono […], sì che ogni cosa è una ricapitolazione, una ‘summa’ di tutte le altre; e le contraddizioni diventano identità”. In Un volto che ci somiglia affermerà: “La vera Italia […] è quell’altra […]. E’ l’umile Italia. Umile la disse Virgilio (Eneide, III, 522-23), umile Dante (Inf., I, 106-108). E’ quella che io uso chiamare l’Italia contadina, umile come ‘humus’, umile di radici terrestri. E’ l’Italia dell’uomo”. La “contemporaneità dei tempi” è proprio la condensazione della storia che si presenta in Italia: “Tutti i grandi viaggiatori, da Goethe in poi, sono stati colpiti da questa vita interna e attuale delle opere d’arte in Italia” (in L’arte e gli italiani). E, al riguardo, rammenta anche alcuni episodi dell’ultima guerra e della Resistenza fiorentina, di cui egli fu partecipe testimone. Nel dibattito degli anni trenta sull’architettura moderna richiamerà i principî del classicismo: la “sua tendenza a evitare certe decorazioni […] la obbliga a bandire non la pittura o la scultura, ma l’ornamento inteso come qualcosa di sovrapposto”. Poi, come sempre nella stretta connessione dei media espressivi, pittura e scrittura in lui ritornano con affioramenti inconsci ma altamente significativi: come avviene a esempio per il ritratto di Dafne che, partendo dalla metamorfosi ovidiana delle forme in corpi nuovi, attraverso la trasformazione dei tronchi dei carrubi dipinti ad Alassio, ci mostrerà la sua rinascita vegetale. Così come avverrà peraltro con il ritratto di Narciso che, secondo l’interpretazione dell’autrice, offre consonanze con certi scritti di Lacan, sulla costruzione dello stadio dello specchio. E infine, nell’acquaforte intitolata Euridice, dominerà il potere fascinatore dello sguardo (l’allucinazione ipnagogica […] presiede […] alla formazione dell’immagine, dirà Freud).

Carlo Levi nel 1947 (foto di Carl Van Vechten da .wikipedia.org)

   Nella ricca appendice del volume, sono tanti i testi di Levi inediti o recuperati (persino il suo intervento al Senato del 1964). Gli affioramenti inconsci e/o mnestici ritornano nell’articolo su Picasso, suo alter ego idolatrico benché padre di tutte le avanguardie novecentesche, che egli scrisse nel 1956, dopo la visione del film di H.G.Clouzot “Le Mystère Picassso”. Vi restano infatti collegate le immagini composte da Levi sul Naufragio del Piloro (da ultimo il quadro del 1974), suscitate dal ricordo ossessivo degli schizzi che faceva suo padre, in cui il naufragio rappresentava la sua morte, ed era perciò uno ‘schermo’ in senso freudiano. Altro sogno è quello leviano sul celeberrimo frammento di Leopardi della caduta della luna (XXXVII, vv. 28-29: “… questa luna in ciel, che da nessuno / cader fu vista mai se non in sogno”) che, com’è noto, sarà all’origine di Lunaria di Vincenzo Consolo, dedicata peraltro al “primo ispiratore” Lucio Piccolo, con “L’esequie della luna”. Ma, da ultimo, occorre soffermarci sul travisamento che dell’opera di Levi fece Carlo Muscetta, e con lui tanta critica marxista, che aveva identificato lo scrittore “come un ideologo […] della questione meridionale e come uno scrittore decadente e populista” (p. 327: dapprima su “La Fiera letteraria” del 14.11.1946 e poi in Realismo, neorealismo e contro realismo, Garzanti, MI, 1976). E’ vero che successivamente Muscetta fece autocritica (“sono felice di ripensare il giudizio di critica militante che ne diedi […], condizionato senza dubbio dal mio appassionato fervore gramsciano”: ora in L’Orologio di Carlo Levi e la crisi della Repubblica, Lacaita, Manduria [TA], 1997), ma la sua ottica non appare “adeguata alla sua arte”, perché la poetica di Levi è vista sempre come “decadentistica, di là dal populismo col quale […] esalta e mitizza l’arte e la civiltà contadina”. Di recente Paolo Mauri ha scritto un articolo su Levi (“La Repubblica” del 13.3.2021), in cui conclusivamente dice che “l’errore di Muscetta era stato quello di sovrapporre al giudizio letterario, quello politico”.

ROSALBA GALVAGNO, Mitografie di Carlo Levi, Edizioni Sinestesie, Avellino, 2021, € 20.00.

Immagine di copertina autoritratto di Carlo Levi (1928) e volume

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Rosalba Galvagno, insegna Letterature Comparate e Teoria della letteratura nell’Università di Catania. Studia in particolare i rapporti tra discorso letterario e discorso psicoanalitico, nel cui ambito ha indagato il mito metamorfico e le sue variazioni nella letteratura moderna e contemporanea. Ha indagato inoltre le diverse configurazioni del paradigma dell’illusione nella letteratura occidentale. Tra i suoi lavori più recenti: I viaggi di Freud in Sicilia e in Magna Grecia (2010); «Diverso è lo scrivere». Scrittura poetica dell’impegno in Vincenzo Consolo (curatela con saggio) (2015); La litania del potere e altre illusioni. Leggere Federico De Roberto (2017); Vincenzo Consolo, Leonardo Sciascia, Essere o no scrittore. Lettere 1963-1988 (curatela) (2019); Leopardi tra antico e moderno. Un’elegia triste di Ovidio. La moda e la morte. Il sogno della caduta della luna (2019). È autrice di numerosi saggi pubblicati su riviste e volumi italiani e stranieri.

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