50 ANNI DI DIVORZIO: fu vera conquista di civiltà?

Le trasformazioni culturali e gli stili di vita che l’avvento della legge per l’introduzione del divorzio ha prodotto nella società, modificando l’istituto del matrimonio e la cultura della famiglia fanno registrare pesanti contributi sul degrado morale ed una diffusa crisi di valori, in parte segno dei tempi, ma certamente alimentata da relativismo e distacco da quei principi radici della società e della civiltà italiana, differenziandola dalle altre Nazioni definite “progressiste”.

Sono trascorsi cinquant’anni dal 1° dicembre 1970 quando con la Legge n.898 “Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio”, entrata in vigore il 18 dicembre 1970, è stato introdotto in Italia il divorzio, salutato come conquista di civiltà e segno di progresso della società italiana.

Agli inizi dell’Ottocento con il Codice Napoleonico era consentito di sciogliere i matrimoni civili, ma la legge era molto complicata da applicare. Nel 1902 il Governo Zanardelli elaborò una proposta di riforma che però non fu mai approvata. Il deputato socialista Loris Fortuna nell’ottobre 1965 presentò una prima proposta di legge sui “Casi di scioglimento del matrimonio” che animò un acceso dibattito e contrasti ideologici tra laici e cattolici, sostenitori dell’indissolubilità.

Si costituì la Lega per l’Istituzione del Divorzio (LID) guidata dal partito radicale di Marco Pannella che nel dicembre del 1969 attivava lo sciopero della fame ad oltranza assieme a Roberto Cicciomessere.

 La legge fu riproposta e integrata con alcuni emendamenti del senatore liberale Antonio Baslini e venne discussa da ottobre a dicembre 1970 alla Camera dei Deputati e al Senato, fino ad arrivare alla data del 1° Dicembre, quando con 319 “Sì” e 286 “No”, fu approvata col nome: di “Legge Fortuna -Baslini”.

Nello stesso anno il presidente della Repubblica, Giovanni Leone, in considerazione della particolare sensibilità etica dell’argomento,  dando applicazione all’art. 75 della Costituzione chiese il voto referendario e si avviò la costituzione del Comitato Nazionale per il referendum sul divorzio”, raccogliendo un milione e mezzo di firme che facevano sperare nell’abolizione della legge del 1970. A distanza di quattro anni, il 12 maggio del 1974 il primo referendum popolare della Nazione fece registrare il 59,3% dei favorevoli alla legge, contro il 40,7% dei contrari.

L’evento fu salutato dal partito Radicale di Marco Pannella e dal movimento femminista, come la prima vittoria per i diritti civili in Italia In un successivo referendum, nel 1981, si registrò che il 70% della popolazione era favorevole al divorzio.

A distanza di cinquant’anni viene da chiedersi se tutto ciò è stato una vera conquista di libertà e di civiltà.

Fu vera gloria? Potremmo chiederci con il Manzoni; e noi, i posteri, possiamo darel’ardua sentenza.

Le trasformazioni culturali e gli stili di vita che l’avvento della legge per l’introduzione del divorzio ha prodotto nella società, modificando l’istituto del matrimonio e la cultura della famiglia, sono evidenti e fanno registrare pesanti contributi sul degrado morale ed una diffusa crisi di valori, in parte segno dei tempi, ma certamente alimentata dal relativismo e dal distacco da quei principi che hanno costituito “da sempre” le radici della società e della civiltà italiana, differenziandola dalle altre Nazioni definite “progressiste”.

 Un tempo, a scuola, nelle classi i ragazzi che avevano famiglie problematiche erano in pochi (e si contavano sulle dita di una mano), oggi la situazione è totalmente ribaltata ed il cospicuo numero di famiglie divise, allargate, miste, fa registrare solo pochi e rari studenti appartenenti a famiglie serene, unite e formate da una mamma e da un papà, adeguati a ricoprire loro ruolo, per il quale si sono impegnati già “in coscienza” nel momento in cui hanno contratto matrimonio.

La facilità di pensare al divorzio, provocando la rottura del nucleo familiare appare sorprendente e diffusiva, seguendo la moda dei tempi, e nel linguaggio comune persino il termine marito e moglie è spesso sostituito da “compagno e compagna”.

Al primo litigio la formula di reazione, diventata ormai una regola è appunto: “Io ti lascio! Siamo liberi. Ognuno fa la sua strada… e i figli ?

Vengono sballottati tra papà e mamma, a settimane alterne e il venerdì pomeriggio, al termine delle lezioni, non sanno se verrà Lui o Lei e non sanno in quale casa completeranno i compiti.

Anche nella società italiana all’istituto del matrimonio, spesso per leggerezza, si sostituisce quello della “convivenza” che, affrontata con superficialità, rende fragile il rapporto e agevola la scissione e la rottura del vincolo, imponendo le stesse difficoltà e le stesse sofferenze di un divorzio.

Si registra che oggi lo stile di vita è totalmente mutato e la tecnologia galoppante, il Web, i social hanno modificato il vivere italiano, in questo momento storico reso ancor più difficile e complesso anche a causa della crisi sociale ed economica prodotta dalla pandemia Covid-19.

Rileggere il passato alla luce del presente” dovrebbe diventare regola d’indagine e di riflessione, che impegna altresì a “progettare il futuro” per “guardare oltre”.

 Cosa ci hanno lasciato i nostri Padri? Che cosa lasceremo noi ai nostri figli?

Interrogativi che fanno pensare e non tanto ai beni materiali, quanto ai valori che non tramontano.

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