L’11 settembre, venti anni dopo. Il sogno afghano tradito tra interessi e indifferenza

L’esplosione di una videocamera nel corso di una intervista al comandante Ahmed Massud, capo della resistenza afgana del Panjshir al regime dei taliban, desta allarme. Era il 9 settembre 2001 quando due uomini falsamente presentatisi da giornalisti di una agenzia di stampa britannica, ottengono un incontro con Massud. Lo storico guerrigliero guida dell’Alleanza del Nord contro l’emirato talebano, detto il Leone di Panjshir, gravemente ferito morirà nell’attentato suicida per mano di Al Qaeda. All’indomani, ovvero il 10 settembre, il movimento islamista sunnita paramilitare lanciando una potente offensiva contro le forze oppositrici, smentirà tassativamente ogni ipotetica implicazione nell’attentato.  Il preludio di una dramma dalle profonde radici che cambierà il mondo.

Erano le 14,45 di quel martedì dell’11 settembre 2001, una normale giornata di lavoro, quando dalla redazione la voce concitata del nostro direttore ci raggiungevano al telefono sollecitandoci l’accensione del televisore. A New York stava accadendo qualcosa di terribile! Fumo, polvere e nubi di cenere, avvolgevano le immagini in diretta del cedimento di uno degli edifici più alti al mondo. Mentre il video scorreva rapidamente le sequenze di quel che sembrava apparire un incendio dalle dimensioni spaventose, la mente bloccava la capacità di comprensione di quanto stesse davvero succedendo. Quando all’improvviso vennero trasmesse le riprese amatoriali di un aereo che con assoluta precisione si schiantava contro una delle due Torri gemelle. A New York erano le 8,45, ora locale, la metropoli in preparazione mattutina per una nuova sindacatura, veniva scossa dal fragore risonante di una esplosione. I piani alti della Torre gemella, dove si trovava pure il ristorante Windows on the World, erano avvolti dalle fiamme e dal fumo. Il grattacielo iniziò a tremare, ma in pochi furono in grado di rendersi conto di quanto stesse succedendo.  

Poco dopo il World Trade Center simbolo del mondo finanziario, sarebbe stato cancellato nella sua svettante bellezza. 

Al primo grattacielo, la Torre nord del World Trade Center deflagrata dallo schianto del boing, crollata poi alle 10, 29 travolgendo migliaia di persone ancora all’interno, rovinosamente sbriciolata mentre centinaia di persone volavano dai piani, un altro aereo venti minuti dopo avrebbe attaccato la Torre sud del Centro di Commercio Mondiale. Dal suggestivo scenario di Manhattan, struggentemente scomparivano così le Twin Towers di 110 piani alti 420 metri, lasciando un vuoto incolmabile di morte dolore e devastazione. Migliaia di persone scompariranno in quell’inferno. 

Nulla sarebbe più tornato come prima. 

Si fa strada immediatamente la pista dell’attentato. 

In quelle ore attanaglianti, accadono altri episodi inquietanti. Divampano due incendi, al Pentagono causato probabilmente dalla esplosione di un aereo e sul Mall nelle vicinanze della Casa Bianca a Washington. Un aereo, il volo 93, precipita a Shanksville, in Pennsylvania.

Le indagini della Fbi condurranno subito alla certezza della offensiva terrorista . Alle 15, 20 ora italiana, fonti della presidenza di Gerge W. Bush riferirono, si trattasse di un attacco terroristico. Si apprenderà del numero del volo AA11 della American Airlines che, a 540 miglia all’ora puntò sulla Torre nord del World Trade Center di New York. 

Si scoprirà anche che nella mattinata il volo AA11 avrebbe cambiato rotta, virando verso Boston nord poi in direzione sud Manhattan. Terroristi a bordo avevano assunto il controllo pugnalando membri dell’equipaggio.  Il volo si dirigerà poi verso la torre nord. In contemporanea alle ore 8.47 anche il volo Boston-Los Angeles della United Airlines viene dirottato. L’aereo, dopo aver sorvolato il New Jersey, si dirige a sud verso la torre sud del World Trade Center.

Il 12 settembre i dirottatori dei voli della morte hanno già un nome. L’Intelligence è sulle tracce dei fiancheggiatori.  

‘’ Giustizia sarà fatta tra i terroristi e coloro che li proteggono, nessuna distinzione” tuona così Bush dalla Casa Bianca rimarcando l’atto di guerra compiuto contro gli Stati Uniti. Dall’Occidente attesa, una risposta coordinata e completa.

Sale la rabbia antislamica, episodi di violenza si registrano in tutto il Paese. A Chicago manifestanti si accaniscono contro i fedeli di una moschea. 

 Da Kabul inizia il rimpatrio di tutti gli occidentali. L’evacuazione appare necessaria. L’ Afghanistan viene considerato un obiettivo concreto della  reazione americana per la durissima aggressione subita. 

Due terrorististi venfono identificati. Un uomo e una donna fermati all’aeroporto Kennedy di New York, sono in possesso del brevetto di volo. Intanto bin Laden sarà indicato come principale sospettato, dal segretario di Stato Colin Powell che, in una conferenza stampa del 14 settembre 2001, minaccia il governo di Kabul: “Non potete separare le vostre attività da quelle dei criminali che ospitate”. 

Inizia ufficialmente l’era di Al Qaeda, l’estremismo islamico nemico degli Stati Uniti e dell’Occidente che condizionerà la storia del mondo. 

La previsione di una occupazione militare dell’Afghanistan non si fa attendere. Un mese dopo l’attacco dell’11 Settembre, Stati Uniti e  NATO riconquistarono Kabul sbaragliando le postazioni talebane e di Al Qaeda. L’Alleanza del Nord , organizzazione politico-militare sostenuta dal Leone del Panjshir fino al 9 settembre 2001, giorno del suo assassinio avvenuto nell’esplosione kamikaze di matrice talebana, iniziò la ricostruzione dello stato afgano. Con l’ausilio dalle truppe NATO delle sue istituzioni e il supporto della coalizione occidentale fu adottata una nuova costituzione e indette le prime elezioni libere. 

In questi lunghi venti anni, molti passi avanti erano stati fatti nella vita della popolazione afghana. La missione di “state building” realmente messa in pratica anche se solo in parte è stata interrotta bruscamente con la presa del controllo dei Talebani irrotti con le armi in pugno a Kabul lo scorso mezz’agosto.

La giovane popolazione afgana e soprattutto le donne afgane hanno creduto che la protezione occidentale durasse per sempre. Erano cresciuti con una idea di emancipazione in evoluzione. Tutto pensavano fosse superato e ormai possibile. Burga oppure no, secondo i propri gusti, così per il matrimonio gli studi il lavoro e la scelta di vivere la propria sessualità.  Come un cristallo la favola delle donne afghane si infrange. Il sogno di un’intera popolazione tradito. Qualcosa da tempo non funzionava come doveva. La violenza nel paese non era diminuita come ci si aspettava.  Le responsabilità andrebbero attribuite per il sessanta per cento alla infiltrazione dei gruppi antigovernativi affiliati ai Talebani,  sfuggita al controllo dei contingenti stranieri e soprattutto degli Stati Uniti.

Oggi ricorre il ventesimo anniversario dell’11 settembre, ma è anche il decimo anno dalla morte dello stratega del tragico attacco.

Dieci anni dopo la sua morte, Osama bin Laden torna a vivere. 

Da introvabile a morto in quaranta minuti, la fine della missione avviata dalla difesa Usa nel 2007 si completava,le forze speciali portavano a termine  l’azione di soppressione del principe del terrore. Il fondatore di Al Qaeda veniva ammazzato nel suo compund non lontano da Islamabad in Pakistan il 2 maggio del 2011. Un raid legale legittimo e appropriato in ogni modo. dichiarò il procuratore generale Eric Holder. 

Sepolto lo stesso giorno nel mare Arabico, come impone la legge islamica, bin Laden fu dichiarato morto da Al Qaeda.

Dopo una gigantesca caccia all’uomo, sembrava che gli Usa, l’Occidente e il popolo afghano si fossero alleggeriti da una opprimente minaccia, avessero finalmente decapitato l’organizzazione responsabile della immane catastrofe al Word Trade Center di New York e degli attacchi precedenti contro obiettivi statunitensi,  nel 1998 in Kenia, Tanzania e nello Yemen nel 2000.   

La guida di Al-Qaeda veniva affidata, com’era prevedibile, a Ayman al-Zawahiri medico egiziano, privo di ascendente carismatico  invece posseduto da bin Laden, elemento che ha reso difficili le dinamiche di controllo dell’organizzazione extra territoriali. A favore di Zawahiri rimane la strategia di contrasto al rivale stato islamico IS, per anni disseminatore di orrore esordendo turpemente in Europa con Charlie Hebdo a Parigi il 7 gennaio 2015 e seguenti tragici attacchi anche in America. La leadership di Al Qaeda per anni oscurata, covava sotto la cenere, per nulla indebolita dalla supremazia jihadista. Del suo leader controverse sono le notizie sulla presunta morte nell’ottobre del 2020 in Afghanistan. Comunque sia, l’eredità di Osama bin Laden appare purtroppo viva e pulsante. A dieci anni dalla uccisione del principe del terrore, l’organizzazione ha dimostrato solidità nel mantenere un ruolo di primo piano rispetto al sistema jihadista riprendendosi la scena a Kabul.

L’accordo di Doha del 29 febbraio 2020 sottoscritto dal Qatar, dall’Amministrazione Trump e dai Talebani ha giocato a favore di questi ultimi. La previsione dell’intesa sul ritiro degli States in cambio di uno scudo frenante al dilagare di gruppi terroristi che potessero usare l’Afghanistan come base di coordinamento di attentati all’estero, proprio come avvenne l’11 settembre 2001, ma soprattutto ottenere una sospensione degli attacchi contro il governo centrale di Kabul, vaporizzato in una fuga indegna che ha lasciato ingresso libero ai talebani. L’accordo, che ha stabilito il ritiro dall’Afghanistan dei soldati americani dopo venti anni di guerra può ritenersi una concessione ai talebani che hanno riconquistato il potere. 

Sul rispetto dell’accordo, la storia precedente e la rappresentazione armata e minacciosa della presenza talebana a Kabul, fanno intendere il tradimento della promessa che difficilmente sarà mantenuta. 

Negli ultimi vent’anni molti sono stati i campanelli d’allarme. Come si ricorda la Francia di François Hollande aveva in sordina ritirato le truppe dall’Afghnistan nel 2012, il segno di una Europa sorda e indifferente ai mali del Califfato nero.

  Viviamo un mondo in crisi e diviso che, non riconosce più la leadership degli Stati Uniti, un Paese esso stesso compromesso da profonde divisioni. Strategie deboli e dannose evidenziano l’estrema fragilità di una superpotenza ormai ombra di sè stessa. La guerra in Iraq, il ritiro dalla Siria nella confusione farneticante dell’amministrazione trumpiana avevano già fatto emergere criticità insanabili. Adesso la disfatta in Afghanistan, il colpo finale. 

Dall’11 settembre, quando dopo gli attacchi gli Stati Uniti simboleggiavano più che mai la potenza globale, le regole dello scacchiere internazionale è profondamente cambiato. India, Iran e Turchia potenze in progress avanzano alla ricerca di un ruolo definito e la Cina detta le regole di potenza emergente e revisionista.   

La Cina confinante con l’Afghanistan per pochi chilometri all’estremità del Badakhshan, sta sulla riva del fiume in attesa che passi il cadavere del nemico così,  osserva senza distrazioni la ritirata degli Stati Uniti e le fasi  di avanzamento del potere Talebano. Il Pakistan rientra tra i suoi obiettivi primari. Gli interessi di Pechino potrebbero essere duplici, legittimare la loro supremazia e difendere gli investimenti cinesi nella Belt and Road Initiative in Pakistan. Molti progetti BRI sono fermi o hanno subito un rallentamento. Inoltre Pechino avrebbe tenuto segretamente incontri con i Talebani saldando legami in favore dei rapporti con il vicino Pakistan in cambio di risorse finanziarie al nuovo governo di Kabul per la costruzione di opere pubbliche. Ad oggi, queste relazioni sono però prive di riscontri ufficiali che se dovessero rivelarsi concretamente, affermerebbero la leadership diplomatica cinese nei rapporti internazionali. Un vantaggio in più per il governo Talebano tornato temibilmente al potere a vent’anni dalla catastrofe dell’11 settembre, tra strategie interessi e tradimenti. 

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