Gaza, la verità oltre il filo spinato

di Francesco Mazzarella

Nel novembre del 2025 ci ritroviamo a parlare ancora di accessi negati, di visti sospesi, di telecamere spente prima ancora di essere accese. Non è un dettaglio amministrativo né una scelta di sicurezza: è un atto che incide direttamente sulla percezione del mondo, sulla narrazione dei popoli, sulla possibilità stessa di cercare la verità. Il divieto imposto dal Governo di Israele ai giornalisti internazionali di entrare nella Striscia di Gaza, nei territori palestinesi occupati della Cisgiordania e di Gerusalemme Est è diventato, con il passare dei mesi, non solo una misura contestata ma un confine simbolico. Una linea tracciata non sulla mappa, ma sulla pelle della libertà.

C’è qualcosa di profondamente umano nel desiderio di raccontare ciò che accade. I giornalisti non sono eroi né nemici: sono testimoni. Senza testimoni una guerra diventa racconto di chi la combatte e di chi la governa, non di chi la subisce. Negare l’accesso significa accettare che la storia venga scritta da una sola parte. Significa lasciare intere popolazioni senza possibilità di mostrare il proprio volto, il proprio dolore, le proprie paure e perfino i propri gesti di speranza.

Oggi, mentre il mondo discute di geopolitica come se fosse un tabellone da Risiko, la realtà dei civili resta fuori dallo schermo. A Gaza continua una crisi umanitaria che trascende i numeri e supera ogni previsione; in Cisgiordania la tensione cresce sotto l’ombra dei checkpoint e degli insediamenti; a Gerusalemme Est i quartieri palestinesi vivono una quotidianità fatta di precarietà e controlli. Ma tutto questo non lo vediamo pienamente, perché chi dovrebbe poterlo documentare è costretto a restare altrove, a raccontare da lontano, con immagini incomplete e parole intrappolate tra comunicati ufficiali e video non verificabili.

La libertà di stampa non è un ornamento delle democrazie, ma il loro termometro. Quando la si limita, la temperatura scende. E scende per tutti, non solo per il popolo che vive sotto occupazione o sotto assedio. Scende anche per chi impone il divieto, perché ogni volta che si mette un paletto alla trasparenza si restringe lo spazio della fiducia. Nessun governo – di nessuna parte del mondo – esce rafforzato da una politica che teme gli occhi del mondo. Perché un potere che non permette di guardare da vicino è un potere che teme di essere visto.

I giornalisti chiedono sicurezza, non privilegi. Chiedono regole, non scorciatoie. Chiedono di poter verificare, comprendere, raccontare. In una guerra dove le informazioni sono armi, l’accesso alla realtà diventa un gesto di pace. È un argine contro la propaganda, contro la disinformazione, contro il fanatismo di chi manipola immagini e parole per alimentare odio. Un confine aperto ai giornalisti è un confine meno pericoloso per tutti.

Non si tratta di essere pro-Israele o pro-Palestina. Si tratta di essere pro-verità. E la verità non arriva mai attraverso un cancello chiuso. Arriva con il passo lento di chi attraversa strade distrutte, con la voce tremante di chi ascolta le storie dei civili, con i taccuini che si riempiono di domande, non di risposte precostituite. Arriva attraverso l’imparzialità del metodo e la fragilità del contatto umano. La verità non è mai un atto di potere, ma sempre un atto di relazione.

Nel novembre 2025 le richieste delle organizzazioni internazionali, dei sindacati dei giornalisti, delle ONG e di molti governi si fanno più forti: “Revocate il divieto. Restituite agli occhi del mondo l’accesso alla realtà.” È una pressione necessaria, perché quando la porta della stampa resta chiusa, il rischio è che si spalanchi quella dell’arbitrio. E nelle zone di conflitto, l’arbitrio non è mai un dettaglio: è una voragine.

Oggi serve una presa di posizione netta. Non urlata, non ideologica, non schierata. Ma etica. Bisogna ribadire che l’informazione non è un favore da concedere, ma un diritto da rispettare. Che i popoli – tutti i popoli – hanno il diritto di essere raccontati senza filtri militari. Che chi soffre non può essere lasciato senza voce solo perché la sua voce disturba. Che il futuro non può essere costruito sulle versioni ufficiali ma sui fatti documentati, verificati, condivisi.

Eppure, in mezzo a tutto questo, c’è un altro livello, più intimo e più invisibile, che parla di dignità. Perché quando un giornalista cammina tra le macerie di un quartiere, quando guarda negli occhi una madre che tiene in braccio un bambino ferito, quando ascolta il racconto di un giovane che ha perso la casa, non sta solo informando: sta riconoscendo l’umanità dell’altro. Sta dicendo: “Tu esisti. Io ti vedo. E il mondo ti vedrà.” Negare questo sguardo significa negare un frammento di umanità a chi già sta pagando il prezzo altissimo della guerra.

L’informazione libera non porta la pace da sola, ma la sua assenza alimenta la guerra. Per questo la richiesta di riaprire Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme Est ai giornalisti non è tecnica, ma morale. Non riguarda solo una categoria professionale, ma un principio che tocca la radice stessa della convivenza civile: senza trasparenza, non c’è responsabilità; senza responsabilità, non c’è giustizia; senza giustizia, non c’è pace.

Il mondo, intanto, continua a guardare da lontano. Ma lo sguardo, senza testimoni, è cieco. E un mondo che guarda senza vedere è un mondo che smette di capire. Proprio per questo la richiesta che oggi attraversa le redazioni, le piazze digitali, le diplomazie internazionali, è un invito semplice e potente: aprite le porte. Lasciate che la realtà entri nei nostri schermi non come un sospetto, ma come un racconto vivo. Lasciate che la verità respiri, anche quando fa male.

Perché solo ciò che viene visto può essere trasformato. Solo ciò che viene raccontato può essere compreso. Solo ciò che viene compreso può diventare cambiamento. E forse, in un tempo che ingoia notizie e vite con la stessa velocità, restituire ai testimoni la possibilità di vedere è il primo gesto concreto per ricominciare a immaginare un domani meno ferito.

@Riproduzione Riservata

Francesco Mazzarella

Francesco Mazzarella

Stampa Articolo Stampa Articolo