Senza Ulisse alla ricerca di Itaca. Coinvolti e mai sconfitti.
Non siamo più neppure la generazione dell’esodo, perché la terra promessa — quella ungarettiana — non è altrove: resta dentro di noi, a raccontarci i destini di un processo politico, culturale, etico che non siamo stati in grado di edificare.
Dovevamo costruire una vita, delle vite, dare senso a un progetto per restare seminatori e testimoni.
Ma ci siamo illusi di diventare protagonisti in una storia che non siamo riusciti a scrivere, porgendo le nostre vele tra le destre e le sinistre, e nella finzione di una moderazione attribuita — arbitrariamente — al mondo cattolico.
A quale mondo cattolico? Siamo tutti cristiani, nolenti o volenti, tra le falsificazioni di una filosofia crociata e un’antropologia vichiana-gentiliana.
Di chi siamo figli?
Ancora di Marx o di Machiavelli?
O forse di Dante, che resta un tracciato indivisibile dentro la nostra formazione scolastica, una formazione che ha deviato il corso delle esistenze di molti di noi — della mia, della nostra generazione.
E ora discutiamo se esista ancora un secolo breve o un tempo lungo, se le città siano superficialità o peso, leggerezza o coscienza dei poeti.
Non credo più che l’ironia ci possa salvare. Da cosa, poi?
Viviamo un’epoca in cui ci siamo abbronzati nelle dissolvenze, portando con noi retaggi ed eredità che vanno dalla Grecia a Roma, fino a un Mediterraneo disperso tra le isole di una malinconia che piange il sangue di Troia senza aver fronteggiato l’impeto del precipizio del Tempio di Gerusalemme.
Non siamo profeti, né alchimisti, né sciamani.
Siamo gli sciagurati del 1977–1978, incapaci di debellare un sessantottismo ramificato nel peggiore Machiavelli, e incapaci di confrontarci con i veri profeti culturali: da Prezzolini a Papini.
Ci siamo arresi all’idea che l’intellettuale dovesse restare nella ragnatela dell’impegno.
Invece dovevamo disimpegnarci e ritrovare il senso di un’esistenza frantumata tra le Brigate Rosse e la mutazione di un’ideologia che ha trasformato se stessa in massacro massmediologico.
Ecco perché siamo alla ricerca di un’Itaca che non troveremo più: non perché incapaci di raggiungerla, ma perché è Itaca che non ci accetta più.
È inutile, cari Kavafis, Pavese, Quasimodo, Cardarelli, Gatto, aggrapparsi ai labirinti della nostra anima.
Siamo stanchi e abbiamo perso troppi appuntamenti, convinti che la cultura potesse trasformare la politica.
Non era così. Non è così.
La follia di Ariosto e Tasso, o del grande maestro Cervantes, avremmo dovuto coglierla nel vento delle esuberanze; invece ci siamo insuperbiti, dimenticando che la superbia è un pessimo proverbio oltre che un peccato.
Ora non abbiamo più il diritto di criticare.
Perché ci siamo esclusi, ci siamo allontanati, ci siamo distaccati.
L’Arbasino del “paese senza”, già dagli anni Ottanta, è rimasto nell’educazione del vuoto; l’umanesimo contemporaneo di Mazzetti è passato inosservato, tra una pedagogia mal compresa di stampo milaniano e una retorica tommasea ancora significativa nell’intreccio tra fede e bellezza.
Perché continuano a farci discutere di destra e sinistra?
Il tempo della politica è crollato.
Rimane solo la cronaca del quotidiano.
E quale spazio possiamo avere in questa cronaca?
Sono convinto che occorra riprenderci lo spazio del pensare nell’azione, lontani da un’agorà che semina provvisorietà e improvvisazione.
Cosa ci resta?
Il disimpegno dalle nostalgie e l’impegno verso un futuro che si gioca dentro le maglie della politica.
Dobbiamo ricostruirci nella politica, con le nostre età e i nostri saperi, perché ciò che ci circonda è il trionfo della mediocrità.
Dopo il trionfo della morte, ci resta il fuoco.
Siamo dannunziani, e dovremmo smettere di dare voce a un fanciullino che è diventato la colpa implicita di una generazione che non ha colpe ma responsabilità.
Le lacrime le abbiamo già versate.
Ora, oltre il pathos e l’eros, abbiamo bisogno della fierezza.
Il coraggio dell’impegno.
Abbandonare la cultura del sapere e proiettarci nel sapere della politica — senza però dimenticare nulla.
Questa contemporaneità ha bisogno di una generazione che guarda il tramonto, ma lo osserva ancora dall’isola.
Forse Omero avrebbe dovuto risparmiarci Penelope e Itaca: sarebbe stato meglio idolatrare Nausicaa.
La storia non si regge su Ulisse, ma sulla tragedia di Didone e sulla profezia di Enea.
Apparteniamo a una generazione che scuola, università e società hanno tentato di distruggere.
Ora che Pascoli è sepolto e Marx definitivamente incomprensibile, ci resta la filosofia della negazione, per scoprire che la politica — quella che abbandonammo decenni fa — è ancora davanti a noi.
Ma senza di noi come protagonisti.
….

Pierfranco Bruni è nato in Calabria. Archeologo, direttore del Ministero dei Beni Culturali e, dal 31 ottobre 2025, membro del CdA dei Musei e Parchi Archeologici di Melfi e Venosa, nominato dal Ministro della Cultura; presidente del Centro Studi “Francesco Grisi” e già componente della Commissione UNESCO per la diffusione della cultura italiana all’estero.
Nel 2024 è stato Ospite d’onore per l’Italia per la poesia alla Fiera Internazionale di Francoforte e Rappresentante della cultura italiana alla Fiera del libro di Tunisi.
Incarichi in capo al Ministero della Cultura:
Presidente Commissione Capitale italiana città del Libro 2024;
Presidente Comitato Nazionale Celebrazioni centenario Manlio Sgalambro;
Segretario unico comunicazione del Comitato Nazionale Celebrazioni Eleonora Duse.
È inoltre presidente nazionale del progetto “Undulna Eleonora Duse” e presidente e coordinatore scientifico del progetto “Giacomo Casanova 300”.
Ha pubblicato libri di poesia, racconti e romanzi. Si è occupato di letteratura del Novecento con studi su Pavese, Pirandello, Alvaro, Grisi, D’Annunzio, Carlo Levi, Quasimodo, Ungaretti, Cardarelli, Gatto, Penna, Vittorini e sulle linee narrative e poetiche del Novecento che richiamano le eredità omeriche e le dimensioni del sacro.
Ha scritto saggi sulle problematiche relative alla cultura poetica della Magna Grecia e, tra l’altro, un libro su Fabrizio De André e il Mediterraneo (“Il cantico del sognatore mediterraneo”, giunto alla terza edizione), nel quale esplora le matrici letterarie dei cantautori italiani e il rapporto tra linguaggio poetico e musica, tema che costituisce un modello di ricerca sul quale Bruni lavora da molti anni.
Studioso di civiltà mediterranee, Bruni unisce nella sua opera il rigore scientifico alla sensibilità umanistica, ponendo al centro della sua ricerca il dialogo tra le culture, la memoria storica e la bellezza come forma di identità.
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