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“La fine della famiglia” di Claudia Cautillo

“Chissà se la mia vergogna nasce proprio dall’intuizione che, il più delle volte, non c’è un vero sviluppo quanto piuttosto semplici cambiamenti che ci appaiono come progressi, passaggi di stadio equivalenti tra loro che ci intestardiamo a chiamare ESPERIENZA”

LA STORIA

Suo padre sta per morire e urge stabilire se ciò accadrà in casa o in ospedale. I familiari vicini e lontani si stringono attorno a lui, simili al flusso di quel sangue che si sta ritirando verso gli organi interni. Un fiume che termina la sua corsa, per un verso, ma esonda nella coscienza della figlia: io narrante in balia di ricordi, rifrazioni sobbalzanti, luminose, ondivaghe tra gli accadimenti esterni e l’inarrestabile percorso avanti e indietro nella memoria. Non è dato conoscere il suo nome né il suo ruolo nella società. L’assenza di una maschera sociale ci accompagna in lei da quell’angolo di Roma in cui, per la sua amaxofobia, non guida neppure la macchina. È al volante, piuttosto, di un cuore finalmente nudo che torna alla sua stagione di bambina, vira nell’autoanalisi col lume spietato che posa sulla vita e sulla morte. Sul mondo esterno. Come il sangue, arbitro ultimo e decisivo dell’attività biologica, La fine della famiglia si scioglie in un racconto filosofico, una storia singolare di frustrazione e smania di riscatto, d’amore intimo e non del tutto confesso per quello che sembra suscitare, per una vita, paura e dolore. È così che le pagine del futuro dicono ancora parole di speranza. Di una felicità possibile, sponda del fiume e delle sue correnti più fonde.

IL SANGUE E LA SUA CORSA VERSO LEGAMI E RADICI

Una vera ossessione per il sangue viene confessata al lettore dalla protagonista e io narrante: tanto che, nell’apprendere dell’imminente lutto che la riguarda, avremmo la tentazione di definire pulp il culmine di questo lungo incipit. Non può succedere; anzitutto, perché la sincerità e i copiosi riverberi di tali riflessioni ci dicono già moltissimo sulla cifra di tutto il romanzo. Un romanzo che è memoir, saga familiare che affonda nel passato dei suoi personaggi, ma anche saggio filosofico, indagine antropologica e analisi della storia del costume del nostro Paese: in massima misura, sulla evoluzione/involuzione della comunicazione di massa, del linguaggio delle arti. Dunque, osservazione della storia dell’Uomo negli ultimi decenni. Fobie e ricordi che rincorrono il presente: una protagonista che si spoglia di ogni segreto, ripercorrendo quel suo ruolo di estranea in famiglia, elemento che diverge dal nucleo, che cerca un’identità attraverso l’identificazione parentale fino a perdere la coscienza di se stessa durante la crescita. Lei che conosce come le sue tasche e chiama col loro nome tutti (come il marito Roberto, che troviamo al suo fianco, in emblematica e triste circostanza, già al principio del libro): ma non trova spazio per spiegare quale sia il suo nome, quale lavoro svolga e i particolari di una sovrastruttura di cui non ha più bisogno. È stanca della dis-percezione di sé: l’agonia paterna, e quanto le si muove intorno, è l’occasione definitiva per dilatare le pupille su tutto ciò che è stato, è e sarà: tra figure femminili iconiche, un’infanzia singolare, un rapporto controverso con la vita e con l’amore.

LUTTO E RINASCITA

Wind from the Sea, del pittore americano Andrew Wieth, in un adattamento molto personale di Letizia Cadonici (illustratrice di Star Comics e Beccogiallo) è l’immagine in copertina che intercetta capo e coda di un volume così intenso, e consapevolmente libero dai generi letterari. Il vento che tutto cambia s’insinua dalla finestra di una stanza privata, intima, gonfiando tende trasparenti come vetro, in un atto di disvelamento del tutto rappresentativo della scrittura di Claudia Cautillo. Fuori da quella stanza, una stanza che richiama il mondo di Virginia Woolf, un tramonto dalle sfumature lavanda nelle quali galleggia l’oro del sole. Il sole non ancora tramontato, il sole che non muore, come la speranza e il coraggio che caratterizzano questo “flusso di coscienza organizzato”, atipico e inchiodante: l’attesa del bello, dopo il travaglio della piena confessione, e comprensione. Come tutti i travagli, sanguinoso e spudorato: ma foriero di vita nuova.

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L’AUTRICE:

Claudia Cautillo (1967). Con Il fuoco nudo, edito nel 2016 da Edizioni Anordest, è stata finalista al Premio Calvino e ho vinto la Menzione Speciale della Giuria del Premio Augusta. Finalista con un racconto al Premio Giallolatino /Giallo Mondadori e con una sceneggiatura al Torino Horror Film Festival, ho vinto lo Scriba Festival di Carlo Lucarelli nella sezione letteratura per ragazzi. Laureata in Storia e Critica del Cinema, sceneggiatrice e copywriter, pubblica su riviste online come Alibi, L’Indice dei Libri del Mese, Carie, LibriNuovi, Fronesis, altre. In particolare è firma costante su Flanerì, dove scrive articoli saggistici. Vive a Roma.