Pierfranco Bruni
La profezia e il canto sono un intreccio che dal basso medioevo giunge sino alle sponde di tutto il Novecento. Contrapposizioni e mistero in visioni di parole e di immagini che si fanno preghiera. In due voci di può ascoltare un solo soffio. Penso a Muhammad Iqbal, 1877-1938, poeta, filosofo.

Un poeta dell’Oriente che raccolto il silenzio della parola in preghiera. Francesco d’Assisi, 1181-1226, cantore del “frate del sole”. Separati da sette secoli, da due terre, da due lingue. Eppure si rispondono. Prima di domandarsi. Forse non c’è bisogno di domande. Iqbal scrive: “Tu hai creato la notte, ma io ho fatto la lampada. Tu hai creato l’argilla, ma io ho fatto la tazza… Sono io che ho tratto il vetro dalla sabbia, e sono io che ho trasformato il veleno in antidoto.”
È l’uomo come khalifa, vicario creatore. Dio crea il mondo, l’uomo crea il senso nel mondo. Sembra una parabola. Ma è soltanto un sublime nel canto
Francesco, sette secoli prima, cantava: “Laudato si, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba” nel Cantico delle Creature.
Una metafora che è un simbolo.
Uno prende l’argilla e ne fa una tazza. L’altro prende il fango e lo chiama sorella. Due gesti opposti, ma dello stesso coraggio: l’uomo non è solo spettatore del creato. È co-creatore. Così la profezia diventa l’eredità del poeta. Iqbal ha un un tema centrale: la profezia. Non la profezia come oracolo, ma come vocazione. Sottolinea: “Se lo scopo della poesia è creare gli uomini, allora la poesia è l’erede della profezia”. Così in “Reconstruction of Religious Thought in Islam”, 1930.
La poesia dunque non descrive. Genera. Non riflette il mondo. Lo rifà. Il poeta è profeta perché dice all’uomo chi può diventare: Khudi. L’Io forte, l’individuo che non si perde nella massa, che osa essere creatore. Francesco non scrive dei trattati. Canta. Eppure la sua vita è profezia. Abbandona Assisi, spoglia le vesti del mercante, parla agli uccelli, chiama il lupo “fratello”. È profezia perché rompe la forma del mondo e ne mostra un’altra possibile: un mondo dove il lupo non divora, dove il povero è ricco, dove la morte è “sorella”. Si ascolta: “Laudato sie, mi’ Signore, per sora nostra Morte corporale, da la quale nullu homo vivente po’ scampare”.
Non cerca di spiegare la morte. La chiama famiglia. E nel nominarla, la trasforma. È la stessa logica di Iqbal: trasformare il veleno in antidoto. Prendere ciò che distrugge e farne medicina. Bisogna partire dal fatto che l’uomo è sempre un creatore. Ha tra le mani l’argilla e la lampada. Iqbal celebra l’uomo che lavora la materia. Dalla notte fa la lampada. Dalla sabbia fa il vetro. Dal veleno fa antidoto. È l’etica dell’Amal, ovvero dell’azione. Dio ha dato il deserto, l’uomo deve farne un giardino. Dio ha dato l’argilla, l’uomo deve farne tazza.
È un umanesimo spirituale. Non Prometeo che ruba il fuoco, ma Adamo che collabora. Il Khudi non si realizza nella fuga, ma nel fare. L’orchidea non cresce da sola. Serve la mano. Francesco va nella direzione inversa, eppure complementare. Non domina la natura, la fraternizza. Non fa la tazza dall’argilla, ma chiama l’argilla “sorella”. Non trasforma il lupo, lo chiama fratello Lupo di Gubbio. E il lupo smette di uccidere.
Due pedagogie: Iqbal dice all’uomo: “Alzati, crea”. Francesco dice: “Abbassati, ascolta”. Uno è verticale, l’altro orizzontale. Uno è fucina, l’altro è coro. Ma entrambi sottraggono l’uomo alla passività. Entrambi gli dicono: tu sei partecipe, non ospite. Insomma le due visioni di intrecciano. Oriente e Occidente. Ma ci sono il tragico e il canto: le macerie e i fiori. Il Novecento di Iqbal conosce le macerie dell’impero, della colonizzazione, della perdita d’identità islamica. Lui non le nasconde. Le attraversa con la poesia. La sua profezia è ricostruzione. Occorre ricostruire l’uomo dopo le rovine.
Francesco vive le macerie di Assisi medievale: guerre tra comuni, mercanti, sangue. Lui non costruisce mura. Costruisce fratellanza. Cammina scalzo tra le macerie e le chiama “pace”. Iqbal non fa una fenomenologia del tragico. Lo supera con il gesto creatore. Francesco non fa una ontologia del tragico. Redime con il canto.
Uno dice: “Io ho trasformato il veleno in antidoto”. L’altro dice: “Laudato per sora Morte”. Stesso atto: prendere ciò che è fine e farne un inizio. Prendere ciò che divide e farne relazione. Qui la poesia è vissuta come profezia e la profezia come esistenza.
Per Iqbal la poesia è erede della profezia perché crea uomini nuovi. Uomini di Khudi, uomini che non aspettano, ma fanno. L’Asrar-i-Khudi, I segreti dell’Io, è un manifesto: l’individuo deve diventare fuoco, non cenere. Per Francesco la profezia è esistenza. Non scrive molto, ma la sua vita è testo. Spogliarsi, mendicare, abbracciare il lebbroso, parlare al sultano in Egitto. È poesia fatta carne. È profezia senza parola.
Iqbal muore nel 1938, a Lahore. La sua tomba diventerà un luogo nazionale. Francesco muore nel 1226, alla Porziuncola. La sua tomba diventerà luogo del mondo. Due sepolcri, due semi. Ancora una metafora profonda: la lampada e il sole. Iqbal e Francesco si tengono per mano. Iqbal sembra metterti in mano la lampada: “Tu hai creato la notte, ma io ho fatto la luce”. Ti ricorda che sei responsabile. Che il deserto può diventare giardino. Che il veleno può diventare antidoto. Che l’argilla aspetta la tua tazza.
Francesco ti indica il sole: “Laudato sie, mi’ Signore, per frate Sole”. Ti ricorda che prima di fare, devi lodare. Che prima di trasformare, devi fraternizzare. Che la tazza, se non ha dentro gratitudine, resta vuota. Uno è l’uomo che crea. L’altro è l’uomo che canta il Creato. Tra la lampada e il sole c’è tutta la misura dell’umano: agire senza tracotanza, lodare senza fuga. Creare uomini, come dice Iqbal. Creare fratelli, come dice Francesco.
E allora?
La poesia è davvero eredità della profezia. Perché la vera profezia non predice il futuro. Lo genera. Con una lampada in mano. E con un canto in bocca. Una metafisica dell’anima? Una ontologia del mistero. Ma se non avessimo metafisica e ontologia non ci sarebbe alcuna speranza. Anzi non ci sarebbe neppure la volontà della speranza. Perché la speranza è sempre un atto di fede. Di fede profonda che ha al centro l’uomo che non si dispera più perché c’è Cristo. Dove c’è Cristo non c’è la disperazione. Francesco e Muhammad Iqbal sono l’edificazione e la ricostruzione.
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