A 50 anni dalla morte. Martin Heidegger e la soglia dell’abisso

Sull’ombra della metafisica e sul pensiero che non si arrende


Cosa sarà mai la fine della filosofia? In un tempo di sradicati vocabolari di morte che pendolano nel vento della metafisica uccisa dalla modernità dell’angoscia del non sapere? Perché “L’angoscia è quella situazione affettiva fondamentale che pone dinanzi al nulla” (Heidegger). Martin Heidegger pronuncia la sentenza. La fine della filosofia. La filosofia muore quando diventa tecnica. Quando la domanda sull’essere viene sostituita dal calcolo dell’ente. Quando il domandare cede il posto al produrre. Quando la meraviglia diventa metodo e il metodo diventa dominio. Ma sarà la fine del pensiero? No. È la fine del pensiero che si crede padrone. È la fine del pensiero che si fa sistema, che si fa cattedra, che si fa ideologia. Il pensiero che resta è mendicante. È pastore dell’essere. È ascolto. È veglia. È ciò che non possiede e proprio per questo può ancora custodire.

Ma cosa rappresenta la metafisica in un tempo in cui il ricordo si è trasformato in macerie? Rappresenta il rischio. Rappresenta l’azzardo. Rappresenta l’ostinazione di chi rovista tra i detriti non per ricostruire il tempio, ma per toccare una pietra che ancora scotta. La metafisica non è museo. È rovina che interroga. È frammento che non si lascia catalogare. Quando il ricordo diventa maceria, la metafisica smette di essere risposta. Diventa invocazione. Non spiega l’essere. Ne subisce l’assenza. Non definisce il fondamento. Ne patisce il ritrarsi. 

Oggi il ricordo è archivio digitale. È data. Le macerie vere sono quelle dell’anima che ha barattato la memoria con la notifica. E la metafisica, se ha ancora un compito, è quello di dire che sotto la notifica c’è il vuoto. E che il vuoto non è nulla. È richiamo. Siamo finiti nello stritolamento dell’Essere che non fa più i conti con il Tempo perché se l’Essere tende alla Ragione il Tempo è già morto. Heidegger lo aveva visto: quando l’essere viene ridotto a presenza, a Vorhandenheit, il tempo diventa orologio. Diventa sequenza. Diventa cronologia che divora il Kairos. La Ragione ha preteso di misurare l’essere. Ha voluto renderlo trasparente, disponibile, utilizzabile. E in questa pretesa ha ucciso il tempo. Perché il tempo non è misura. È maturazione. È attesa. È ciò che si dona e non si possiede. Quando l’essere tende alla Ragione, il tempo muore perché muore l’attesa. Muore l’Es gibt, il si dà. Resta il Gestell, l’impianto. Resta la tecnica che non pensa. Calcola. E calcolando rende tutto cadavere. Anche la vita. Anche la morte. Anche il pensiero.

Siamo gettati nel mondo. Geworfenheit. È concetto chiave di Heidegger. Ma dietro un concetto non c’è soltanto una Idea. C’è quel Pensiero che ha bisogno di abbandonare l’Idea e farsi Vita. Essere gettati non è accidente biografico. È condizione ontologica. Non scegliamo di nascere. Non scegliamo l’epoca. Non scegliamo il linguaggio. Siamo consegnati. Siamo esposti. E in questa esposizione sta la vertigine. Sta la possibilità dell’autentico e la tentazione dell’inautentico. Il pensiero che resta Idea resta scolastica. Il pensiero che si fa Vita diventa rischio. Diventa corpo. Diventa scelta. Diventa decisione che non ha garanzie. Per questo occorre coniugare la vita stessa con ciò che non è più vita vivente ma morte nascente. La morte nascente non è biologia. È sapere che ogni istante è morire a ciò che eravamo per nascere a ciò che siamo. È sapere che vivere è perdere. È sapere che la fedeltà non è conservazione. È metamorfosi.

Quando si prenderà coscienza di ciò si è superato l’atto. Ma cosa è l’atto? Un’immagine inutile che la filosofia dovrebbe abbandonare ammesso che ci sia ancora coscienza filosofica. L’atto è il fantasma dell’aristotelismo. È la potenza che si fa forma. È la promessa che si fa sostanza. Ma in un tempo di macerie l’atto è caricatura. È burocrazia dell’essere. È la pretesa di dire questo è, quando l’essere si ritrae. 

La filosofia dell’atto è filosofia del dominio. È volontà che si fa concetto. È concetto che si fa legge. Heidegger la chiama metafisica della presenza. E la metafisica della presenza è finita. È finita perché l’essere non è presenza. È evento. È Ereignis. È ciò che accade e accadendo si sottrae. Quando tutto è atto, nulla accade. Quando tutto è forma, nulla nasce. Quando tutto è coscienza, nulla pensa. Perché il pensiero inizia dove la coscienza abdica. Inizia nella Gelassenheit, nell’abbandono. Inizia quando l’uomo smette di voler essere fondamento e accetta di essere radura. Tutto è perso. Quando non lo è si abita lo smarrimento. Lo smarrimento non è errore. È condizione. È la radura dopo il disboscamento della metafisica. È il luogo dove non ci sono sentieri. Dove i sentieri interrotti di Heidegger non portano da nessuna parte e proprio per questo portano all’essenziale. Abita lo smarrimento chi non ha più mappe. Chi non ha più lode da cercare. Chi non ha più catene da spezzare perché ha capito che la catena più dura è la volontà di spezzare le catene. Lo smarrimento è l’etica di chi non ha etica. È la fede di chi non ha dogma. È la patria di chi è apolide. 

Si è gettati nel mondo perché volendo costruire un mondo soltanto con la Ragione si è data razionalità anche alla morte. Ecco il crimine della modernità. Ha reso la morte amministrativa. L’ha resa statistica. L’ha resa ospedale, protocollo, cifra. Ha tolto alla morte il suo volto. Ha tolto al morire la sua dignità. Il peggiore dei viaggi perché quando tutto è consapevolezza della morte la follia del vivere non ha più senso e neppure le ombre e la fantasia hanno senso. Quando la morte è razionale, la vita è inutile. Quando la morte è calcolata, il sogno è colpa. Quando la morte è programmata, la poesia è reato. 

La Ragione che spiega la morte è la Ragione che uccide la vita. È la Ragione che ha trasformato Auschwitz in logistica. Che ha trasformato Hiroshima in equazione. Che trasforma oggi l’esistenza in algoritmo. 
La fine della filosofia non è la fine del pensiero. È la fine del pensiero che vuole fondare. Resta il pensiero che sa di essere fondato. Resta il pensiero che non costruisce. Abita. Resta il pensiero che non spiega l’essere. Lo ringrazia. La metafisica non è morta. È diventata clandestina. Vive nei poeti che non pubblicano. Vive nei folli che non diagnosticano. Vive nei santi che non canonizzano. Vive in chi custodisce una parola che non serve. In chi accende un fuoco che non riscalda. In chi aspetta senza sapere cosa. 

Essere e Tempo è libro incompiuto. E doveva esserlo. Perché l’essere non si lascia scrivere. Perché il tempo non si lascia chiudere. L’incompiutezza è la loro verità. È la verità di un pensiero che non vuole essere atto. Vuole essere ascolto. Si è gettati nel mondo non per disperare. Per rispondere. Per corrispondere. Per dire sì al peso, sì all’abisso, sì al dono. E in quel sì la morte smette di essere razionale. Torna ad essere mistero. Torna ad essere sorella. E quando la morte è sorella, la follia del vivere torna ad avere senso. Tornano le ombre. Torna la fantasia. Torna il pensiero. Non come sistema. Come respiro. 

E il respiro, finché dura, è già oltre la fine. Perché è questo il vero gesto dell’esistenza. Non rendersi tragici nel comprendere cosa possa esserci oltre la fine. Abitando un cimitero di parole e di linguaggi è già essere entrati in uno “stadio terminale” dove “Ogni tentativo di pensiero filosofico, oggi, non può che sfociare in un gioco variato di risorgimenti epigonali” (così Heidegger in “La fine della filosofia e il compito del pensiero” del 1964). È perfetta questa caduta dell’uomo che resta con l’idea morta e con il Pensiero straziato. Perché “La morte è il limite delle nostre possibilità”. Heidegger è il tracciato che conduce al tramontare della illusione della fine in finitezza dell’incompiuto. Martin Heidegger è nato il 1889  e morto nel 1976.

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Photocover: sx Martin Heidegger – Pierfranco Bruni

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