Si diventa vecchi mentre il cuore è altrove e l’isola mi appartiene

Pierfranco Bruni

Un giorno inventavo storie e favole lungo i passi dei sogni. Ho scritto verità inventate e viaggiato ore di attese. Tracciati indelebili che mi hanno condotto oltre e mi conducono ora altrove. Ci sono incontri e ci sono stati infiniti ormai finiti. Si scoprono le dune del tempo e si scorrono pagine di esistenza. C’è sempre un Oltre e un Altrove. 
Chissà perché lo specchio mi è venuto incontro inciampando in un’immagine ? L’aurora è esplosa e ha toccato il mattino. Mi sorprendo? Gli occhi hanno viaggi e le parole hanno il silenzio. Si è vecchi. Non accade un giorno. Accade una mattina, davanti allo specchio, quando la luce entra di taglio e dice la verità che la sera perdona. Prendere atto che gli anni sono passati non è bilancio: è geografia. Ti guardi le mani e scopri che la mappa è cambiata. I fiumi sono più profondi, le colline più secche, i paesi hanno nomi che non ricordi.
La lunghezza della vita non è più tale. Era promessa, ora è misura. Si contano le estati come si contano i sassi in tasca prima di attraversare il fiume. Ne restano pochi. Eppure pesano. Ogni estate ha avuto il suo sole, il suo grano, il suo nome di donna. E ora che il sole è obliquo, ti accorgi che non era il sole a passare: eri tu.
Si tenta di consolidare una consapevolezza. Si mettono i libri in fila, i pensieri in ordine, le date sulle fotografie. Si dice: ho vissuto, ho scritto, ho amato. È grammatica, dovrebbe bastare. Ma il cuore va altrove. Il cuore non firma i registri, non timbra il cartellino. Il cuore ha vent’anni e corre ancora dietro un vestito chiaro che attraversa la piazza. Il cuore è analfabeta e clandestino.
E intanto la pelle cadente è la vera realtà. Non mente, non consola, non interpreta. Scende. Come la sera, come la pioggia, come tutte le cose che sanno il loro mestiere. La pelle cadente è il rosario del corpo: ogni ruga un grano, ogni grano una preghiera che nessuno ascolta. E tu la reciti, perché non hai altro.
Tutto si consuma. Si consumano i giorni, si consumano le parole, si consumano le mani che hanno tenuto, le bocche che hanno detto. Anche il dolore si consuma, pensa. E invece no. Il dolore resta, lucido, come un coltello sotto la pioggia. Si consuma la lama, non il taglio.
E mi chiedo cosa resta. Non per retorica: per fame. Perché quando il tavolo è sparecchiato, cerchi le briciole. Cerchi un senso tra le tovaglie stropicciate, tra i bicchieri con l’impronta del rosso. Cosa resta, dunque, tra la filosofia il pensiero la poesia i libri scritti le belle donne amate e che hanno amato?
Resta la filosofia, dici. Ma quale? Quella che hai letto non ti guarda più. I volumi sono lì, dorsi spenti, pagine che sanno di polvere e di tempo. Li hai sottolineati quando credevi che capire fosse salvarsi. Ora sai che capire è solo cambiare stanza nella stessa casa che crolla. La filosofia resta come resta una sedia dopo che tutti sono usciti: c’è, ma non serve.
Eppure una parola ti torna. Non dai sistemi, dai margini. L’hai scritta una notte: Non ci si libera di una cosa evitandola, ma soltanto attraversandola. L’hai attraversata, la vita? O l’hai costeggiata, come si costeggia il mare quando non si sa nuotare? La filosofia resta come domanda. Non come risposta. E la domanda, a quest’ora, ha la tua voce: rauca, stanca, vera.
Resta il pensiero. Ma il pensiero, a quest’età, è insonnia. Non costruisce: rivede. Passa e ripassa sulle stesse strade, controlla se i lampioni sono ancora accesi, se quella finestra è ancora socchiusa. Il pensiero non inventa più: ricorda. E ricordando, ferisce.
Hai pensato il mondo, volevi ordinarlo. Mettere le stelle in fila, dare un nome al vento. Il mondo ha riso. È andato avanti senza di te, come fanno i figli. Il pensiero resta come un vecchio cane: ti sta accanto, ti guarda, non abbaia più. Sa che non serve. Però c’è. E nella notte, la sua presenza è l’unica che non tradisce.
Resta la poesia. Non quella dei libri: quella che ti ha preso alla gola una sera di agosto, quando non avevi parole e una lucciola ti è morta sul palmo. La poesia non è stata mestiere, è stata miracolo. È venuta senza chiedere, se n’è andata senza salutare. Ha lasciato l’odore, come il mare nelle case d’estate.
Di tutte le poesie scritte, ne ricordi due versi. Non i tuoi: quelli che ti hanno salvato una volta, e tu non sai più quando. La poesia resta così: non in volume, in frammento. Scheggia nel sangue. E quando la pelle cade, la scheggia resta. Punti. Ti dice che sei stato vivo. Che per un attimo hai avuto il nome giusto per le cose.
Restano i libri scritti. Li guardi e non li riconosci. Chi era quell’uomo che sapeva tutte quelle parole? Doveva avere le mani ferme, il sonno facile, il futuro in tasca. Tu hai le mani che tremano, il sonno che manca, il futuro che è già passato. I libri sono case che hai costruito e non abiti più. Entri, e l’eco risponde con la voce di un altro.
Eppure, qualcuno passando ci abiterà. Aprirà una pagina e sentirà odore di casa. Forse è questo che resta: non il libro, il gesto di averlo scritto. La pietra messa sull’altra, sapendo che sarebbe caduta. L’edificazione inutile e necessaria. Perché l’uomo è l’animale che costruisce anche sapendo del terremoto.
Restano le belle donne amate e che hanno amato. Non i nomi: i gesti. Il modo di raccogliere i capelli quando faceva caldo. Il modo di dire “torno subito” e tornare tre giorni dopo, con gli occhi pieni di un altrove che non ti riguardava. Il modo di dormire con la bocca semiaperta, come le bambine. Il modo di andarsene senza sbattere la porta, lasciandoti la casa piena del loro silenzio.
Le hai amate per non morire nel possibile. Loro ti hanno amato per la stessa ragione. Vi siete salvati a vicenda per una stagione, per una notte, per un’ora. Poi la vita vi ha ripresi, come la dogana riprende i contrabbandieri. Ma il contrabbando è passato. E per un’ora il mondo è stato più largo.
Di loro resta l’assenza che ha forma. Non il vuoto: la forma del vuoto. Un’assenza che ha le spalle, i fianchi, la voce. Un’assenza che la sera ti siede accanto e non parla. E tu parli per due, come facevi allora. Perché l’amore, quando è stato, non smette. Cambia luogo. Abita il tempo.
Cosa resta alla fine? Resta la cenere. Ma la cenere è la prova che il fuoco c’è stato. Non ti scalda, non illumina. Testimonia. Dice: qui qualcuno ha arso. Qui qualcuno ha avuto freddo e ha acceso. Qui qualcuno ha vegliato.
Resta il passo. Il passo che hai fatto, anche zoppo, anche lento, anche senza sapere dove. Resta la fedeltà all’attimo, quando l’attimo c’è stato. Resta la pelle cadente, sì, ma sotto la pelle c’è ancora il ragazzo che correva scalzo, e corre ancora, e non sa che è vecchio.
Resta l’edificazione. La casa, il libro, il verso, il nome detto piano. Resta l’attesa senza oggetto, che è la forma più pura della preghiera. Resta il cuore che va altrove, e proprio per questo batte. Perché se stesse fermo, sarebbe morto.
Si è vecchi, certo. La lunghezza della vita non è più tale. Ma la profondità, quella sì. Ogni ruga è un fondale. Ogni anno caduto è un sasso in più nel pozzo. E in fondo al pozzo c’è l’acqua. Fredda, scura, vera. Ti chini, bevi. E per un istante non hai età.
Cosa resta? Resta l’istante in cui bevi. Resta la mano che trema e porta l’acqua alla bocca. Resta la sete. E finché c’è sete, la vita non è finita. È solo diventata essenziale. Come il pane. Come il silenzio. Come il nome di una donna che non dici più, ma che pronunci ancora, ogni notte, prima di dormire. La vedi correre con te lungo gli argini di un tramonto o tra le onde che richiamano gli echi delle dee che ti hanno accompagnato per darti il sorriso e la malinconia. 
Non mi chiederò altro. 
Accendo il mio abituale sigaro. Sto sul davanzale a osservare il vento tra le palme e il roseto del giardino. 
Mi chiedo cosa è la bellezza. È forse nello sguardo di una donna che non ha più risposte… O semplicemente nelle macerie dei ricordi…
Sono stato Ulisse poi il mercante di Venezia poi  Casanova il ribelle prima ancora Gorgia poi il capitano Achab e poi il venditore di sogni o l’intagliatore di bastoni e il collezionista di profumi e foulard o il viandante tra gli Orienti e il camminatore di deserti… Ora sono soltanto Robinson chiuso nella sua isola. E mi basta… Deve bastarmi.

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