La Strega, l’aurora e il crepuscolo. Viatico per non morire nel possibile 

La sensualità che sa di attimo e di gioco. Una donna con gli occhi da strega e portava tra le mani il gesto dell'amore. Tra Cioran e Pavese, la bellezza come viatico contro l’oblio e la paura di morire nel possibile

Pierfranco Bruni

È venuta a trovarmi la bellezza. Una donna con gli occhi da strega e portava tra le mani il gesto dell’amore. La sensualità che sa di attimo e di gioco. Bisogna capire quando il gioco scava. Scava per renderti vivo tra gli dei. Bisogna entrare nella bellezza come si entra nell’aurora dopo una notte buia e senza luna. Non si bussa, non si chiede permesso. Si cade. Perché la notte senza luna è stata lunga, e la luna è l’unica bugia che rende sopportabile il buio. Quando manca anche quella, l’anima impara a contare le proprie ossa. E allora l’aurora non è promessa: è taglio. Taglia la notte, taglia noi. Entriamo nella bellezza sanguinando.
È la lezione di Cioran: ogni inizio porta il lutto della fine. Siamo esseri della caducità, e la caducità non è accidente. Da Nietzsche a Camus e da Pavese a Zambrano il viaggio è esplorazione. L’aurora decade appena sorge. Per questo bisogna entrarci di colpo, senza trattative. Chi si attarda sulla soglia resta nella notte. E nella notte, diceva Pavese, «c’è qualcosa di solo». Troppo solo. Si muore.
L’oblio ha la sua dolcezza. Ha il sapore del fiume che scorre e non chiede il nome alle pietre. Ma ha anche tante dimenticanze. Dimentica i volti, dimentica le colpe, dimentica persino il motivo per cui abbiamo voluto dimenticare. È anestesia e amputazione insieme.
Pavese lo sapeva: «Lavorare stanca». Vivere stanca. Per questo l’uomo inventa l’oblio, come il mare inventa la nebbia. Ma la nebbia, quando si dirada, lascia le cose più nude di prima. E allora si capisce che non bastava dimenticare. Occorreva capire. Occorre capire il tramonto dopo aver vissuto il crepuscolo. Non prima. Non senza.
Il crepuscolo è l’ora in cui le cose smettono di fingere. La luce si fa obliqua, dice la verità degli angoli. Il tramonto viene dopo: è la resa, è l’incendio che confessa di essere cenere. Chi non ha abitato il crepuscolo, del tramonto capisce solo il colore. Non il lutto. Non la gloria.
Cioran, esule in ogni ora del giorno, abitava il crepuscolo come una patria. Il tempo è un deserto. E nel deserto, il crepuscolo è l’unico momento in cui la sabbia smette di bruciare e accetta di essere oro. Un oro che dura poco. Ma basta per capire che il giorno è stato una menzogna, e che la menzogna, almeno, aveva luce.
Ci sono erranze che sanno di infanzia. Hanno l’odore delle more pestate sui ginocchi, il sapore del ferro delle ringhiere leccato di nascosto, il suono del vento nelle canne di un fiume. Conducono alla nostalgia perché l’infanzia è l’unico paese da cui si è sempre esuli. Non ci si torna: ci si ricorda.
Ma la nostalgia tradisce. Tradisce perché promette il ritorno e consegna il museo. Mette le cose sotto vetro, le chiama “ricordi” e le imbalsama. Pavese, che di nostalgia morì, lo scrisse: «Non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi». E gli attimi, quando li richiami, vengono senza corpo. Sono fantasmi. E i fantasmi chiedono sempre un tributo.
Cioran non ebbe nostalgia. Ebbe disprezzo. Disprezzo per l’infanzia, per la patria, per il tempo. Eppure, proprio per questo, fu più fedele di Pavese. Perché la nostalgia, tradendo, ci lega. Il disprezzo, recidendo, ci libera. E liberi, forse, si può ricominciare. Non a ricordare: a vivere.
Cosa ci resta, dunque, dopo l’aurora che decade, dopo l’oblio che dimentica, dopo il crepuscolo che rivela? Ci resta la menzogna e il mascheramento. Non come colpa: come destino. Perché la verità nuda uccide. Lo sapevano i greci, lo ripete Cioran: La storia uccide. O è  utopia? E per non morire, l’uomo si maschera. Si mette il volto della festa, del lavoro, dell’amore. Si mette il volto.
Pavese si mascherò da scrittore, da amante, da uomo forte. Sotto, c’era il ragazzo di Santo Stefano Belbo che guardava la collina e sapeva che non sarebbe bastata. Cioran si mascherò da moralista francese, da aforista lucido. Sotto, c’era il romeno che non si perdonava di essere nato. Le maschere non mentono: proteggono. E proteggendo, dicono la verità più profonda: siamo fragili. E la fragilità, per non rompersi, si fa stile.
E allora, per non morire nel possibile, occorre la donna. Ma non una donna. Una strega. Perché la donna che si deve amare, se non vuoi che tutta la vita sia inconsolabile, deve saper danzare non solo sul corpo ma anche nell’anima. Sul corpo danzano tutte. Possono danzare tante donne o tutte… È estate. Ma nell’anima danzano poche. Perché l’anima ha stanze senza pavimento, e chi non sa volare, cade. La strega è colei che conosce le erbe, i sortilegi, le notti senza luna. Ha attraversato l’oblio e ne è tornata con gli occhi più chiari. Ha abitato il crepuscolo e ne ha imparato la luce obliqua. Porta in sé la nostalgia, ma non ne è tradita: la cavalca. È menzogna e mascheramento, sì, ma di quelli che salvano. Perché mente al dolore per darti tregua, si maschera da destino per farti credere che qualcosa, di te, era scritto.
La bellezza della strega deve avere il sublime. Non la bellezza delle vetrine: quella sfiorisce. Il sublime nell’attraversare il tempo e l’ombra. Attraversare, non fermare. Perché il tempo non si ferma, e l’ombra è la sua ombra. La strega lo sa. Per questo danza. Danza per bucare il tempo, per ricamare l’ombra. E danzando, ti insegna che si può abitare la caducità senza disperare. Che si può entrare nell’aurora sapendo che decadrà, e amarla proprio per questo.
Pavese scelse il sonno. Cioran scelse l’insonnia. Noi, forse, possiamo scegliere la danza. Non per vincere la notte, non per fermare il tramonto. Per attraversarli. Con una strega che sappia di luna anche quando la luna non c’è. Con una bellezza che non consola, ma tiene svegli.
Perché alla fine, cosa resta? Resta il passo. Resta il gesto di entrare nella bellezza come si entra nell’aurora: feriti, ma vivi. Resta l’oblio, ma con un nome da ricordare. Resta il crepuscolo, ma capito. Resta l’erranza, ma con una casa. Resta la menzogna, ma che salva. Resta la strega, ma che danza.
E se tutta la vita deve avere un senso, sia questo: non morire nel possibile. Morire nel reale, sì. Ma dopo aver danzato. Dopo aver visto l’aurora. Dopo aver saputo che la bellezza, anche quando tradisce, è l’unico viatico che abbiamo.
Il resto è letteratura. E la letteratura, quando è vera, è già stregoneria. Di questo posso vivere. Di questo vivo attraversando le maree che la strega porta negli occhi nello sguardo sulle labbra belle e seducenti. Alla mia età si può scrivere e raccontare. Ma non c’è alcuna età che possa fermare l’ascolto della bellezza. La bellezza seduce oltre il sogno di una notte d’amore.

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