Pierfranco Bruni
Ci sono assenze che dicono. Assenze che raccontano la mancanza. Ogni mancanza è un perduto che si maschera. È sera. La sera porta con sé i pensieri che restano nel vento.
Non scrivermi se la tua assenza è permanenza dell’assenza.
Non chiamarmi con il nome che ho smesso di abitare.
Voglio raccontare una favola che potrebbe essere incomprensibile. Forse incompiuta…
C’era una volta un’isola.
Non era un’isola di mare.
Era un’isola di silenzio.
Un’isola che non viveva accanto.
Viveva dentro.
Dentro a chi aveva avuto il coraggio di sceglierla.
L’isola non aveva porto.
Aveva vento.
Aveva mare.
Aveva parole che non tornavano indietro.
Sull’isola abitava un uomo senza mappa.
Non cercava terraferma. Non cercava ritorno. Aspettava.
Aspettava una parola che non aveva senso. Una lettera che si perdeva nel vento.
Aspettava un “amore mio…” che era diventato eco.
Ogni mattina saliva sulla scogliera.
Guardava il mare.
Il mare non rispondeva.
Guardava il cielo grigio.
Il cielo non prometteva.
Eppure ascoltava.
Ascoltava il vento che non mente.
Il vento porta solo ciò che è. Ciò che non è, lo lascia cadere.
Una sera venne a trovarlo una volpe senza coda.
La coda l’aveva lasciata nelle trappole della nostalgia.
“Perché aspetti?”, chiese la volpe.
“Perché l’assenza ha un suono”, rispose l’uomo.
“E che suono ha?”
“Ha il suono di una porta che non si chiude.
Ha il suono di un nome che non si spegne.
Ha il suono di te che dici… e non sei qui.”
La volpe annuì.
Le volpi sanno ascoltare.
“Ma se l’assenza è permanenza”, disse,
“non è più assenza.
È presenza.
Presenza del vuoto.
E il vuoto non si chiama. Il vuoto si abita.
E chi abita il vuoto muore a poco a poco.”
L’uomo non rispose.
Prese una conchiglia dalla sabbia.
La conchiglia non aveva mare.
Aveva memoria del mare.
La mise all’orecchio.
Dentro c’era il rumore del tempo che non torna.
Dentro c’era la voce che diceva:
“Non scrivermi se non vieni.”
La volpe rise piano.
“Gli uomini confondono l’assenza con la fedeltà”, disse.
“Pensano che restare fermi sia amare.
Non è amare.
È abitare le macerie.
E le macerie non scaldano.
Le macerie chiedono solo di essere guardate.
Guardale.
Poi va’.
Va’ dove il mare tocca.”
La notte scese senza rumore.
La notte non è buio.
La notte è il colore che si spegne per far vedere meglio.
Il verde diventò nero.
Il grigio diventò nero.
Il bianco diventò nero.
Nel nero l’uomo vide chiaro.
Vide la sua isola nel silenzio.
Capì che scrivere a chi non viene
è come seminare sul sale.
Non nasce nulla. Nasce solo attesa.
E l’attesa è illusione.
Illusione che ha il volto di chi non torna.
Illusione che tiene l’anima appesa a un filo che si spezza.
Al mattino la volpe non c’era più.
Aveva lasciato un’orma sulla sabbia.
Un’orma sottile, subito mezzo cancellata dal vento. Come si cancellano le promesse dette senza corpo.
L’uomo scese dalla scogliera.
Non guardò l’orizzonte.
Guardò l’onda ai suoi piedi.
Disse piano, come si dice una preghiera a sé stessi:
“Non scrivermi, tesoro.
Se la tua assenza è permanenza.
E se la tua permanenza è oblio, non raccontarmi l’attesa.”
Da quel giorno l’isola cambiò nome.
Non si chiamò più Attesa.
Si chiamò Abito.
Abito il silenzio.
Abito il mare.
Abito il tocco delle ore che non tornano.
L’uomo imparò a parlare poco.
Parlava solo quando il mare parlava.
E il mare parlava sempre.
Parlava con l’onda che si rompe.
Con la schiuma che non dura.
Con il vento che non ripete.
Quando il vento portava il nome di lei,
l’uomo non rispondeva.
Ascoltava il silenzio tra le due voci.
Nel silenzio trovava la verità che non mente.
Un giorno arrivò un’altra voce sull’isola.
Una voce senza passato.
Una voce che non chiedeva spiegazioni.
Chiedeva solo: “Sei qui?”
L’uomo rispose: “Sono qui.”
E bastò.
Bastò perché l’adesso non ha bisogno di storia.
Ha bisogno di tocco.
Capì che l’amore non è soltanto una parola.
L’amore è presenza.
Presenza che non trattiene.
Presenza che lascia libero.
Presenza che dice: resta se vuoi. Va’ se devi.
Io resto qui.
La volpe tornò una notte.
Non aveva più fame.
Aveva imparato a nutrirsi di silenzio.
“Hai capito?”, chiese.
L’uomo annuì.
“Capire non basta”, disse la volpe.
“Bisogna vivere ciò che hai capito.”
L’uomo guardò il mare.
Il mare era calmo.
Il mare non prometteva nulla.
Il mare dava.
Dava senza chiedere.
Non bisogna mai chiedere.
Post
Conserviamo tutto per i giorni di pioggia.
L’assenza che resta non è amore. È abitudine al vuoto. Il vuoto si abita finché non fa male. Quando fa male bisogna uscire. Anche sotto la pioggia.
L’amore vero non scrive per trattenere.
L’amore vero lascia andare.
Ciò che torna, torna da solo.
Ciò che non torna non era mai partito.
Bisogna dimenticare. Anche quando qualcosa trattiene.
Dimenticare è un giorno in cui il mare diventa una danza lenta nelle ore più impensabili.
La favola finisce quando tutto non ha più senso e la mancanza è diventata il suono dell’assenza.
L’amore non dovrebbe conoscere mancanza e assenza. Ma tutto è possibile proprio in ciò che si credeva impossibile.
Bisogna sempre saper fare del gioco un gioco soltanto…
Se il gioco regge la favola.
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