Pierfranco Bruni
La filosofia non scioglie nodi. Aggroviglia idee tra il paradosso e il tragico. Chi crede che esista una filosofia lineare non appartiene alla filosofia. O meglio, a un pensare che abbia come metodo solo il Pensiero. Il filosofo conosce i nodi. Non li cerca. Li crea. Crearli significa mettersi in discussione attraverso i paradossi e offrire al dubbio il tragico.
Come nel caso di Arthur Schopenhauer, Søren Kierkegaard e Friedrich Nietzsche. Incontrarli lungo la propria strada vuol dire abitare il dubbio ma anche restare, con i giorni, nel tragico. Ma la questione non è accostare tre nomi. È riconoscere un nodo.
Il nodo è l’uomo dopo Georg Wilhelm Friedrich Hegel. Ovvero dopo la sconfitta del sistema. Dopo la ragione che ha preteso di riconciliare il reale con il razionale. Il nodo è la frattura tra concetto e vita. Tra cattedrale logica e angoscia della sera.
Schopenhauer, Kierkegaard, Nietzsche nascono da quella frattura. La abitano. La misurano. La nominano con lessici diversi. E nominandola, la trasformano in destino.
La convergenza è anzitutto metodica. Tutti e tre rifiutano la mediazione dialettica come soluzione universale. Per Hegel la contraddizione è motore. Per loro la contraddizione è ferita. Schopenhauer la chiama volontà. Kierkegaard la chiama paradosso. Nietzsche la chiama caos. Tre parole per dire che l’essere non è trasparente. Che il senso non è garantito. Che la storia non è teodicea. Che il progresso è, al più, superstizione.
La convergenza è antropologica. L’uomo non è animale razionale che si compie nello Stato. È un ente lacerato. Schopenhauer lo vede come fenomeno di una volontà cieca che si oggettiva e si divora. Kierkegaard lo vede come sintesi di finito e infinito, posta dallo spirito e per questo sempre in compito. Nietzsche lo vede come animale non ancora stabilito, come corda tesa tra bestia e superuomo.
In tutti e tre l’essenza non precede l’esistenza. L’esistenza è rischio. È compito. È costruzione. È disperazione se non riesce. È grandezza se riesce.
La convergenza è etica. Tutti e tre demoliscono la morale dell’adattamento. Schopenhauer smaschera l’egoismo che si traveste da virtù. Kierkegaard smaschera la cristianità che ha ridotto il Vangelo a costume. Nietzsche smaschera la morale del risentimento che chiama bene la propria impotenza.
In tutti e tre l’etica autentica nasce dalla solitudine. Dal confronto con il limite, con il dolore, con l’abisso, con Dio o con la sua assenza. L’etica non è norma. È scelta. È stile. È fedeltà a una necessità interiore non negoziabile.
Se la domanda è comune, la risposta articola la differenza. E la differenza non è accidente. È struttura. È ontologia. È esito. Si varca oltre attraverso tre dimensioni: Volontà, Paradosso, Potenza.
In Schopenhauer l’essere è Volontà: unica, atemporale, senza ragione e senza scopo. I fenomeni sono sue oggettivazioni. L’intelletto è suo strumento. La conoscenza è serva. La liberazione sta nel rovesciamento: nel non-volere, nella contemplazione estetica che sospende il principio di ragione, nella compassione, nell’ascesi. L’essere è dolore. La salvezza è quiete.
In Kierkegaard l’essere è Paradosso. Dio entra nel tempo. L’eterno diventa istante. L’infinito si fa singolo. È scandalo per la ragione, fede per l’esistente. La liberazione sta nel salto: credere senza garanzia. L’essere è dono. La salvezza è relazione.
In Nietzsche l’essere è Potenza. Non sostanza, non soggetto, non Dio. È gioco di forze, interpretazione, prospettivismo. La vita non vuole conservarsi: vuole oltrepassarsi. La liberazione sta nella creazione, nell’“amor fati”, nell’eterno ritorno. L’essere è caos. La salvezza è forma.
Tutto ruota intorno al volere: volontà che si nega, paradosso che si crede, potenza che si afferma. Tre ontologie. Tre etiche. Tre estetiche. Tre esiti: assenza, presenza, morte.
Schopenhauer è ateo metafisico. Kierkegaard è teista esistenziale. Nietzsche annuncia la morte di Dio come evento. Tre teologie, tre antropologie.
Schopenhauer pensa il tempo come illusione. Kierkegaard pensa l’istante come pienezza. Nietzsche pensa il ritorno come imperativo. Tre modi di abitare il tempo: evasione, decisione, adesione.
Allora:
per Schopenhauer l’uomo autentico è il santo;
per Kierkegaard è il cavaliere della fede;
per Nietzsche è il creatore.
Non sono conciliabili. Muovono da premesse ontologiche opposte. Ogni tentativo di armonizzarli produce eclettismo. E l’eclettismo è tradimento.
Eppure si appartengono. Nascono dalla stessa lacerazione. Rispondono alla crisi del senso: con la compassione, con la fede, con la creazione.
La linea che li unisce è tragica, non sistematica. È la linea dell’uomo che non può più delegare. Deve scegliere: spegnere, credere, creare. E scegliendo, si espone. E vivendo, rischia.
Ci lasciano un metodo: lo smascheramento.
E una disciplina: lo sguardo, la scelta, la forma.
Ci lasciano una consegna: stare nelle macerie senza cinismo. Attraversare il nichilismo senza caderci. Tenere insieme lucidità, coraggio, leggerezza.
Non sono tappe. Sono dimensioni.
L’uomo contemporaneo è insieme stanco come Schopenhauer, angosciato come Kierkegaard, orfano come Nietzsche.
E deve rispondere da solo.
Con la rinuncia. Con il salto. Con il martello.
Rispondere è già salvezza.
Perché chi risponde, esiste. E chi esiste, non è ancora perduto.
Il tragico prende qui il sopravvento. Non c’è più sistema. Non c’è più dialettica. Hegel resta fuori da questo viaggio.
È una linea che prosegue in Albert Camus, María Zambrano, Emil Cioran: pensiero non sistematico, pensiero dell’esistenza, della solitudine, del tempo.
Non li ho incontrati come statue.
Ma come ferite del destino.
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