Più di un cammino è un Viaggio. Il possibile e l’impossibile. La filosofia del dubbio in Sören Kierkegaard

Esplorare il paradosso dell’esistenza umana, dove il dubbio diventa condizione necessaria per comprendere il senso più profondo dell’essere. "Non importa sapere che Dio esiste; importa sapere che Dio è amore". Oltre la stessa volontà di potenza...


Pierfranco Bruni

Più che un cammino o un itinerario si tratta di un Viaggio. Dentro l’angoscia. L’uomo esiste in quanto disperazione o in quanto speranza. Disperare e sperare: inevitabile, infinito gioco dell’esistere. Søren Kierkegaard ha un talento così travolgente che rende il morire un vivere e il vivere una battaglia singolare verso il trionfo del morire alla morte.

Infatti:
“Quando la morte si presenta nella sua vera faccia scarna e truculenta, non la si considera senza timore. Ma quando essa, per burlarsi degli uomini che si vantano di burlarsi di lei, si avanza camuffata, quando soltanto la nostra meditazione riesce a vedere che, sotto le spoglie di quella sconosciuta, la cui dolcezza c’incanta e la cui gioia ci rapisce nell’impeto selvaggio del piacere, c’è la morte — allora siamo presi da un terrore senza fondo”.

Parla degli uomini. Ma, in realtà, è il vissuto della singolarità. Ovvero del Singolo. L’uomo non è gli uomini. Gli uomini non hanno nulla dell’uomo. Perché l’uomo è il Singolo. L’angoscia e la malattia mortale stanno nella capacità del Singolo di farle proprie. Un divenire che è già. L’uomo ha la solitudine di sé. È l’unica solitudine possibile.

Non esiste l’insieme. Esiste il solo. Con la propria coscienza. Con il proprio sé. E ogni percezione è propria: è proprietà e principio del Singolo. Perché chi decide e chi sceglie ha in sé il proprio aut-aut. Bisogna stare di qua o di là. Oltre la soglia del proprio divenire o del pre-divenire. Perché:
“La grandezza non consiste nell’essere questo o quello, ma nell’essere sé stessi; e questo ciascuno lo può, se lo vuole”.

Il volere è potenza, dirà qualche anno dopo Friedrich Nietzsche. Ma la potenza non è un’idea: è un fatto, che può essere etico ma anche un pensare estetico. Non si tratta di accettare il sole o la notte — questo è un dato naturale di Dio — ma di distinguere se restare nella malinconia o nell’oblio, oppure vivere la solitudine abitando la coscienza o il vuoto. È la malinconia che il Singolo si impone come scelta nel preservarsi alla vita.

Ma cos’è la malinconia? Kierkegaard risponde così:
“Cos’è dunque la malinconia? È l’isterismo dello spirito…”.

È la difesa dalla disperazione? È probabile. Nel momento in cui gli uomini danzano sotto le stelle, il Singolo sceglie di restare chiuso in una stanza del proprio labirinto, a cercare il dubbio scegliendo di non risolverlo. Perché:
“Il dubbio è la disperazione del pensiero, la disperazione è il dubbio della personalità; e per questo tengo tanto alla determinazione della scelta”.

Se non si sceglie, comunque, non si è. In quanto:
“La grandezza… non consiste nell’essere questo o quello, ma nell’essere sé stessi, e questo ciascuno lo può se lo vuole”.

Ancora sulla volontà del volere. Anche il Don Giovanni dovrà decidere se essere etico o solo estetico. Può uscire dal suo campo estetico ed entrare in quello etico o in quello religioso. Dovrà compiere una scelta, dunque. È stato un cammino estetico per la sua scelta di cedere alla seduzione. Potrà diventare un itinerario rompendo totalmente con il suo vissuto e decidere di essere un Singolo etico.

Ma l’etico potrà diventare un Singolo? Una domanda alla quale Kierkegaard risponde così:
“Ma cosa vuol dire vivere esteticamente e cosa vuol dire vivere eticamente?…”.

Comunque, non c’è nulla di deciso o, meglio, di finito, perché ognuno entra nel proprio esilio e può appropriarsi del proprio essere Singolo:
“Nulla di finito… nemmeno l’intero mondo può soddisfare l’animo umano, che sente il bisogno dell’eterno”.

Il Singolo ha bisogno dell’Eterno. E il limite? Il mistero non ha bisogno di limite.

Cos’è il limite?
“La vita — chiosa Kierkegaard — può essere compresa solo all’indietro, ma deve essere vissuta in avanti”.

Si entra, altresì, nel paradosso. Ma Kierkegaard è paradosso. Infatti ci dice:
“Se dovessi desiderare qualcosa, non desidererei ricchezza e potere, ma un ardente senso del possibile… Il piacere delude, la possibilità mai”.

La possibilità è senza alcun limite? Per il Singolo:
“Ciò che importa è di trovare una verità che sia verità per me, di trovare l’idea per la quale io possa vivere e morire”.

Il viaggio etico si conclude nel Dio che viaggia nel tempo dell’anima. Il Cristo della singolarità prende il sopravvento. Diventa il sabotaggio dell’estetico e dell’etico per dare spazio, più che al religioso, alla fede:
“La fede comincia là dove la religione finisce”.

È proprio così? Perché:
“La vera preghiera non è quando Dio sta ad ascoltare ciò che noi gli domandiamo, ma quando l’orante continua a pregare fino a che sia egli colui che ascolta: che ascolta ciò che Dio vuole”.

Il paradosso si fa più insistente nel momento in cui si cerca di comprendere ciò che non è possibile comprendere, in quanto:
“Comprendere che non si può (né si deve) comprendere”.

Mi pare che si tratti di un dato fondamentale: è tutto cerchio il labirinto nel quale si incontra la fede. E non si attraversa, perché la fede è. Non si attraversa: è.

Camminare è dare un passo dopo passo, ma:
“Non è il cammino che è difficile, è la difficoltà che è il cammino”.

Uno stravolgimento che ci pone davanti all’angoscia, alla malinconia, alla disperazione. Un risvolto che rende il Singolo viandante:
“Il viandante smarrito, almeno, vedendo cambiare attorno a sé il paesaggio, può nutrire la speranza di trovare la via d’uscita da un momento all’altro. Chi invece si perde in se stesso non ha a disposizione molto spazio, e presto si rende conto di essere chiuso in un cerchio da cui non può uscire”.

Kierkegaard ha disegnato l’osservare e non il guardare. Con la sfida del rischio e con il rischio della sfida. Non sono obiettivi: è un viaggio che non può conoscere approdo. Non ci sono approdi perché:
“Non importa sapere che Dio esiste; importa sapere che Dio è amore”.

Qui si va oltre la stessa volontà di potenza.

Pierfranco Bruni è nato in Calabria. Archeologo, direttore del Ministero dei Beni Culturali e, dal 31 ottobre 2025, membro del CdA dei Musei e Parchi Archeologici di Melfi e Venosa, nominato dal Ministro della Cultura; presidente del Centro Studi “Francesco Grisi” e già componente della Commissione UNESCO per la diffusione della cultura italiana all’estero.

Nel 2024 è stato Ospite d’onore per l’Italia per la poesia alla Fiera Internazionale di Francoforte e Rappresentante della cultura italiana alla Fiera del libro di Tunisi.

Incarichi in capo al Ministero della Cultura:

Presidente Commissione Capitale italiana città del Libro 2024;

Presidente Comitato Nazionale Celebrazioni centenario Manlio Sgalambro;

Segretario unico comunicazione del Comitato Nazionale Celebrazioni Eleonora Duse.

È inoltre presidente nazionale del progetto “Undulna Eleonora Duse” e presidente e coordinatore scientifico del progetto “Giacomo Casanova 300”.

Ha pubblicato libri di poesia, racconti e romanzi. Si è occupato di letteratura del Novecento con studi su Pavese, Pirandello, Alvaro, Grisi, D’Annunzio, Carlo Levi, Quasimodo, Ungaretti, Cardarelli, Gatto, Penna, Vittorini e sulle linee narrative e poetiche del Novecento che richiamano le eredità omeriche e le dimensioni del sacro.

Ha scritto saggi sulle problematiche relative alla cultura poetica della Magna Grecia e, tra l’altro, un libro su Fabrizio De André e il Mediterraneo (“Il cantico del sognatore mediterraneo”, giunto alla terza edizione), nel quale esplora le matrici letterarie dei cantautori italiani e il rapporto tra linguaggio poetico e musica, tema che costituisce un modello di ricerca sul quale Bruni lavora da molti anni.

Studioso di civiltà mediterranee, Bruni unisce nella sua opera il rigore scientifico alla sensibilità umanistica, ponendo al centro della sua ricerca il dialogo tra le culture, la memoria storica e la bellezza come forma di identità.
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