Pierfranco Bruni
Perché non smetto di pensare alla gioia come il segno edificante?
Tra Assisi e Padova.
Eccomi.
Polvere d’Umbria che si solleva quando un santo scalzo attraversa la piazza…
Quella luce di Padova che taglia le navate come una spada.
San Francesco d’Assisi e Sant’Antonio di Padova non sono due biografie accostate. Sono due stanze dello stesso labirinto mediterraneo.
Due porte che si aprono sullo stesso abisso: l’abisso di Dio che si fa uomo e dell’uomo che si fa dono.

il tempo srotola i giorni.
Tra le dita si legano a far nodo.
Sembrano fili sottili che da un porto giungono in mare aperto.
Francesco e Antonio sono due nodi di quella stessa corda. Una corda a tre capi, come il cordone del saio: povertà, castità, obbedienza. Ma la corda non stringe. Libera.
Francesco nasce ad Assisi attorno al 1182, figlio di Pietro di Bernardone, mercante di stoffe. Sogna la gloria cavalleresca, parte per la guerra contro Perugia. Conosce il carcere e la malattia.
Antonio nasce a Lisbona nel 1195, nobile, battezzato Fernando Martim de Bulhoes e Taveira Azevedo. Studia a Coimbra. Diventa agostiniano, poi francescano.
Due giovinezze agiate…
Due giovinezze che rifiutano la ricchezza o meglio l”agiatezza.
Il Mediterraneo non sopporta i figli che restano a palazzo. Li vuole per strada, a piedi nudi, a parlare con i lupi e con gli eretici.
La piazza di Assisi è il primo altare. Lì Francesco restituisce al padre le vesti e il denaro: “San Francesco rinuncia ai beni terreni”. Non è un gesto giuridico. È una metafisica.
La scrittura nasce da un luogo separato ma affacciato sull’aperto. Francesco si fa isola. E dall’isola della sua nudità osserva il buio perfetto del mondo per trovarvi un angolo di luce.
Antonio compie la stessa spoliazione, ma con le parole. Lascia il nome Fernando, lascia la cattedra agostiniana, lascia la sicurezza del chiostro. A Montepaolo, presso Forlì, vive “in pieno la regola dell’eremita francescano”.
Poi, durante un’ordinazione sacerdotale, predica. E il mondo scopre che la sua voce è una spada.
“Mostrò di essere dotato di tale scienza ed eloquenza”. La parola, per lui, è il saio. Lo veste e lo denuda insieme.
La letteratura senza sogno non avrebbe senso perché sogno e viaggio conducono verso il mito.
Francesco viaggia verso il Sultano nel 1219, durante la Quinta Crociata. Attraversa il mare non con le armi, ma con il Vangelo.
Antonio viaggia nella Romagna, nell’Italia settentrionale, in Francia, per “combattere l’eresia catara in Italia e albigese in Francia”.
Due mediterranei inquieti.
Due odissee senza ritorno a Itaca, perché la loro Itaca è ovunque ci sia un povero, un lebbroso, un dubbio.
Il viaggio di Francesco ha una tappa che è icona: il Crocifisso di San Damiano che gli dice “Va’, Francesco, ripara la mia casa che cade in rovina”.
Antonio ha la sua tappa ad Arles, quando “gli apparve Francesco che aveva appena ricevuto le stigmate”.
Due visioni, due riparazioni. Uno ripara la Chiesa con le pietre e con il corpo. L’altro la ripara con la dottrina e con il cuore.
Francesco sceglie il silenzio della povertà.
“Non vi procurate oro argento o denaro per le vostre tasche”. Cammina con una “camicia di tela grezza, legata in vita da una cordicella a tre nodi”.
Antonio sceglie l’eloquenza della povertà.
Scrive i Sermoni. Insegna teologia a Bologna e Montpellier “con la benedizione di san Francesco”.
Francesco è il Cantico delle Creature, il volgare che si fa preghiera.
Antonio è l’Arca del Testamento, come lo chiamò Gregorio IX, perché nella sua memoria le Scritture erano tutte presenti.
Eppure entrambi sanno che la ragione come strumento di comprensione del reale è limitata e incapace di cogliere la complessità della vita.
Francesco risponde con il gesto: abbraccia il lebbroso, parla agli uccelli, ammansisce il lupo di Gubbio.
Antonio risponde con la parola che si fa gesto: predica ai pesci quando gli uomini non ascoltano, affronta Ezzelino da Romano “che era soprannominato il Feroce” per liberare i prigionieri.
La Verna. 1224. Francesco riceve le stimmate “durante l’apparizione di un serafino alato”. La carne diventa scrittura.
“La sua conformazione/imitazione di Cristo cercata per tutta la vita l’ebbe perfino impressa nella sua carne”.
Antonio non ha le stimmate, ma ha la lingua che brucia. “Privilegiò poi la predicazione e il confessionale; in questo senso la quaresima del 1231 fu il suo testamento spirituale”. Predica contro l’usura con parole che sono chiodi: “Razza maledetta… hanno denti di leone… inghiottire i beni dei poveri”.
La sua lingua è la sua stimmata.
Francesco muore il 3 ottobre 1226 cantando.
Antonio muore il 13 giugno 1231 dicendo: “Vedo il mio Signore”.
Due morti che sono porte.
Francesco aveva chiamato la morte sorella nel Cantico.
Antonio la vede come Signor.
Non c’è contraddizione. C’è il Mediterraneo che tiene insieme l’alfabeto della tenebra e l’alfabeto della luce.
Francesco è sepolto ad Assisi, nella Basilica che è “la più bella casa di preghiera che esista al mondo”.
Antonio è sepolto a Padova, nella chiesetta di Santa Maria Mater Domini, poi nella Basilica che “i padovani chiamano Il Santo”.
Due città, due santuari, un solo pellegrinaggio: quello dell’uomo che cerca l’essenziale.
Antonio è il santo dei miracoli, il Taumaturgo. Fa parlare il neonato a Ferrara, risuscita il bimbo annegato, piega la mula davanti all’Eucaristia. Ma il miracolo più grande è il pane dei poveri, che ancora oggi nutre.
Francesco è il santo del Cantico, che fa della creazione una liturgia.
Due modi di dire che il sacro “non si mostra con dogmi, ma come presenza silenziosa in gesti quotidiani”.
L’iconografia lo conferma.
Antonio con il Bambino, il giglio, il pane.
Francesco con il saio, la corda, le stimmate.
Simboli che non ornano.
Incarnano.
Francesco e Antonio sono già letteratura prima di essere agiografia.
Sono il “pensiero che, arrivato a una certa densità, non può che farsi verso”.
Francesco si fa verso nel Cantico.
Antonio si fa verso nei Sermoni.
Entrambi trasformano il dolore in forma.
il sacro non si mostra con dogmi.
Francesco lo mostra spogliandosi.
Antonio lo mostra parlando.
La nostalgia è la finestra sempre aperta.
Francesco ha nostalgia del Vangelo vissuto sine glossa.
Antonio ha nostalgia della verità che libera i debitori: ottiene che “un debitore insolvente ma senza colpa… non può essere anche incarcerato”.
Francesco e Antonio.
Indicano la stessa strada: la strada che dal margine porta al centro, dal chiostro alla piazza, dal latino al volgare, dal dogma al pane.
Dunque!
Francesco è l’inizio: la spoliazione, la fraternità, la lauda.
Antonio è il compimento: la dottrina, la predicazione, il miracolo.
Ma senza Francesco, Antonio non avrebbe avuto il saio. Senza Antonio, Francesco non avrebbe avuto la voce che spiega il saio al mondo.
La letteratura senza sogno non avrebbe senso perché sogno e viaggio conducono verso il mito. La santità senza sogno non avrebbe senso.
Francesco sognò una Chiesa povera.
Antonio sognò una Chiesa giusta.
Il sogno li condusse al mito.
E il mito, oggi, è ancora casa.
Il tempo non passa.
Si aggroviglia. Quel nodo siamo noi. Con le nostre povertà e le nostre prediche.
Edificare la gioia significa ancora questo: tenere insieme il silenzio di Francesco e la voce di Antonio.
Perché la gioia è un cantiere. E in quel cantiere lavorano sempre due santi: uno che porta le pietre, l’altro che dice dove metterle.
Edificare al centro del cuore.
Edificare è il centro del cuore.
Il giglio e l’uccello sono metafore nelle nostre vite.
…
….

Pierfranco Bruni è nato in Calabria. Archeologo, direttore del Ministero dei Beni Culturali e, dal 31 ottobre 2025, membro del CdA dei Musei e Parchi Archeologici di Melfi e Venosa, nominato dal Ministro della Cultura; presidente del Centro Studi “Francesco Grisi” e già componente della Commissione UNESCO per la diffusione della cultura italiana all’estero.
Nel 2024 è stato Ospite d’onore per l’Italia per la poesia alla Fiera Internazionale di Francoforte e Rappresentante della cultura italiana alla Fiera del libro di Tunisi.
Incarichi in capo al Ministero della Cultura:
Presidente Commissione Capitale italiana città del Libro 2024;
Presidente Comitato Nazionale Celebrazioni centenario Manlio Sgalambro;
Segretario unico comunicazione del Comitato Nazionale Celebrazioni Eleonora Duse.
È inoltre presidente nazionale del progetto “Undulna Eleonora Duse” e presidente e coordinatore scientifico del progetto “Giacomo Casanova 300”.
Ha pubblicato libri di poesia, racconti e romanzi. Si è occupato di letteratura del Novecento con studi su Pavese, Pirandello, Alvaro, Grisi, D’Annunzio, Carlo Levi, Quasimodo, Ungaretti, Cardarelli, Gatto, Penna, Vittorini e sulle linee narrative e poetiche del Novecento che richiamano le eredità omeriche e le dimensioni del sacro.
Ha scritto saggi sulle problematiche relative alla cultura poetica della Magna Grecia e, tra l’altro, un libro su Fabrizio De André e il Mediterraneo (“Il cantico del sognatore mediterraneo”, giunto alla terza edizione), nel quale esplora le matrici letterarie dei cantautori italiani e il rapporto tra linguaggio poetico e musica, tema che costituisce un modello di ricerca sul quale Bruni lavora da molti anni.
Studioso di civiltà mediterranee, Bruni unisce nella sua opera il rigore scientifico alla sensibilità umanistica, ponendo al centro della sua ricerca il dialogo tra le culture, la memoria storica e la bellezza come forma di identità.
@Riproduzione riservata
Paese Italia Press su WhatsApp
Resta dentro le notizie che contano
Segui il canale WhatsApp di Paese Italia Press per ricevere aggiornamenti, articoli e approfondimenti direttamente sul tuo telefono.
Segui il canale WhatsApp

