Ho incontrato in più notti Khayyam e mi ha parlato delle stelle e del vento

Il mio viaggio spirituale tra Oriente e Mediterraneo attraverso la figura di Omar Khayyam: il misticismo delle quartine, il destino, il tempo e la parola poetica come ascolto del silenzio e della luna. Non l'ho cercato. Mi ha incontrato...


Pierfranco Bruni

Quando l’Oriente entra nel mio viaggio? Credo che ci sia sempre stato. La mia Calabria ha dell’Oriente il mondo arabo. Il Mediterraneo che porto dentro non ha solo grecità. Poca latinità. Ma i codici arabi mi provengono non solo da Pitagora greco, ma da una scuola che ha trovato il personaggio di Occhialì al centro dell’immaginario, in cui i sogni vanno oltre l’estetica o esoterica e si incarnano in un personaggio imponente.
Omar Khayyam. Nato nella Persia nord-orientale, a Nishapur, nel 1050 d.C. (o qualche anno prima o dopo), e morto intorno al 1130. Una tradizione persiana e sufi. Uomo di scienza. Poeta. Tra Oriente e Occidente ha segmentato le parole che toccano il cuore. Ne sa qualcosa Vincenzo Cardarelli che vi ha dedicato dei versi straordinari.

Persian Miniature

Khayyam ha lavorato su un verso che sembra una miniatura. Quartine che danno un senso alla vita e si lasciano leggere come perle di rugiada, perché non raccontano ma disegnano tasselli di silenzio e di tempo.
Una poesia forse vissuta sulle onde di una ritmicità che richiama echi di mito. O altro. Ma la sintesi della parola forma quartine o accoppiate di distici che recitano non il recitabile, ma ciò che sta oltre il segno della comune e quotidiana morale. La poesia non si giustifica e tanto meno si spiega.
E il linguaggio resta nel vento di un mistero implacabile, come sono implacabili i destini che si intrecciano. Forse un cantico o un recitativo che si lascia ascoltare nella tensione lirica araba:
“Se fosse dipeso da me il mio venire, non venivo.
E se da me dipendesse l’andarmene, quando mai me ne andrei?”.
Il partire o il non partire. L’Oriente non è un simbolo e neppure una griglia di stilemi lungo il tracciato del tempo. Il poeta è fortemente voce persiana e dentro la parola ci sono i segni, e vi restano come scavo impresso per un cammeo.
“Vivi dell’oggi e non perdere al vento la vita”.
Forse si va nel camminamento o forse si ritorna nella partenza. Ma il suo nome è Oriente puro.
Khayyam significa fabbricante di tende. Di veli e di foulard nel mistico sentire il verso come dichiarazione di fede. In fondo il poeta rimane certamente un grande mistico, altrimenti il suo segno non lascerebbe il senso e non avrebbe senso perché:
“Nessuno ha mai messo la mano su una guancia di rosa
senza che il Fato gli mettesse una spina nel cuore.
Come il pettine: se non è cento volte tagliato
non può toccare i riccioli di una bella fanciulla”.
Il Fato o forse il destino, o ancora il mistero. Il mistico ha bisogno del mistero, altrimenti sarebbe tutto una finzione o una maschera. La saggezza della poesia indissolubile è proprio nella non decifrazione del misterioso e nel singhiozzo di un’attesa fatta di segreti.
Il mistico vive di segreti e il mistero non è un segreto, ma la vita indefinibile del mistico stesso. E la poesia vive dentro questi codici, a volte illeggibili. E forse lo sono. Ma circondano il tempo della vita e mai la vita del tempo.
Si ascolta la luna. Il mistico ascolta la luna e avverte il mare in naufragio. E cosa fa il poeta? Raccoglie le stille della luna senza vederla, ma sentendola, o meglio ascoltandola. Solo il mistico ascolta la luna.

Solo il mistico può ascoltare la luna. E il poeta è dentro questo camminamento, fuori da ciò che definiamo realtà. Perché la realtà è una trasfigurazione di un presente che ha ferite lasciate tra le pareti del cielo. Il cielo dell’anima e il labirinto del cuore.
Le “Quartine” di Khayyam ci indirizzano verso una luce che inebria e ci lasciano tra la gioia e la tristezza, in una malinconia che si intreccia alla nostalgia. Parole consumate. Ma la poesia è fatta di parole. Si consumano.
Se non interessano, le parole si bruciano in un istante. Se colpiscono come lance dello sguardo, lacerano. Qui tutto si ricompone in quell’unica partenza che affascina nell’affascinante segno del:
“Vivi lieto questo attimo, allora, finché sei vivo”.
Un’aurora che si fa luce e una luce che è dentro la geografia delle terre e delle acque che sono dentro di noi. Siamo fatti di terra e di mare. Il viaggio continua ad appartenerci.

Mausoleo di Omar Khayyam a Nishapur sotto il cielo stellato

Un viaggio immenso che mi conduce al giardino dell’anima. L’unica immensità è appunto l’anima, perché ha un suo sapere, un suo sentire, un suo percepire. Lo porto con me.
Una iniziazione che ha i segni delle Mille e una notte fino a farle valere come una sola notte. Dopo Khayyam attendo Rumi. Il giardino si amplia e il vento sfiora rose e anemoni tra i ricordi di un “c’era una volta”.
Ho incontrato in più notti Khayyam e mi ha parlato delle stelle e del vento. Tra le parole il silenzio è necessario. Non l’ho cercato. Mi ha incontrato.

….

Pierfranco Bruni è nato in Calabria. Archeologo, direttore del Ministero dei Beni Culturali e, dal 31 ottobre 2025, membro del CdA dei Musei e Parchi Archeologici di Melfi e Venosa, nominato dal Ministro della Cultura; presidente del Centro Studi “Francesco Grisi” e già componente della Commissione UNESCO per la diffusione della cultura italiana all’estero.

Nel 2024 è stato Ospite d’onore per l’Italia per la poesia alla Fiera Internazionale di Francoforte e Rappresentante della cultura italiana alla Fiera del libro di Tunisi.

Incarichi in capo al Ministero della Cultura:

Presidente Commissione Capitale italiana città del Libro 2024;

Presidente Comitato Nazionale Celebrazioni centenario Manlio Sgalambro;

Segretario unico comunicazione del Comitato Nazionale Celebrazioni Eleonora Duse.

È inoltre presidente nazionale del progetto “Undulna Eleonora Duse” e presidente e coordinatore scientifico del progetto “Giacomo Casanova 300”.

Ha pubblicato libri di poesia, racconti e romanzi. Si è occupato di letteratura del Novecento con studi su Pavese, Pirandello, Alvaro, Grisi, D’Annunzio, Carlo Levi, Quasimodo, Ungaretti, Cardarelli, Gatto, Penna, Vittorini e sulle linee narrative e poetiche del Novecento che richiamano le eredità omeriche e le dimensioni del sacro.

Ha scritto saggi sulle problematiche relative alla cultura poetica della Magna Grecia e, tra l’altro, un libro su Fabrizio De André e il Mediterraneo (“Il cantico del sognatore mediterraneo”, giunto alla terza edizione), nel quale esplora le matrici letterarie dei cantautori italiani e il rapporto tra linguaggio poetico e musica, tema che costituisce un modello di ricerca sul quale Bruni lavora da molti anni.

Studioso di civiltà mediterranee, Bruni unisce nella sua opera il rigore scientifico alla sensibilità umanistica, ponendo al centro della sua ricerca il dialogo tra le culture, la memoria storica e la bellezza come forma di identità.
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