Pierfranco Bruni
Il giorno scendeva senza fretta sul bordo di pietra del tempio. Lo Sciamano di nome Yucatán riconobbe l’orme del Re prima ancora di vederlo. La sabbia conserva sempre l’eco del passo quando il potere ha imparato a pesare.
Indossava una pelle di giaguaro segnata dal tempo e una collana di semi neri che suonavano come pioggia lieve sui vasi di terracotta.
il Re arrivò con vesti di lino e oro con una spada che non aveva mai tagliato nulla di vivo e occhi abituati a leggere mappe e bilanci.
Si fermarono vicino a un pozzo secco dove un tempo l’acqua sapeva di miele.
Disse: Ho percorso deserti amministrati da funzionari ho firmato decreti che diventano strade ho costruito granai per paura della carestia.
Lo Sciamano così rispose: Io percorro sogni amministrati dagli antenati io firmo con il fumo sugli altari io costruisco intrecci di corda per paura che il vento dimentichi il sentiero.
Non fu sfida. Fu constatazione come quando si nominano due specie di albero sotto lo stesso cielo.
Parlarono di provvidenza.
Il Re la chiamava ordine delle cose. Ovvero la definiva come una lista che tiene in equilibrio entrate e uscite.
Lo Sciamano la chiamava invecd respiro della notte. È ciò che arriva quando hai smesso di tendere trappole. Pronunciò.
Il Re indicò le mura che aveva fatto alzare pietra su pietra e disse: Ecco la provvidenza. È calcolo. È magazzino. È progetto che resiste alle siccità.
Lo Sciamano raccolse una piuma caduta da un uccello invisibile e la posò sulla palma aperta: Ecco la provvidenza. È il ramo che non si spezza sotto il peso improvviso del nido. È il frutto che cade prima che tu abbia fame.
Il vento portò odore di resina bruciata e il Re sentì che le due frasi non si combattevano. Abitavano stanze diverse della stessa casa.
La sera calò con il colore delle foglie di mais secche.
il Re ammise di temere gli anni magri e di contare i raccolti come chi conta i battiti quando l’ansia stringe l’anima.
Lo Sciamano parlò di un tempo in cui una piaga aveva vuotato i villaggi e la gente aveva pregato divinità di pietra e nulla era accaduto finché una donna di nome Maria aveva offerto il suo unico cesto all’albero del ceibo. Aveva sentito nel legno un richiamo sordo e il giorno dopo erano arrivate formiche rosse a ripulire i campi e poi la pioggia sottile…
La provvidenza non è un patto. È un ascolto. È la mano che trovi sul tuo gomito quando stai per cadere e non sai di chi sia.
Si sedettero senza tavoli né pergamene.
il Re estrasse da una borsa un anello d’oro e lo mise accanto alla ciotola di copale dello Sciamano.
Metallo e fumo riconobbero la stessa stanchezza.
Lo Sciamano versò polvere di mais intorno all’anello. Tracciò un cerchio dove il vento potesse entrare e uscire senza chiedere permesso.
Provvidenza è anche questo.
Quando la notte fu fonda si alzarono con la schiena intorpidita.
il Re chiese come si fa ad ascoltare quel respiro della notte.
Lo Sciamano: Togli le scarpe davanti alla porta. Togli le pretese davanti al sonno. Lascia che il buio entri con i suoi insetti e le sue radici e impara la pazienza di attendere senza alcuna lista.
il Re ascoltò e non prese appunti perché certi insegnamenti si scrivono sull’orlo del gesto.
Si salutarono senza promesse.
il Re tornò verso le mura con il passo di chi ha capito che il magazzino non basta.
Lo Sciamano si inoltrò verso la selva con il passo di chi sa che anche il re è un figlio in prestito.
Nel punto dove erano stati rimase il cerchio di polvere con l’anello dentro e la piuma accanto.
La provvidenza non è una bilancia disse il vento.
Nel deserto tutto si conserva a lungo. Il cerchio la piuma l’oro rimasero. Poi la pioggia li portò via. Non per cancellarli. Ma per consegnarli a chi avrebbe avuto bisogno di imparare che provvedere non è controllare. È riconoscere un passo antico nel buio.
Intanto la donna dal nome Maria sognò che lo Sciamano era rimasto nel suo cuore. Un bel giorno ricevette una lettera portata dal vento del deserto nella quale c’era scritto…
Non è dato saperlo. Ma è certo che lo Sciamano aveva scritto una lettera sulla bellezza e la bellezza era custodita negli occhi di verde luna di Maria.
…

Pierfranco Bruni è nato in Calabria. Archeologo, direttore del Ministero dei Beni Culturali e, dal 31 ottobre 2025, membro del CdA dei Musei e Parchi Archeologici di Melfi e Venosa, nominato dal Ministro della Cultura; presidente del Centro Studi “Francesco Grisi” e già componente della Commissione UNESCO per la diffusione della cultura italiana all’estero.
Nel 2024 è stato Ospite d’onore per l’Italia per la poesia alla Fiera Internazionale di Francoforte e Rappresentante della cultura italiana alla Fiera del libro di Tunisi.
Incarichi in capo al Ministero della Cultura:
Presidente Commissione Capitale italiana città del Libro 2024;
Presidente Comitato Nazionale Celebrazioni centenario Manlio Sgalambro;
Segretario unico comunicazione del Comitato Nazionale Celebrazioni Eleonora Duse.
È inoltre presidente nazionale del progetto “Undulna Eleonora Duse” e presidente e coordinatore scientifico del progetto “Giacomo Casanova 300”.
Ha pubblicato libri di poesia, racconti e romanzi. Si è occupato di letteratura del Novecento con studi su Pavese, Pirandello, Alvaro, Grisi, D’Annunzio, Carlo Levi, Quasimodo, Ungaretti, Cardarelli, Gatto, Penna, Vittorini e sulle linee narrative e poetiche del Novecento che richiamano le eredità omeriche e le dimensioni del sacro.
Ha scritto saggi sulle problematiche relative alla cultura poetica della Magna Grecia e, tra l’altro, un libro su Fabrizio De André e il Mediterraneo (“Il cantico del sognatore mediterraneo”, giunto alla terza edizione), nel quale esplora le matrici letterarie dei cantautori italiani e il rapporto tra linguaggio poetico e musica, tema che costituisce un modello di ricerca sul quale Bruni lavora da molti anni.
Studioso di civiltà mediterranee, Bruni unisce nella sua opera il rigore scientifico alla sensibilità umanistica, ponendo al centro della sua ricerca il dialogo tra le culture, la memoria storica e la bellezza come forma di identità.
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