Se Hegel ha spinto l’uomo antropologico sino alla fenomenologia, la letteratura del ritorno lo ha condotto verso il mito: una dimensione in cui gli archetipi aprono direttamente al senso della memoria. Una scrittrice che trova nella metafisica dei personaggi una curiositas ancestrale, sospesa tra dimensione popolare e senso tragico e onirico, è certamente Grazia Deledda.
“La vita passa e noi la lasciamo passare come l’acqua del fiume, e solo quando manca ci accorgiamo che manca”: è la Deledda di Canne al vento. La scrittrice, Nobel per la letteratura 1926, ha trascinato il senso della memoria entro le pareti del mito, in una icona che ha un vissuto da “sottosuolo”, dove le nostalgie sono richiamo rigoroso di simboli che solo in apparenza possiedono una visione naturalista.
Il paesaggio non è ciò che si vede in un immaginario geografico: il vero paesaggio della Deledda è fenomenologico. La dimensione dell’apparenza cammina nel suo linguaggio, che esprime il tempo cangiante, sospeso tra il terribile del perduto e il profetico del mistero che si annuncia. I suoi personaggi incarnano il destino di un’epoca in decadenza, non un’epica decadente: solcano il reale attraverso il pozzo del passato.
Il passato è memoria nel Paese del vento, proustiana lezione del non-dimenticare; ma è anche autocoscienza in Cosima, romanzo del limite — non del finito — degli orizzonti che, dal senso ancestrale, conducono a un incipit quasi dantesco: una vita nuova.
Cos’è, dunque, la “vita nuova” nella Deledda, se non un attraversamento di autometafora? Non significa soltanto scardinare una vita con un linguaggio biografico, ma ripensarla attraverso un vocabolario dell’esistente, inteso come esistenza del possibile: ciò che era impossibile nell’incipit diviene, alla fine, possibile.

Dirà Deledda: “Mutiamo tutti, da un giorno all’altro, per lente e inconsapevoli evoluzioni, vinti da quella legge ineluttabile del tempo che oggi finisce di cancellare ciò che ieri aveva scritto nelle misteriose tavole del cuore umano”.
Il proustiano abbandono della storia e la discesa nel sottosuolo della consapevolezza della memoria sono, appunto, una fenomenologia dello spirito: una lettura non hegeliana in origine, ma divenuta tale attraverso gli strumenti fenomenologici applicati non alla critica, bensì alla creatività della pagina.
La Deledda non è il ricordo nel rimorso o nel rimpianto; non è gli uomini in nero, le donne con lo scialle sardo, o i paesaggi isolani. Non va letta con questi parametri. La sua è una concezione della letteratura come altro e oltre la letteratura stessa.

Cosima è la sintesi di tutto, ma anche il raggruppamento di tutti i personaggi in uno solo: Cosima. Un brano consistente racconta la scrittrice e la donna:
“L’editore mandò cento copie del volume, per tutto compenso dell’opera: il valore non superava quello dell’olio e del vino rubati in cantina; e il grosso pacco piombò in casa come un bolide sconquassatore. La madre ne fu atterrita (…)”.
Per la scrittrice fu un disastro morale completo: zie inacidite, benpensanti del paese, donne che non sapevano leggere ma consideravano i romanzi libri proibiti. Un rogo di malignità, supposizioni scandalose, profezie libertine. Persino Andrea era scontento: non così aveva sognato la gloria della sorella, minacciata perfino nel trovare marito.
Il tutto è qui. Il meno è qui. Il Novecento delle civiltà travestite da transizioni antropologiche è nelle pagine di Cosima. Grazia Deledda è Cosima, al di là del bene e del male, in una visione hegeliana attraversata da echi di Nietzsche: il viaggio dell’esistere si dispiega entro una griglia di archetipi. Il suo tempo è il mondo, e il mondo è la rappresentazione vichiana di una ciclicità del primitivo che tenta di abbandonare il “selvaggio” del mito e del rito per farsi archetipo del ritorno.
La Deledda vive nell’abisso del ritorno metaforico, non metastorico. Dov’è la storia? Una parvenza. Dov’è il naturalismo? Una crepa dell’esistenzialismo, che resta esistenziale perché legato alla memoria. Dove il realismo? È una forma simbolica e manierista per andare oltre don Gesualdo. Deledda è la “provvidenza manzoniana” applicata alla definizione dei personaggi nel tempo, non nella storia.
L’incipit di Cosima è già tutto questo: il narrato nel narrabile, profeticamente sospeso tra letteratura e vita.

Quanta confessione, come genere letterario, insiste nella Deledda? Maria Zambrano avrebbe detto che la sua confessione è semplicemente un “sapere dell’anima”.
Siamo dunque nella fenomenologia dell’apparenza, ovvero dello spirito. L’importanza delle “cose” può essere fondamentale? Non direi cose, ma fatti: fatti tra eventi e destini.
“Finalmente arrivò il giorno tanto atteso…”, scrive in Elias Portolu. Perché occorre sempre “frugare nel camino” e chiedere alla cenere di restituire dall’occulto l’oblio. L’incendio nell’oliveto è vento dell’anima: l’immaginario come immaginazione. Ascoltare il vento è sentire la voce della madre: “…il rumore del vento accompagnato dal mormorio degli alberi” è il ritmo de La madre.
In Memorie infantili da Azzurro dirà: “Infanzia!… È forse questa una parola magica e misteriosa (…)”. Il cerchio non si chiude. Ma cerchio resta: è l’infinito che diviene tramite dell’impossibile verso il possibile.
Riaffiora così Cosima: l’autocoscienza, la fenomenologia rousseauniana dell’infanzia dell’uomo che scava nel sottosuolo dei popoli e del primitivo che abita la stanza degli uomini: “Anche questa lezione le servì per la scuola della vita…”.
Dalla fenomenologia alla metafisica vi è la visione di un tempo che non crea comparazioni con la storia, bensì con la memoria. Il tempo è sempre un labirinto nel quale non si è stanziali: si viaggia.
Deledda ha viaggiato tra i personaggi e una geografia che incontra una vera e propria “ragione poetica”.
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Pierfranco Bruni è nato in Calabria. Archeologo, direttore del Ministero dei Beni Culturali e, dal 31 ottobre 2025, membro del CdA dei Musei e Parchi Archeologici di Melfi e Venosa, nominato dal Ministro della Cultura; presidente del Centro Studi “Francesco Grisi” e già componente della Commissione UNESCO per la diffusione della cultura italiana all’estero.
Nel 2024 è stato Ospite d’onore per l’Italia per la poesia alla Fiera Internazionale di Francoforte e Rappresentante della cultura italiana alla Fiera del libro di Tunisi.
Incarichi in capo al Ministero della Cultura:
Presidente Commissione Capitale italiana città del Libro 2024;
Presidente Comitato Nazionale Celebrazioni centenario Manlio Sgalambro;
Segretario unico comunicazione del Comitato Nazionale Celebrazioni Eleonora Duse.
È inoltre presidente nazionale del progetto “Undulna Eleonora Duse” e presidente e coordinatore scientifico del progetto “Giacomo Casanova 300”.
Ha pubblicato libri di poesia, racconti e romanzi. Si è occupato di letteratura del Novecento con studi su Pavese, Pirandello, Alvaro, Grisi, D’Annunzio, Carlo Levi, Quasimodo, Ungaretti, Cardarelli, Gatto, Penna, Vittorini e sulle linee narrative e poetiche del Novecento che richiamano le eredità omeriche e le dimensioni del sacro.
Ha scritto saggi sulle problematiche relative alla cultura poetica della Magna Grecia e, tra l’altro, un libro su Fabrizio De André e il Mediterraneo (“Il cantico del sognatore mediterraneo”, giunto alla terza edizione), nel quale esplora le matrici letterarie dei cantautori italiani e il rapporto tra linguaggio poetico e musica, tema che costituisce un modello di ricerca sul quale Bruni lavora da molti anni.
Studioso di civiltà mediterranee, Bruni unisce nella sua opera il rigore scientifico alla sensibilità umanistica, ponendo al centro della sua ricerca il dialogo tra le culture, la memoria storica e la bellezza come forma di identità.
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