PIERFRANCO BRUNI
Agonia angoscia e speranza. Tre princìpì che sono fondamentali nel solco del tempo vissuto del tempo presente e nel futuro che rincorre le tracce del passato. Siamo passato e siamo sempre presente. Oltre la modernità.
Manlio Sgalambro è il solitario cavaliere che cerca nella misantropia il gesto della nostalgia. Carlo Michelstadter abita la solitudine come consapevole atto esistenziale. Non c’è però misantropia filosofica. C’è invece la persuasione. Sgalambro sembra ascoltare la retorica che nasce nel mito greco. Ma il greco sentire c’è anche in Michelstadter.
Il tempo come misura di lontananza è la loro empatica visione del viaggio. Un linguaggio oltre la metafisica. Qui si lega però Maria Zambrano con la sua metafisica. Un tempo inafferrabile nel cerchio e nel labirinto del pensare il pensiero. Non una contraddizioni in atto.

Ma semplicemente una fenomenologia del fatto che centralizza l’essere come Essere del mondo.
In Sgalambro e in Michelstadter il tempo è centrale come lo è il senso di morte. Un orizzonte che assume il senso del linguaggio della vita e del morire. Vita e morte sono un intreccio imprescindibile soprattutto nel Michelstadter della crisalide e della metafora del confine. In Sgalambro il morire è nella saggezza alchemica del misantropo.
In Zambrano diventa l’attesa nel bosco con i suoi chiari aurorali. Un mondo a sé per la Zambrano. Un mondo altro per Sgalambro e Michelstadter anche se in questi ultimi è come se mancasse la speranza, ovvero il concetto dell’alba. In Sgalambro il mondo è pessimo.

In Michelstadter il mondo resta appunto una confessione verso la persuasione. Il già vissuto è conoscenza. Il vivere è una visione della retorica. Ombre necessarie della conoscenza che tutto è un morire anche oltre la notte. Il tramontare è un viaggio nicciano nel terribile del tempo.
Sgalambro e Michelstadter vivono questo tempo apocalittico del terribile. In Zambrano invece il terribile non c’è perché insiste quella fenomelogia del rinascere che è costantemente legato però al tragico dell’esistere. Il tragico comunque è una componente che vibra le sue corde nei tre filosofi come se fosse una gnosi del sapere e l’oblio è la caratteristica del dolore e dell’esilio.
Michelstadter è poeta e filosofo dell’esilio, della lontananza e del distacco con una differenza che nasce proprio dal dato che Michelstadter è dentro la cultura e la formazione ebraica come lo è d’altronde Kafka che unisce legando in un cerchio epistemologico i tre pensatori dal pensiero forte e mai relativista.
Maria Zambrano nasce dentro il tempo di Heidegger, ovvero nell’essere e tempo. Sgalambro nella consolazione che il tempo è Essere sorseggiando come Zambrano Agostino. Michelstadter lascia la città del sole di Campanella e si inerpica anch’egli lungo l’agostiniana città di Dio. Non si tratta di un epistema religioso. Bensì metafisico con delle divergenze su Uomo Dio Tempo.
In Michelstadter non c’è un suicidio, reale sì, filosofico e tanto meno metafisico bensì esistenziale e quasi decadente.

In Zambrano non c’è proprio alcun suicidio. In Sgalambro il suicidio diventa la conversione alla tentazione di capire le macerie e le rovine (come in un certo Cioran) in un mondo però che è angosciato dal pessimo.
La dimensione onirica dell’esistere è il destino di una parola che folleMente intrappola il tempo come nulla.

La contraddizione è proprio qui. In quel dritto e rovescio molto caro a Albert Camus che Sgalambro e Zambrano conoscono e che Michelstadter non ha ancora, in quel contesto, conosciuto perché il Mediterraneo in Carlo è presenza mitteleuropea.
Qui si consuma la storia. Quella storia della ragione (quella storia e quella ragione) che nessuno vuole solcare. Il dubbio è la non sincronia dell’amore e del disamore. O forse è il dubbio che si manifesta come il superamento pascaliano di ogni ragione. Se la Mente è un vedere il Cuore è un sentire. Siamo a uno Schopenhauer mutuato da Wagner e a un Nietzsche delle aporie del nostos.
La caratterizzazione della grecità profondo è un caposaldo della poesia nella filosofia e viceversa ma è la Tradizione che tiene insieme tutti e il Tutto. Quindi il Nulla non può confrontarsi con l’Essere come avrebbe voluto Sartre. Non confrontandosi non può nascere neppure una comparazione. La vita è quella che si vive con la sua Memoria. Non quella che si immagina.
La cena non si consuma con Hegel. Con loro Hegel viene accontanato e si và verso uno Schopenhauer della consapevolezza del tragico nell’immenso scenario che si prepara con lo Zarathustra che dialogare con una scienza gaia che sa consacra quella nuova epoca di un al di là del bene e del male. In fondo Michelstadter Zambrano Sgalambro sono in un tempo patico del vivere.
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Pierfranco Bruni è nato in Calabria.
Archeologo direttore del Ministero Beni Culturali, presidente del Centro Studi “ Francesco Grisi” e già componente della Commissione UNESCO per la diffusione della cultura italiana all’estero.
Nel 2024 Ospite d’onore per l’Italia per la poesia alla Fiera Internazionale di Francoforte e Rappresentante della cultura italiana alla Fiera del libro di Tunisi.
Incarichi in capo al Ministero della Cultura
• presidente Commissione Capitale italiana città del Libro 2024;
• presidente Comitato Nazionale Celebrazioni centenario Manlio Sgalambro;
• segretario unico comunicazione del Comitato Nazionale Celebrazioni Eleonora Duse.
È inoltre presidente nazionale del progetto “Undulna Eleonora Duse”, presidente e coordinatore scientifico del progetto “Giacomo Casanova 300”.
Ha pubblicato libri di poesia, racconti e romanzi. Si è occupato di letteratura del Novecento con libri su Pavese, Pirandello, Alvaro, Grisi, D’Annunzio, Carlo Levi, Quasimodo, Ungaretti, Cardarelli, Gatto, Penna, Vittorini e la linea narrativa e poetica novecentesca che tratteggia le eredità omeriche e le dimensioni del sacro.
Ha scritto saggi sulle problematiche relative alla cultura poetica della Magna Grecia e, tra l’altro, un libro su Fabrizio De André e il Mediterraneo (“Il cantico del sognatore mediterraneo”, giunto alla terza edizione), nel quale campeggia un percorso sulle matrici letterarie dei cantautori italiani, ovvero sul rapporto tra linguaggio poetico e musica. Un tema che costituisce un modello di ricerca sul quale Bruni lavora da molti anni.
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