di Domenica Puleio
In concorso al Taormina Film Festival nella sezione “Sguardi di Sicilia”, il nuovo documentario del regista e attore messinese scava nelle macerie della tragedia del 2009. Un’opera intima, nata da un archivio rimasto sepolto per anni, che rifiuta la spettacolarizzazione del dolore per dare voce ai sopravvissuti e alla fragilità delle nostre certezze.
Non è una Sicilia da cartolina, né quella del glamour da festival, quella che Daniele Gonciaruk ha deciso di portare sul grande schermo. Il suo cortometraggio Fango (prodotto da Officine Dagoruk con la collaborazione tecnica di LaserFilm e il contributo di Rai Teche) è un pugno nello stomaco che ti costringe a guardare dove la terra sanguina ancora. Al centro del racconto c’è l’alluvione che il 1° ottobre 2009 devastò il villaggio di Giampilieri, frazione collinare di Messina, provocando 37 vittime.
A diciassette anni da quel disastro, Gonciaruk rompe il silenzio e lo fa tornando a Taormina quattordici anni dopo il suo debutto con Storie Sicilian Comedy. Lo incontriamo a poche ore dalla proiezione ufficiale, per capire cosa significhi sollevare il velo di polvere e fango da una ferita collettiva mai rimarginata.
Daniele, in “Fango” hai fatto una scelta radicale che spezza la tradizione del documentarismo classico: non c’è una voce narrante a guidare lo spettatore. Hai preferito lasciare la parola esclusivamente al fango, all’acqua e alle voci spezzate dei sopravvissuti raccolte in un bar del paese. Perché questa sottrazione? È un atto di rispetto verso la tragedia o la convinzione che la retorica della parola non avrebbe retto la brutalità di quelle immagini?
«Un po’ entrambe le cose, hai colto nel segno. In fase di montaggio mi sono reso conto che non volevo utilizzare gli schemi del documentario classico. Ho asciugato tutto, sottraendo qualsiasi elemento che potesse risultare ridondante. Questo breve documentario è concepito come un viaggio personale, quasi introspettivo, e volevo che le uniche cose a parlare fossero le immagini, gli sguardi, le parole dei sopravvissuti e, come facevi notare, il rumore dell’acqua. Non ho inserito numeri, nomi, nulla: c’è solo la viva testimonianza dell’evento visto da me e dagli occhi dei diretti testimoni.»
Il cuore pulsante del corto è un tuo archivio personale rimasto sepolto per ben diciassette anni. Hai girato quelle immagini nei giorni immediatamente successivi al disastro del 1° ottobre 2009, superando divieti e ostacoli logistici enormi. Cosa ti ha spinto, in quel momento di caos e fango reale, a violare i blocchi per filmare, e perché hai sentito il bisogno di aspettare quasi due decenni prima di dare una forma pubblica a quel materiale?
«Quando accadde questo terribile disastro io non ero in città, vivevo a Roma. La mattina dopo, quando aprii i quotidiani online e appresi delle devastanti frane che avevano sconvolto Giampilieri e le località vicine, fui pervaso da un profondo senso di impotenza e sconcerto. Avrei voluto essere lì e offrirmi come volontario, mi sentivo inutile in un momento in cui anche il più piccolo contributo poteva aiutare. Quando ho avuto la possibilità di tornare in Sicilia, un paio di settimane dopo, ho sentito il bisogno impellente di rendermi conto con i miei occhi di quanto era successo. Volevo capire da vicino la portata di una tragedia che nel frattempo stava accendendo polemiche e accuse nell’opinione pubblica.
Ma quel viaggio verso Giampilieri, pian piano, è diventato qualcos’altro. Ha aperto riflessioni più profonde e intime. Quel disastro, ai miei occhi, non era più solo lo sconvolgimento di una comunità, ma un terremoto che colpiva al cuore le nostre solide certezze, parlando alla parte più fragile delle nostre convinzioni. Ho tenuto questo materiale chiuso in un cassetto per lungo tempo perché rivederlo mi procurava sempre dolore. Ho iniziato a lavorarci, costruendo una prima bozza di montaggio, solo durante il periodo della pandemia e dell’isolamento; e credo non sia un caso. Ci sono voluti quasi cinque anni per mettere ordine in quei ricordi e sintetizzare quell’enorme mole di riprese nei venti minuti del documentario.»
Nel corto, persino il rumore dei tuoni è reale ed è stato registrato dagli stessi abitanti di Giampilieri durante la tempesta. Nelle tue note di regia parli di “pelle della tragedia che aderisce alle cose”. Come avete lavorato sulla post-produzione audio per evitare che il suono diventasse un artificio cinematografico o un commento drammatico, mantenendo invece quella verità acustica così primitiva e violenta?
«Le mie riprese sono accompagnate da alcune testimonianze audio raccolte in rete, registrate dagli abitanti di Giampilieri poco prima del disastro. Durante questa ricerca mi colpì molto un video in particolare, in cui una famiglia assisteva in diretta ai primi minuti dell’arrivo di quella tremenda alluvione. In quella registrazione si sentiva chiaramente il rumore del vento e dei tuoni che avevano così tanto impressionato le persone, e di cui alcuni protagonisti parlano anche nel corto. In post-produzione l’unico intervento è stato quello di ripulire il suono. Non volevo nessun artificio: persino le interviste sono state registrate senza l’ausilio di luci particolari, cogliendo tutto nella sua posizione naturale. Questa doveva e voleva essere la cifra stilistica di tutto il lavoro.»
Torni a Taormina quattordici anni dopo il tuo debutto alla regia con “Storie Sicilian Comedy”. Questa volta, però, porti in concorso una Sicilia che non è una cartolina, ma una terra fragile, ferita e troppo spesso dimenticata dalle istituzioni. Presentare un’opera sul disastro idrogeologico a pochi chilometri da Messina ha un peso politico e sociale enorme. Che reazione ti aspetti da un festival che per sua natura celebra il glamour, di fronte a una verità così scomoda e sporca?
«Devo essere sincero: non lo so. Di certo posso dirti che non c’è stata alcuna intenzionalità politica a tavolino. Questo lavoro è un parto lungo e faticoso che ha visto la luce solo quando ho sentito che potevo finalmente parlarne. Le volte in cui mi sono fermato durante il montaggio e ho rimesso tutto nel cassetto sono state innumerevoli. Con il materiale che avevo girato avrei potuto realizzare un documentario di un’ora e mezza, e sono stato molto combattuto su questo. Alla fine ho capito che non volevo fare un lavoro di denuncia fine a se stesso, né accendere polemiche, perché quello di cui volevo parlare ha più a che fare con noi, con il singolo individuo, che con la politica. La chiave di lettura, d’altronde, la offre il primo cartello che appare prima dell’inizio del cortometraggio. Spero che si colga questo aspetto intimo.»
La tua carriera recente vive di contrasti straordinari: sei passato dal set monumentale de “L’Abbaglio” di Roberto Andò, dove interpreti un mito risorgimentale come Nino Bixio, alla solitudine della regia, del montaggio e delle riprese di un documentario intimo e doloroso come questo. Come convivono in te queste due anime? L’esperienza teatrale e la disciplina appresa all’Accademia “Silvio d’Amico” ti hanno aiutato a gestire il carico emotivo delle interviste ai sopravvissuti?
«Prima parlavi di “glamour”. Ecco, io penso di essere la persona meno glamour della terra. Vengo da un quartiere molto popolare di Messina, un quartiere difficile e per molti anni violento. Provengo da una famiglia decisamente normale e l’aver frequentato l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” mi ha ulteriormente forgiato. Dico spesso che quei tre anni sono stati il mio periodo di leva militare. La mia passione per il cinema nasce probabilmente prima di quella per il teatro, è una storia lunga. Di certo ho visto tanto e vissuto molte esperienze che negli anni hanno amplificato i miei interessi. Passare dal teatro al cinema per me è abbastanza naturale, sebbene negli ultimi tempi prenda piede il pensiero di voler preferire e concentrarmi solo su uno di questi due mondi. Non è semplice a questo punto della carriera, ma potrebbe accadere. Per quanto riguarda le testimonianze dei sopravvissuti, posso dirti solo una cosa: ogni volta che rivedo le interviste che ho realizzato, ancora oggi, mi commuovo.»
Hai dichiarato esplicitamente che questo lavoro “non cerca colpevoli né eroi”, ma si concentra sulla ricerca ostinata di una possibile rinascita. Eppure, la tragedia di Giampilieri grida ancora vendetta per l’incuria umana e l’illusione del controllo sul territorio. Non c’è il rischio che l’assenza di un atto d’accusa politico nel tuo film possa essere scambiata per rassegnazione, o credi che la pura testimonianza dell’esistenza del fango sia già la denuncia più violenta possibile?
«È una domanda molto sensata, ed è un punto su cui mi sono soffermato a lungo in questi anni di lavoro. Credo che non ci sia sempre bisogno di esplicitare un messaggio politico o formalizzare un atto d’accusa, semplicemente perché a volte tutto è già dentro un percorso, un’inquadratura, una voce o un’immagine. Il documentario ha un taglio ibrido, più interiore che politico. Non ho voluto esplicitare tutto perché, molto onestamente, mi sarebbe sembrato di fare la scelta più scontata e retorica.»
Il cortometraggio ha ricevuto la menzione speciale da parte della giuria Campus Giovani.
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