Roma, 1 febb. 2026 – Nella Basilica di San Lorenzo in Lucina, uno dei luoghi di culto più antichi e stratificati del centro storico di Roma, un recente intervento di restauro ha riportato al centro dell’attenzione pubblica una questione tutt’altro che marginale: il confine, spesso fragile, tra tutela del patrimonio artistico e interferenze del presente. A suscitare discussione è il volto di un cherubino che, dopo l’intervento, appare a molti sorprendentemente somigliante a quello dell’attuale presidente del Consiglio, Giorgia Meloni.
L’episodio si inserisce in una lunga storia di restauri controversi che, negli ultimi decenni, hanno sollevato interrogativi non solo sulla qualità tecnica degli interventi, ma soprattutto sulla loro aderenza ai principi fondamentali della conservazione. In questo caso, tuttavia, il nodo non riguarda un’alterazione grottesca o ingenua, bensì l’introduzione – volontaria o meno – di tratti fisionomici chiaramente contemporanei all’interno di un contesto monumentale che fonda il proprio valore sulla continuità storica e simbolica.
Il cherubino oggetto di discussione si trova in una cappella laterale, in posizione significativa lungo il percorso devozionale della chiesa. La cappella ospita il busto di Umberto II di Savoia, ultimo re d’Italia, realizzato dopo la sua morte dallo scultore Kiril Todorov, e un complesso iconografico fortemente connotato sotto il profilo storico-politico. L’angelo restaurato regge un cartiglio raffigurante la penisola italiana e dialoga visivamente con un secondo cherubino che porge la corona al sovrano in esilio, alludendo in modo esplicito alla vicenda della monarchia sabauda e alla perdita del trono dopo il referendum istituzionale del 1946.
In un simile impianto simbolico, la comparsa di un volto percepito come riconducibile all’attualità politica produce un cortocircuito visivo e semantico.
Non si tratta soltanto di una questione estetica, ma di una frattura nel linguaggio della memoria: l’arte sacra, soprattutto in un edificio storico, non è mai neutra, e ogni elemento figurativo concorre a costruire una narrazione che dovrebbe aspirare alla durata, non alla contingenza.
Fondata secondo la tradizione nel IV secolo sulla domus della matrona Lucina, San Lorenzo in Lucina è attestata con certezza come titulus già nel V secolo. Fu consacrata nel 440 da papa Sisto III e ricostruita in forme romaniche tra XI e XII secolo sotto il pontificato di Pasquale II. Nei secoli successivi la basilica subì numerosi interventi, tra cui il radicale riassetto seicentesco di Cosimo Fanzago e la riforma ottocentesca voluta da Pio IX, che modificò profondamente l’aspetto della navata. Questo lungo processo di trasformazione rende l’edificio un esempio emblematico della stratificazione storica romana, dove ogni intervento dialoga – o entra in conflitto – con quelli precedenti.
Elevata a basilica minore nel 1908, San Lorenzo in Lucina conserva opere di altissimo valore, come la cappella Fonseca progettata da Gian Lorenzo Bernini, il Crocifisso di Guido Reni e le sepolture di artisti fondamentali della pittura europea, tra cui Nicolas Poussin e Pompeo Batoni. Un patrimonio che impone criteri di intervento particolarmente rigorosi.

Secondo l’iscrizione apposta a margine del restauro – Instauratum et exornatum, Bruno Valentinetti AD MMXXV – l’intervento è stato realizzato da Bruno Valentinetti, ottantatreenne, attivo da tempo nella parrocchia come decoratore volontario. L’autore respinge qualsiasi intento politico, sostenendo di aver ripreso un volto già esistente, frutto di un precedente restauro risalente agli inizi degli anni Duemila.
Una spiegazione che, tuttavia, non dissolve i dubbi sollevati dalla vicenda. La questione centrale riguarda infatti il metodo e la legittimità dell’intervento. Il Codice dei beni culturali e del paesaggio stabilisce che qualsiasi azione su un bene inserito in un contesto tutelato debba essere autorizzata e condotta secondo criteri scientifici, da professionisti qualificati. Anche opere relativamente recenti, se collocate all’interno di un edificio vincolato, rientrano in un regime di tutela indiretta che ne condiziona le modalità di intervento.
La Diocesi di Roma ha precisato che gli enti competenti erano stati informati di un restauro conservativo che non avrebbe dovuto introdurre modifiche sostanziali. La variazione del volto del cherubino sarebbe dunque avvenuta senza preventiva comunicazione.
È su questo punto che si concentrano ora le verifiche della Soprintendenza, chiamata a stabilire se l’intervento abbia violato le norme vigenti e se sia necessario un ripristino dello stato precedente.
Al di là delle polemiche politiche e mediatiche, l’episodio riporta in primo piano una questione più ampia: fino a che punto il presente può inscriversi nel patrimonio del passato senza comprometterne il senso?
La storia dell’arte insegna che ogni epoca lascia tracce, ma la conservazione moderna si fonda su un principio diverso da quello della creazione: non aggiungere, non interpretare, non attualizzare, bensì trasmettere.
In questo senso, il caso di San Lorenzo in Lucina non è un semplice incidente iconografico, ma un segnale delle tensioni che attraversano oggi la gestione del patrimonio culturale, sospesa tra devozione, memoria storica, identità politica e responsabilità istituzionale.


