Sergej Esenin, la fiamma che divorò se stessa

Il poeta russo dai capelli d’oro, l’amore tempestoso con Isadora Duncan e l’epilogo di una vita vissuta oltre il limite

La notte tra il 27 e il 28 dicembre 1925, in una stanza dell’Hotel Angleterre di Leningrado, Sergej Esenin chiuse il cerchio di una vita vissuta come un incendio. Aveva trent’anni. Prima di morire, lasciò un gesto che appartiene più al mito che alla cronaca: versi tracciati con il proprio sangue, come se la parola poetica esigesse, fino all’ultimo, un sacrificio fisico. Non fu soltanto un suicidio, ma un atto estremo di fedeltà a se stesso.
Esenin proveniva dal villaggio di Konstantinovo, da una Russia contadina che non avrebbe mai smesso di abitare la sua poesia. La sua voce nacque dalla terra: betulle, campi sconfinati, fiumi lenti, una natura elevata a memoria collettiva. Ma a quella radice arcaica si unì presto un’inquietudine moderna, una frattura interiore che il successo non fece che approfondire. Divenne celebre in giovanissima età, amato visceralmente, simbolo lirico di una Russia perduta. Il talento che lo consacrò fu anche ciò che lo rese vulnerabile.
Nel 1921, nella Mosca febbrile del primo doporivoluzione, Esenin incontrò Isadora Duncan.

Lei aveva quarantaquattro anni, era già una figura leggendaria della danza moderna, celebrata in Europa e in America; lui ne aveva ventisei, ed era un poeta irregolare, inquieto, già percorso da una stanchezza precoce. Diciassette anni di differenza, una lingua diversa, mondi culturali lontani: tutto sembrava separarli. Eppure si riconobbero immediatamente. Il loro fu un incontro primordiale, istintivo, fondato su una comunicazione che precedeva la parola: il corpo, il ritmo, l’eccesso come lingua comune.
Da quel momento la poesia di Esenin iniziò a mutare. Alla luminosità agreste si sovrappose una tonalità più scura, una coscienza dolorosa della propria estraneità al mondo. I versi divennero confessione e rivolta insieme, canto e autodistruzione. Il matrimonio con Isadora, celebrato nel 1922, non fu un approdo ma una navigazione in tempesta. Durante i viaggi in Europa e negli Stati Uniti, Esenin si sentì sempre più sradicato: lontano dalla Russia che alimentava la sua immaginazione, schiacciato dalla fama internazionale della moglie, cominciò a percepirsi come un’ombra accanto a una figura monumentale.
Isadora tentò di sostenerlo, di salvarlo, forse di proteggerlo da se stesso. Ma Esenin non era un uomo redimibile. L’alcol, la gelosia, l’insicurezza e una solitudine crescente logorarono il loro legame. Nel 1923 tornò in Russia come si torna a un luogo dell’anima, ma neppure quella terra seppe restituirgli pace. Gli ultimi anni furono un declino lucido e feroce, segnato da crisi, ricoveri e da una crescente familiarità con l’idea della fine.
Il suo ultimo poema, scritto poco prima di morire, non è un grido ma un congedo. In quelle parole rivolte a un amico si avverte una calma terribile, come se il poeta avesse finalmente accettato l’inevitabile. La frase conclusiva — «Morire, in questa vita, non è una novità. Ma vivere, certo, non lo è di più» — suona come un bilancio definitivo, privo di illusioni.
Due anni dopo, nel 1927, anche Isadora Duncan trovò la morte in modo improvviso e assurdo. A Nizza, mentre viaggiava su un’automobile scoperta, la lunga sciarpa che indossava si impigliò nella ruota posteriore del veicolo, spezzandole il collo all’istante. Aveva cinquant’anni. Una fine tragica e simbolica, quasi coreografica nella sua crudeltà, come se il destino avesse voluto imprimere anche sul suo corpo il segno dell’eccesso che aveva attraversato la sua vita.
Di quella storia non resta soltanto la tragedia, ma una fiamma intatta. Esenin continua a vivere come una presenza inquieta nella letteratura del Novecento: un poeta che non seppe — o non volle — separare la vita dall’opera, che pagò ogni verso con il proprio corpo. La sua vicenda, intrecciata a quella di Isadora, racconta che esistono talenti e amori che non devastano ciò che toccano, ma chi li ospita.
Esenin non fu sconfitto dalla poesia. Ne fu consumato. Ed è forse per questo che la sua voce, ancora oggi, non conosce silenzio.

*già docente universitaria

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