Con Pierfranco Bruni, Alessandro Giuli, Suzana Glavaš, Antonella Gallarotti, Elena Guerra per onorare la memoria del goriziano poliglotta, poeta, scrittore pittore e aspirante traduttore Carlo Michelstädter (Gorizia, 3 giugno 1887 – Gorizia, 17 ottobre 1910) morto suicida.
Presentazione della pubblicazione di un’opera alternativa nel panorama editoriale: un volume che raccoglie alcune sue poesie scelte e tradotte in varie lingue. Curata con rigore, l’opera presenta 15 poesie originali, esplorando temi e immagini dell’autore. L’antologia mira a far vibrare l’eco dei versi originali, unendo filologia e musicalità. Presentano le tre curatrici del volume, con la partecipazione di Pierfranco Bruni e Alessandro Giuli.
Si prosegue con la presentazione di un originale florilegio di 15 poesie in 12 lingue dell’allievo forse più noto dello Staatsgymnasium: Carlo Michelstaedter. L’opera, una straordinaria sfida culturale, tecnica e creativa, è un “monumento letterario a Carlo e all’arte della traduzione nella sua Gorizia” (Suzana Glavaš).
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Carlo Michelstaedter nasce a Gorizia, ultimo di quattro figli, da un’agiata famiglia di origini ebraiche. Il padre, Alberto, dirige l’ufficio goriziano delle Assicurazioni Generali ed è presidente del Gabinetto di Lettura goriziano. È un uomo colto, autore di scritti letterari e di conferenze, rispettoso delle usanze tradizionali ebraiche, ma solo formalmente, per rispetto borghese: egli è, anzi, un laico, un «tipico rappresentante della mentalità materialistica dell’Ottocento»[1]. Lo troviamo tra i primi soci della Società Filologica Friulana e ci ha lasciato diversi scritti in friulano goriziano.
Iscritto al severo Staatsgymnasium cittadino, fa propria la rigida Bildung asburgica. Con le traduzioni dal greco e dal latino il giovane Michelstaedter ha i primi approcci con la speculazione filosofica. A iniziarlo sono il suo professore di filosofia, Richard von Schubert-Soldern, fautore del solipsismo gnoseologico.
Conclusi nel 1905 gli studi ginnasiali, Carlo progetta di iscriversi a giurisprudenza; in seguito abbandona l’idea e si iscrive alla facoltà di matematica dell’Università di Vienna. Ma l’anima è già – per dirla con Leopardi – «nel primo giovanil tumulto» verso un altrove ch’egli non riesce a riconoscere nella ferrea logica matematica. Si iscrive al corso di Lettere dell’Istituto di Studi Superiori Fiorentino, città in cui vivrà per quasi quattro anni e dove conoscerà, fra gli altri, Gaetano Chiavacci, futuro curatore delle sue Opere, Vladimiro Arangio-Ruiz, in seguito noto filosofo accademico e Augusto Hermet, scrittore, saggista e traduttore.
Nel 1907 propone a Benedetto Croce la traduzione in lingua italiana di Il mondo come volontà e rappresentazione di Schopenhauer[3] ma non riceverà mai risposta. Nell’aprile di quello stesso anno si era suicidata anche una donna da lui amata, Nadia Baraden (nata Haimowitch), una anarchica di origini russe, sconvolgendolo profondamente. Due anni dopo, nel 1909 un altro grave evento luttuoso segna la sua vita: la morte, per suicidio, del fratello Gino (di dieci anni più vecchio), emigrato a New York[4]. Nell’ottobre dello stesso anno l’amico Enrico Mreule parte per l’Argentina. Questa partenza è segnata da un evento significativo, una sorta di passaggio del testimone: Carlo si fa consegnare da Rico la pistola che portava sempre con sé.Tra il 1909 e il 1910, completati gli esami, ritorna a Gorizia e inizia la stesura della tesi di laurea, assegnatagli dal docente di letteratura greca, Girolamo Vitelli, concernente i concetti di persuasione e di retorica in Platone e Aristotele.
La sua attività è febbrile. Oltre alla Persuasione scrive anche la maggior parte delle Poesie e alcuni dialoghi, tra cui spicca il Dialogo della salute. Il suo isolamento diventa pressoché totale, mangia pochissimo e dorme per terra, come un asceta; vede solo la sorella e il cugino Emilio. Comunica al padre che dopo la tesi «non avrebbe fatto il professore, ma che appena laureato sarebbe andato al mare», forse a Pirano o a Grado.Il 17 ottobre 1910, dopo un diverbio con la madre, impugna la pistola lasciatagli da Enrico Mreule e si toglie la vita. Sul frontespizio della tesi aveva disegnato una “fiorentina”, una lampada ad olio, e aggiunto in greco: apesbésthen, «io mi spensi».Amici e parenti pubblicarono le sue opere e raccolsero i suoi scritti, ora alla Biblioteca Civica di Gorizia.Michelstaedter è sepolto nel cimitero ebraico di Valdirose (Rožna Dolina), oggi nel comune sloveno di Nova Gorica, a poche centinaia di metri dal confine con l’Italia.
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