"Nel ventre e nell’anima" una silloge di Domizia Moramarco

La poesia come Patria di tutti

Un travaglio diverso dal primo, per lei che mamma lo era già nella vita, quello dei 40’anni di Domizia Moramarco. Giovane critica letteraria freelance che esordisce nel panorama editoriale con una silloge: Nel ventre e nell’anima (Letteratura Alternativa, 2018). E lo fa con rispetto, delicatezza, quasi riverenza verso il mondo sibillino e spumeggiante della Parola. Pugliese di Gravina, Domizia vive in Lombardia da circa diciassette anni.

Scopriamo, così, qualcosa in più del suo mondo e della sua opera prima.

 

“Ventre”, ampolla inquieta e creativa degli istinti; “anima”, luogo in cui sedimentano i fermenti della vita. Domizia Moramarco celebra entrambi gli elementi, nel titolo di questa silloge: ma, come donna, oggi, a quale dei due pensa di appartenere e rispondere maggiormente?

Vorrei poter dire “anima”, ma in realtà il processo di sedimentazione, come la natura insegna, è lungo e, per noi umani, faticoso. Il mio stare al mondo è un continuo oscillare fra inquietudine interiore e momenti di consapevolezza, una continua evoluzione che, in fondo, mi piace pensare appartenga a tutti. La vita ci insegna periodicamente che si raggiunge quello stato di pace e armonia interiore solo dopo aver attraversato momenti di “crisi”, termine a cui erroneamente attribuiamo un significato negativo. Il nostro ruolo nel mondo potrebbe essere proprio quello di evolverci come individui, prendendo decisioni vitali, con coraggio, anche quando la vita ci mette di fronte a scelte difficili. 

 

Sono almeno tre le donne firmano, oltre a te, un contributo in questa opera prima. Un piccolo parterre rosa scelto con rigore. Ci parli di loro e di cosa sono state chiamate a raccontare, o interpretare, delle tue poesie?

Con molto piacere. Le tre donne a cui fai riferimento sono, in ordine di apparizione nel libro, Emma Fenu, autrice della prefazione, Francesca Illiano, che ha firmato la postfazione e Maria Grazia Civardi, alla quale ho chiesto di aggiungere una nota finale. Pur essendo donne diverse fra loro, sono accomunate da un unico percorso: la scoperta dell’essere donna nel mondo. Emma è una scrittrice che ammiro molto per la sua intraprendenza e cultura, caratterizzata quest’ultima dallo studio della figura femminile nella storia e nella letteratura. Il suo stile è diverso da quello contemporaneo, è più “classicheggiante” ed è proprio l’elemento della reminiscenza che lo rende interessante, perciò, ne ero certa, la sua penna sensibile sarebbe stata in grado di cogliere le sfumature più sottili, nascoste dietro le parole dei miei componimenti. Francesca, invece, è una cultrice del “verbum”, la sua è una ricerca stilistica attenta e precisa. Come ha fatto nella sua raccolta di racconti “Undici”, la sua penna opera come un bisturi, viviseziona la parola e arriva dritto al cuore del significato. Maria Grazia è una psicologa che con il suo lavoro aiuta a crescere gli individui, a scoprirsi, e i suoi studi sono di matrice junghiana, di cui sono intrise le simbologie presenti nel mio libro. Il loro prezioso contributo, per tanto, consiste proprio nell’aver messo in luce criticamente il processo di evoluzione interiore femminile cui mi ha condotto la composizione della silloge. Permettimi di aggiungere un quarto nome, a questo punto, quello della mia editrice, Romina Tondo, donna risoluta, che è riuscita a realizzare un progetto difficile al giorno d’oggi, quello editoriale, che porta avanti con estrema professionalità e sensibilità di donna.

 

Come Emma Fenu, puntualmente, sottolinea nella prefazione, nelle tue liriche si librano creature (per lo più riferibili, ancora una volta, a un immaginario femminile: animali, elementi naturali, o parti di te stessa che siano, dichiaratamente) unite da un filo rosso: non fanno in tempo a scoprire la bellezza che si para loro davanti, o a vivere appieno la propria. Concordi?

Direi di sì, in quanto l’aspetto mutevole è proprio dell’essere femminile. Il diamante, la crisalide, la fenice, sono tutte simbologie che possiamo associare al cammino della donna nel mondo. Ogni donna può guardare se stessa da innumerevoli angolazioni, scoprirsi un giorno fragile bozzolo, un giorno splendida farfalla, altre volte saper rinascere vincente dalle sue fatiche, lasciando dietro di sé i resti di un passato, ormai, incenerito.

 

Una curiosità piuttosto banale. Si tratta di componimenti scritti negli anni, e che denotano anche evidenti mutamenti della tua vita. Quando e perché ti sei sentita pronta a tirarli fuori dal cassetto? Cosa è scattato?

In realtà la decisione di pubblicare questi miei versi è stata molto lunga, perché, come recita il primo componimento, mi sono sempre chiesta “chi sono io/che oso definire con parole/ quel che di infinito/ c’è intorno a me?”. La parola ha un ruolo profondamente catartico nel processo di individuazione di ciascun essere. In greco il termine “verbum” sottende il concetto di eternità, perciò chi può mai definire cosa? Siamo esseri fluttuanti nell’incommensurabile firmamento e non smetteremo mai di cercarci. Ho sempre amato scrivere, ma c’è stato un lungo periodo della mia vita in cui avevo smesso di “prendere in mano la penna” per scavare dentro me stessa. Ho ripreso a farlo quando la mia vita sembrava aver preso una piega negativa, ovvero non mi trasmetteva più stimoli, e ogni parola che buttavo giù “urlava” questo disagio interiore. Man mano che scrivevo, qualcosa intorno a me cambiava, ricominciavo ad ascoltare l’eco che risaliva dal profondo, quella voce che Socrate chiamava daimon e così, anche grazie ad alcune sedute di kundalini yoga, ho ritrovato la vera me, la Domizia riflessiva che si interroga e che ha da scoprire in ogni istante cosa la vita vuole dirle.

 

La poesia oggi è patria di tutti e nessuno. Sempre più liberi dai dettami della retorica (nel bene e nel male, probabilmente), quelli che non si dilettano a spezzare in versi il flusso delle proprie riflessioni sono rimasti in pochi. Non hai avuto un po’ paura di ricadere nel calderone dei “sì, anch’io scrivo poesie”? E di tentare la forma di letteratura che più difficilmente scala le classifiche del mercato?

Certamente. La sicurezza non mi appartiene di natura. Ho tergiversato molto prima di fare il salto nel mondo della pubblicazione. Il fatto che oggi tutti scrivano poesie può essere un bene, in quanto l’esternazione ci rende più liberi da tarli interiori, spesso inesistenti. Da qui ad affermare di essere poeti, però, la cosa si fa più complessa. Di timori ne ho ancora tanti e sono pronta ad accogliere critiche negative che mi aiutino a migliorare. Oggi la poesia è un genere caduto in disuso, meno fruibile ai fini del mercato editoriale, ma non ha smesso di esistere. Ciascuno è poeta a modo suo quando si ferma “ad ascoltare la vita che gli parla da lontano”. Posso ritenermi fortunata perché la casa editrice che ha deciso di pubblicare la mia raccolta, Letteratura Alternativa, coraggiosamente dà molto spazio al genere della poesia.

 

Ti stai dedicando a un progetto editoriale nuovo. Vuoi anticiparci qualcosa al riguardo?

Un progetto che mi sta a cuore lo avrei da anni, e ogni tanto mi ci dedico, quando improvvisamente l’ispirazione mi coglie, ahimè anche in momenti in cui non è sempre facile fermarsi a scrivere. Si tratta di un romanzo, perché la prosa è il genere che sento maggiormente mio e vorrei misurarmi con uno stile personale e che mi differenzi da altri autori. Pensi sia troppo ambiziosa, adesso?

 

Domizia. Domanda che teme di ciondolare tra il “marzulliano” (e lo diciamo con simpatia sincera) e il pleonastico bello e buono. Che cos’è la poesia?

Una folgorazione dell’anima, una scintilla che torna ad ardere nel momento in cui, inaspettatamente, “il cor non si spaura” quando ci scopriamo piccoli, eternamente fragili, ma vivi in questo mondo.

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