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Lettera alla Generazione Z. Quando la parola diventa assenza

Pierfranco Bruni 

Cara ragazza.

Ti scrivo questa lettera. E già questo è un atto rivoluzionario. O no? Io credo di sì perché nella mia vita sono sempre stato restio alle lettere.
Comunque oggi è necessario…
Perché è necessario?

Perché la parola non esiste più. Esiste l’immagine. L’immagine che si è fatta fulcro. Totem. Altare dei nuovi mezzi tecnologici che hanno sostituito, senza neppure dichiararlo, il comunicare dialettico tra gli uomini.

Oggi la comunicazione tra persone qual è? Un messaggio on line. Pubblico e privato. Un like. Una storia che dura ventiquattro ore, come se il tempo avesse bisogno di una scadenza. Un clic che sostituisce un abbraccio.

Ti guardo. Sei accanto a me. Ragazzo, ragazza della tua generazione Z, che poi è anche la zeta dell’ultima lettera, quella che chiude l’alfabeto. E noi non comunichiamo più. Direttamente.

Abbiamo smesso la voce.

Ho visto che sul tuo WhatsApp c’è scritto “Non disturbare”. E mi sono fermato. Mi sono chiesto: da chi vieni disturbata? Da chi vorrebbe comunicare con te? Perché ti sei iscritta sui social se il tuo statuto è il non disturbare?

Non è un rimprovero. È una domanda metafisica. Nel senso che Maria Zambrano dava alla confessione. Che ne è della voce?
Sapresti rispondere?

Noi l’abbiamo scomunicata e scollegata. L’abbiamo resa assenza. La parola è diventata assenza. E l’assenza, come ci insegna Ernesto de Martino, è una crisi della presenza. Non riusciamo più a stare presenti all’altro.

E allora ti propongo una sfida. Facciamo una sfida con un video gioco a distanza ma senza usare la parola e la voce? Sarebbe la nostra condizione quotidiana. Giochiamo senza dirci nulla. Siamo già così bravi.

Tu mi dovresti rispondere. Ma lo so. Già basta un clic. Un pollice. Un cuore rosso che non è un cuore.

Con te e con gli altri della tua generazione ho questo problema antico. Che è il problema di tutte le generazioni che si guardano senza riconoscersi. Io vengo da un mondo dove la parola era casa. Dove la casa che ho vissuto era semplice ma comoda, con i soffitti di legno. Dove il vento sfogliava i libri. Dove un personaggio di un mio libro diceva: ho vissuto coi venti, coi boschi, con le montagne. E tutto aveva un senso.

Voi vivete con i venti digitali. Che non piegano le canne. Le spezzano. Penso spesso ai venti digitali…

Cosa posso fare? Aiutami tu. Fammi capire.

Non voglio convertirti. Non voglio dirti spegni il telefono. Sarebbe stupido e anche anacronistico. Voglio solo dirti che c’è ancora un rito che nessuna tecnologia ha sostituito: guardare un tramonto dalla stessa direzione, anche se da due balconi diversi.

Vedi… C’è il tramonto a quest’ora.

Puoi vederlo dal tuo balcone. So che lo farai. Ma mi dirai che non sei interessata. Che l’hai già visto su Instagram, con un filtro migliore. Con una musica di sottofondo che io non conosco.

Eppure il tramonto non ha filtro. È l’unica cosa che resta identica da quando Eleonora Duse guardava il mare in Versilia e Grazia Deledda lo scriveva come se fosse una preghiera e Cesare Pavese dal suo confino a Brancaleone.

Il tramonto è l’isola come metafisica. È il momento in cui l’isola non è più geografia ma è teologia. È l’ora in cui la colpa non è più morale ma ontologica. È l’ora in cui capisci che stai esistendo. Qui è l’esistere.

Tu non devi rispondermi con un messaggio vocale di 30 secondi velocizzato a 2x. Puoi rispondermi con una lettera. Anche lunga. Anche storta. Anche con errori. La lettera è l’unico luogo dove la parola torna a essere corpo. Il vocabolario delle sillabe è importante.

Se non vuoi scrivermi, non scrivere. Ma almeno, stasera, affacciati. Guarda il tramonto senza fotografarlo. Lascialo accadere. Senza condividerlo. Lascialo andar via e pensa di cercarlo altrove…

Il vento che lo porta via è lo stesso vento che portava le voci dei cantores, le boghe, le nenie di Maria Carta dalla sua Sardegna. È un archivio orale che non sta nel cloud. Sta nell’aria. Sta in te. Sta in me. Il noi…

Io resto qui. Con la mia voce scomunicata che torna a cercare una casa. Il vento… La tua voce…

Se vorrai, togli quel “Non disturbare”. Non per me. Per te. Perché nessuno disturba chi vuole comunicare. Disturba solo chi ha paura di ascoltare. Ma posso soltanto dirti che ascoltare non significa ascoltare gli altri… Ascolta te stessa… Per un istante. Per un istante soltanto…

Se vuoi scrivimi.
Se non vuoi ascoltami.
Se non vuoi neppure ascoltarmi ascoltati…

Intanto il tramonto ha smesso il suo colore e l’arcobaleno potrei leggerlo soltanto nei tuoi occhi.
Amati profondamente…

@Riproduzione riservata

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