È morto oggi, 2 marzo 2026, a 87 anni, Benedetto “Nitto” Santapaola, storico capo della mafia etnea e figura apicale di Cosa Nostra durante la stagione più sanguinaria dello scontro tra mafia e Stato. Era detenuto al 41-bis nel Carcere di Opera a Milano e negli ultimi giorni era stato trasferito nel reparto detentivo dell’Ospedale San Paolo per l’aggravarsi delle condizioni cliniche. La magistratura ha disposto gli accertamenti sanitari previsti in questi casi.
Nato a Catania il 4 giugno 1938 e cresciuto nel quartiere di San Cristoforo, Santapaola iniziò la propria ascesa criminale negli anni Sessanta, consolidando progressivamente la propria influenza nella famiglia mafiosa catanese. Dopo l’uccisione del boss Giuseppe Calderone nel 1978, assunse la guida del gruppo stringendo un’alleanza strategica con i corleonesi guidati da Totò Riina, inserendo Catania nel nuovo asse dominante di Cosa Nostra durante la seconda guerra di mafia.
Negli anni Ottanta il clan Santapaola-Ercolano consolidò un controllo capillare sul territorio etneo, con un radicamento documentato nei traffici di stupefacenti, nelle estorsioni, nel condizionamento degli appalti pubblici e nell’infiltrazione in settori strategici dell’economia locale.
La sua latitanza iniziò nei primi anni Ottanta e si protrasse per undici anni, durante i quali riuscì a sottrarsi a numerosi blitz e operazioni di polizia. Venne arrestato il 18 maggio 1993 a Catania, in un appartamento dove si nascondeva sotto falsa identità, al termine di un’intensa attività investigativa coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia.
La cattura avvenne pochi mesi dopo l’arresto di Riina e rappresentò un passaggio decisivo nella strategia di smantellamento dei vertici storici di Cosa Nostra. Le immagini dell’arresto e il trasferimento in carcere segnarono simbolicamente la fine della lunga invisibilità del boss etneo.
Nel corso della latitanza, secondo ricostruzioni investigative e dichiarazioni di collaboratori di giustizia, Santapaola avrebbe trovato rifugio anche nell’area tirrenica della provincia di Messina, in particolare nella zona di Portorosa, complesso turistico situato nel territorio di Furnari, a ridosso di Falcone. L’area, insieme al vicino centro di Barcellona Pozzo di Gotto, è stata più volte indicata dagli inquirenti come territorio strategico per gli equilibri mafiosi della fascia tirrenica messinese. Le indagini hanno evidenziato nel tempo rapporti e sinergie tra esponenti riconducibili al clan Santapaola-Ercolano e gruppi criminali operanti nell’area barcellonese, delineando un sistema di alleanze e interessi comuni che avrebbe garantito protezione logistica e coperture durante la latitanza del boss.
Negli anni successivi Santapaola è stato condannato a diversi ergastoli per associazione mafiosa, omicidi e stragi. Le sentenze definitive lo hanno riconosciuto tra i vertici coinvolti nella strategia che portò alle stragi del 1992, tra cui la Strage di Capaci, in cui furono assassinati il giudice Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e tre agenti della scorta, e la Strage di via D’Amelio, in cui perse la vita il magistrato Paolo Borsellino insieme ai cinque agenti della scorta. Il suo nome compare inoltre in numerosi procedimenti legati a omicidi eccellenti e a fatti di sangue che hanno segnato la storia criminale della Sicilia orientale.
Prima dell’arresto, avvenuto nel 1993 dopo un periodo di latitanza, Santapaola conduceva una vita che gli inquirenti hanno descritto come apparentemente “normale” e perfino mondana. Frequentava ambienti imprenditoriali e salotti cittadini, curava relazioni con professionisti e uomini d’affari, e si muoveva in contesti che contribuivano ad alimentarne l’immagine di imprenditore di successo più che di capo mafioso. Questa dimensione pubblica, fatta di presenze in locali e incontri riservati, si intrecciava con una fitta rete di protezioni e complicità.
Proprio su questo intreccio tra potere mafioso ed élite economica si era concentrata l’inchiesta giornalistica di Giuseppe “Pippo” Fava, che dalle pagine del mensile I Siciliani denunciò l’esistenza dei cosiddetti “cavalieri del lavoro” catanesi — grandi imprenditori insigniti di onorificenze ufficiali ma, secondo le sue ricostruzioni, contigui agli interessi di Cosa Nostra.

Fava indicava in Santapaola il perno di un sistema di relazioni che saldava mafia, politica e finanza. Il giornalista venne assassinato il 5 gennaio 1984 a Catania; per quell’omicidio la magistratura ha individuato in Santapaola il mandante, nell’ambito delle responsabilità attribuite alla mafia catanese.
Sul piano familiare, la moglie di Nitto Santapaola era Carmela Grazia Minniti, assassinata nel 1995 a San Gregorio di Catania. La sua morte segnò un evento eclatante nella storia della mafia catanese, poiché violava le regole non scritte secondo cui donne e bambini non dovevano essere colpiti. Grazia Minniti non era direttamente coinvolta nelle attività criminali del marito, ma la sua posizione di moglie del capo clan la rese un obiettivo nelle faide interne. Ha condiviso con lui gli anni precedenti e i due successivi alla cattura, segnati da processi e detenzione al regime di 41 bis. La vicenda ha avuto risonanza anche nei processi e negli articoli di cronaca che documentano le dinamiche interne a Cosa Nostra a Catania.
I figli sono stati oggetto di attenzione investigativa nel corso degli anni, in particolare per presunti tentativi di mantenere rapporti e interessi economici collegati al contesto familiare, pur in assenza di condanne definitive equiparabili a quelle del padre. La dimensione familiare ha rappresentato per il boss un elemento centrale di protezione e continuità, come spesso accade nelle strutture mafiose tradizionali.
Un ruolo rilevante nella galassia criminale collegata al clan è stato attribuito al fratello Aldo Santapaola, ritenuto dagli inquirenti uno dei referenti del gruppo in fasi diverse della sua evoluzione. Le inchieste degli ultimi anni hanno inoltre evidenziato l’influenza di soggetti legati al nucleo familiare allargato, compresi nipoti e parenti, in attività criminali operanti tra Catania e la provincia di Messina. In particolare, alcune operazioni antimafia hanno documentato l’esistenza di articolazioni territoriali collegate al clan Santapaola-Ercolano con interessi anche nell’area messinese, confermando la capacità di proiezione interprovinciale dell’organizzazione e la storica rilevanza strategica della fascia tirrenica tra Falcone e Barcellona Pozzo di Gotto.

Su questa zona grigia tra mafia e colletti bianchi si è soffermato anche il magistrato catanese Sebastiano Ardita, sostituto procuratore presso la Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) della Procura della Repubblica del Tribunale di Catania, autore di numerosi saggi, tra i quali Catania bene e Cosa Nostra S.p.A..


Nei suoi lavori Ardita ricostruisce il sistema di relazioni che per anni avrebbe consentito alla mafia catanese di consolidare il proprio potere attraverso il sostegno e la complicità di segmenti dell’imprenditoria e delle professioni. In particolare, viene analizzato il ruolo del clan Santapaola come snodo centrale di un modello organizzativo capace di coniugare controllo militare del territorio e penetrazione nei circuiti economico-finanziari, evidenziando come la forza dell’organizzazione non risiedesse soltanto nella violenza, ma nella capacità di intrecciare affari, politica e istituzioni.

La morte di Santapaola segna la scomparsa di uno degli ultimi protagonisti diretti della stagione stragista e di una fase in cui Cosa Nostra scelse lo scontro frontale con lo Stato. La sua parabola criminale attraversa oltre mezzo secolo di storia mafiosa, dalla fase delle guerre interne alla strategia delle bombe, fino alla successiva riorganizzazione orientata verso una minore esposizione mediatica e una maggiore attenzione agli interessi economico-finanziari. La vicenda personale del boss si conclude oggi, mentre resta aperta l’analisi storica e giudiziaria su un sistema di potere che ha inciso profondamente sulla Sicilia orientale e sull’intero Paese. @Riproduzione riservata


