Beati gli operatori di pace.La pace “disarmata e disarmante” di papa Leone XIV

Dalla tradizione cristiana alla sfida mondiale del XXI secolo, il magistero di papa Leone XIV come via di dialogo, nonviolenza e speranza

di Francesca Maccaglia


ORTE (VITERBO) – Guerre e pace sono state e rimangono dinamiche fondamentali della storia umana.
Pur essendo condizioni eminentemente sociali e politiche, i concetti di “guerra” e di “pace” riguardano anche la dimensione antropologica, religiosa e psicologica dell’essere umano.
Non essendo possibile in questa sede sviluppare un’approfondita analisi storica, possiamo certamente affermare che tanto la tradizione classica greco-romana quanto quella ebraica riconoscono la legittimità della guerra e, al contempo, sviluppano — seppure in modi diversi — proposte di costruzione della pace.
Una vera e propria svolta si verifica con l’avvento del cristianesimo e la sua prima diffusione nell’area del Mediterraneo. Il Nuovo Testamento, infatti, sottolinea l’esigenza della costruzione della pace come uno dei compiti fondamentali dell’impegno cristiano.

L’insegnamento di Gesù di Nazareth è stato all’insegna del comandamento biblico «Ama il prossimo tuo come te stesso», che rinnega la violenza e abbraccia la logica dell’amore e del perdono. Gesù Cristo ha esortato a porgere l’altra guancia e ad amare i nemici, incarnando una posizione pacifista radicale. Tuttavia, nel corso delle diverse epoche storiche, i cristiani hanno avuto comportamenti differenti anche in relazione a chi fosse considerato il “prossimo”.

Papa Leone XIV, al suo primo Capodanno da Sommo Pontefice, nell’omelia della Santa Messa per la Solennità di Maria Santissima Madre di Dio e nel Messaggio pronunciato subito dopo dalla Loggia centrale delle Benedizioni in Piazza San Pietro, in occasione della 59ª Giornata Mondiale della Pace, dal titolo «La pace sia con tutti voi. Verso una pace disarmata e disarmante», ha affermato:
«Il mondo non si salva affilando le spade, giudicando, opprimendo o eliminando i fratelli, ma piuttosto sforzandosi instancabilmente di comprendere, perdonare, liberare e accogliere tutti, senza calcoli e senza paura».

Il Presepe, luogo della pace “disarmata e disarmante” per eccellenza, diventa così luogo di benedizione. Papa Leone ha invitato a capovolgere la prospettiva, spiegando che non si tratta di “fare” la pace, ma di entrare nella pace: «La pace esiste — ha dichiarato — vuole abitarci, ha il mite potere di illuminare e allargare l’intelligenza, resiste alla violenza e la vince. La pace ha il respiro dell’eterno. In questo orizzonte ci ha introdotti il Risorto».
Successivamente si è soffermato sull’importanza del mistero della Divina Maternità di Maria che, con il suo “sì” — ha detto — «ha contribuito a dare alla Fonte di ogni misericordia e benevolenza un volto umano: il volto di Gesù, attraverso i cui occhi di bambino, poi di giovane e di uomo, l’amore del Padre ci raggiunge e ci trasforma».
«Nella Maternità Divina di Maria — ha continuato — vediamo così l’incontro di due immense realtà “disarmate”: quella di Dio che rinuncia a ogni privilegio della sua divinità per nascere secondo la carne (cfr Fil 2,6-11) e quella della persona che, con fiducia, ne abbraccia totalmente il volere, rendendogli l’omaggio, in un atto perfetto d’amore, della sua potenza più grande: la libertà».
Il toccante Messaggio per la 59ª Giornata Mondiale della Pace contiene numerose citazioni bibliche tratte dagli evangelisti Giovanni e Luca, dagli scritti di San Paolo — in particolare la Lettera agli Efesini — e dagli Atti degli Apostoli, oltre a una significativa citazione dei Discorsi di Sant’Agostino, nella cui spiritualità il Pontefice è profondamente radicato, come ricorda il suo motto episcopale «In Illo Uno Unum», ovvero «nell’Unico Cristo siamo uno»: unità nella Chiesa e pace, non una qualsiasi unità o pace, ma appunto «in Cristo».
Sant’Agostino diceva: «Se volete attirare gli altri alla pace, abbiatela voi per primi». Perciò il Papa ha dichiarato che l’opera di pace deve cominciare «dalle nostre relazioni personali, dagli ambienti ordinari e comuni di vita, dalla famiglia e da ogni tipo di comunità, comprese quelle parrocchiali ed ecclesiali».
Papa Leone si è soffermato anche sulle parole dei suoi predecessori — papa Francesco, papa Benedetto XVI e Giovanni XXIII — affermando: «Occorre vigilare sul crescente tentativo di trasformare in armi persino i pensieri e le parole».
«Le grandi tradizioni spirituali, così come il retto uso della ragione, ci fanno andare oltre i legami di sangue o etnici, oltre quelle fratellanze che riconoscono solo chi è simile e respingono chi è diverso».
«Oggi purtroppo — ha continuato — fa sempre più parte del panorama contemporaneo trascinare le parole della fede nel combattimento politico, benedire il nazionalismo e giustificare religiosamente la violenza e la lotta armata».
I credenti — ha sottolineato — devono smentire attivamente, anzitutto con la vita, queste forme di blasfemia che oscurano il Nome Santo di Dio. Per questo, accanto all’azione, è più che mai necessario coltivare la preghiera, la spiritualità, il dialogo ecumenico e interreligioso come vie di pace e linguaggi dell’incontro fra tradizioni e culture. È auspicabile che «ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono».
Ha quindi concluso citando l’enciclica Rerum novarum di Leone XIII:
«Il sentimento della propria debolezza spinge l’uomo a voler unire la sua opera all’altrui…» (Eccl 4,9-10; Prov 18,19).

Papa Leone appare come un uomo riservato, umile e pacifico, che il mondo sta conoscendo sempre di più, capace di riempire di speranza il cuore dei credenti e di ridare fiducia all’intera umanità nell’affrontare le grandi questioni del nostro tempo.

Il tema della pace nel XXI secolo rappresenta una sfida complessa, come ricordano i numerosi appelli del suo predecessore, papa Francesco. Lo stesso Giubileo 2025 — che tra pochi giorni si concluderà con la chiusura dell’ultima Porta Santa della Basilica di San Pietro — doveva «rappresentare per tutti, cristiani e non, un’occasione per ripensare le relazioni che ci legano come esseri umani e come comunità politiche; per superare la logica dello scontro, abbracciare quella dell’incontro e costruire un futuro di pace».

Anche il XX secolo è stato segnato da enormi conflitti e violenze. Definito dallo storico Eric Hobsbawm il “secolo breve”, esso ha conosciuto due Guerre Mondiali, l’Olocausto, la Guerra Fredda, la minaccia nucleare e numerosi conflitti regionali. Tuttavia, ha visto anche mobilitarsi per la pace intellettuali, politici e artisti come Bertrand Russell, Albert Einstein, Jacques Maritain, don Primo Mazzolari, Dorothy Day, Aldo Capitini, Linus Pauling, Raoul Follereau, don Hélder Câmara, don Lorenzo Milani, Erich Fromm, Norberto Bobbio. Molti hanno cantato la pace e condannato la guerra: Joan Baez, Bob Dylan, Donovan, Crosby, Stills & Nash, John Lennon, i Nomadi, Fabrizio De André, Francesco Guccini.
Emblematica resta l’esperienza del Mahatma Gandhi in India, una battaglia spirituale e politica fondata sulla non violenza e sulla disobbedienza civile, che ha ispirato figure come Martin Luther King Jr. e Nelson Mandela, protagonisti di fondamentali rivoluzioni non violente per la trasformazione sociale.

Non si può infine dimenticare l’instancabile opera di due pontefici: Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II. Il primo lasciò il suo testamento di pace nell’enciclica Pacem in terris (1963), definendo la pace non come semplice assenza di guerra, ma come “giustizia di Dio” da realizzare con l’impegno di tutti gli uomini di buona volontà. Giovanni Paolo II, accanto alla severa autocritica della Chiesa espressa nei mea culpa del Giubileo del 2000, fu un grande pedagogo della pace, sostenendo anche il diritto all’“ingerenza umanitaria”.

Nel contesto del conflitto balcanico, Wojtyła affermò: «La coscienza comune dell’umanità, sostenuta dal diritto internazionale umanitario, chiede che l’intervento nelle situazioni che compromettono gravemente la sopravvivenza di popoli e gruppi etnici diventi un dovere per le nazioni e per la comunità internazionale».
Anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nel suo discorso di fine anno, ha raccolto l’invito di papa Leone a disarmare le parole e a respingere odio e contrapposizione: «Se ogni circostanza diviene pretesto per violenti scontri verbali — ha sottolineato — non si esprime una mentalità di pace, né se ne costruiscono le basi».

La pace vera dovrebbe fare notizia più della guerra, ed è fondamentale saperla preparare. Preparare la pace significa conoscere la guerra, e conoscere richiede studio.
Accanto al rifiuto della guerra in tutte le sue forme, la pace ha bisogno della promozione di iniziative capaci di costruire una coscienza pacifica e di favorire il dialogo e il confronto diplomatico. È necessaria la diffusione di una “cultura di pace”, fondata sul superamento della distanza dall’altro e sulla positiva elaborazione dei conflitti generati dalle differenze.

Come affermava Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei Focolari, ogni popolo e ogni persona portano in sé una profonda aspirazione alla pace, alla concordia e all’unità:
«La vera pace è pienezza di vita e di gioia, salvezza integrale della persona, libertà, giustizia e fraternità nell’amore tra tutti i popoli».
Con papa Leone, auspico ardentemente che il 2026 sia l’anno del trionfo della bontà “disarmante” e che la volontà di bene orienti ogni iniziativa e azione, guardando a quel Figlio divino che si è fatto bambino per insegnarci a vivere un po’ di più da esseri umani.


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