Porrajmos, lo sterminio dimenticato di Rom e Sinti

La memoria è un cammino che va alimentato a ogni passo e la storia dell’antiziganesimo, l’odio verso rom e sinti, lo dimostra; una storia con cui ancora non abbiamo fatto i conti. Dopo anni di silenzio grazie a testimoni come Luigi Sagi, Liana Millu e Piero Terracina oggi sappiamo che in quei lager c’erano anche gli ‘zingari’........

“È una ben povera memoria quella che funziona solo all’indietro” Lewis Carrol. La memoria è un cammino che va alimentato a ogni passo e la storia dell’antiziganesimo, l’odio verso rom e sinti, lo dimostra; una storia con cui ancora non abbiamo fatto i conti. Dopo anni di silenzio grazie a testimoni come Luigi Sagi, Liana Millu e Piero Terracina oggi sappiamo che in quei lager c’erano anche gli ‘zingari’ ed è solo grazie al lavoro di ricercatori, storici e delle associazioni se stiamo riuscendo a ricomporre pezzo per pezzo parte di una memoria perduta. Testimonianze che ci raccontano come i campi di reclusione fascisti nati nel 1940 non fossero niente di diverso dai campi di sterminio nazisti e di come la persecuzione verso la comunità rom e sinta sia iniziata ben prima dell’avvento di Mussolini o di Hitler.

In questa direzione è nato MEMORS nel 2012, grazie all’impegno di volenterosi rappresentanti delle comunità, un progetto finanziato dall’Unione europea con l’obiettivo di ricostruire la memoria e la storia della deportazione delle popolazioni rom e sinti prima all’interno dei campi di concentramento sul territorio italiano e poi nei lager tedeschi. A una ricerca effettuata proprio dal progetto Memors dobbiamo il recupero di un documento italiano del 1942 che chiude definitivamente la questione dell’aspetto razziale della persecuzione degli zingari soprattutto in relazione alla Germania nazista. La regia ambasciata italiana a Berlino scriveva infatti all’Ufficio Demografia e Razza del Ministero dell’Interno per informare che in Germania ebrei e zingari erano stati equiparati e che le leggi razziali dovevano valere sia per gli uni che per gli altri.Chi sono?I sinti sono un’etnia nomade dell’Europa, anche se l’origine del nome è indo persiana e fa riferimento al fiume Indo. Mentre i rom sono originari dell’India del nord, ma il nome deriva dalla lingua romanì, una variante del sanscrito.

Il Porrajmos o Samudaripen – La deportazione dei rom e dei sinti Porrajmos è stata la parola scelta da Ian Hancock, docente universitario all’università di Austin in Texas, per indicare la persecuzione e lo sterminio del popolo rom e sinti durante il nazifascismo. Sono oltre 500 mila i rom e sinti uccisi durante la seconda guerra mondiale, dopo una serie di persecuzioni che iniziarono ben prima dell’inizio del conflitto nel 1939.Primi censimentiIl primo censimento del popolo rom e sinto avviene nei primi del Novecento. Alfred Dillman, capo della polizia di Monaco, nel 1905, pubblica un libro dal titolo ‘Zigeunerbuch’ in cui sono riportati tutti i nomi delle famiglie della categoria ‘zingari’ che erano sul territorio in modo che le persone potessero tenerli alla larga.Il regime fascista comincia la sua opera di isolamento a partire dal 1926 quando nasce il “problema zingari”. In una nota inviata ai prefetti del regno il 19 febbraio il Ministero degli Interni scrive:

Tra il 1922 e il 1938 avvengono i primi respingimenti forzati e gli allontanamenti dal territorio italiano di rom e sinti stranieri. Il 1938 è un anno cruciale per il peggioramento delle condizioni delle comunità rom e sinte anche perché in Germania esce il libro ‘La questione zingara’ di Tobias Portschy ritenuto dagli storici il testo ideologico della persecuzione razziale dei rom. Nel frattempo in Italia, nel biennio 1938 – 1940, arrivano gli ordini di pulizia etnica ai danni di tutti i rom e i sinti presenti nei territori di confine per trasferirli in Sardegna, tra le province di Nuoro e Sassari; con imbarco da Civitavecchia. Dal 1940 al 1943 l’ordine diventa di arrestare tutti i rom e i sinti, stranieri e italiani, e di creare di specifici campi di concentramento sul territorio italiano. Il clima che si respira è sempre più teso, per farci un’idea basta leggere ciò che scrive, nel 1941, l’antropologo fascista Guido Landra su ‘La difesa della razza’: ”Gli zingari sembrano come noi, ma in realtà sono gruppi di persone che rappresentano un apporto negativo alla razza”. Dopo l’armistizio dell’8 settembre del 1943, rom e sinti vengono deportati dall’Italia verso altri lager sotto il diretto controllo del Terzo Reich a Bolzano, Mathausen, Buchenwald, Dachau e Natzweiler e a Ravensbruck.I campi italianiL’11 settembre del 1940 con una ordinanza del capo della polizia Arturo Bocchini si iniziano a costruire campi di concentramento per rom e sinti. L’ex tabacchificio della Saim a Boiano in provincia di Campobasso, già luogo di internamento dal 1940, fu uno dei primi a essere utilizzato per contenere gli ‘zingari’. Il campo di Agnone, oggi in provincia di Isernia, dal luglio del 1940 divenne campo di prigionia, nonostante lì sorgesse un ex convento di San Bernardino da Siena di proprietà della diocesi di Trivento. Poteva contenere fino a 150 prigionieri e venne diretto dal Commissario di Polizia Guglielmo Casale, nonostante la vigilanza fosse affidata ai carabinieri. Gli zingari arrestati e fermati nelle carceri di tutta Italia, dal 1941 al 1942, sarebbero stati quasi tutti spediti ad Agnone. Campi sorsero anche a Tossicia, in provincia di Teramo, a Gonars in provincia di Udine, a Prignano sulla Secchia vicino Modena, ma anche a Berra nel ferrarese.Il trasferimento nei campi di concentramento nazistiNel 1933 il nazismo riprende a interessarsi del problema degli zingari e inizia le ricerche a partire dai dati elaborati da Alfred Dillman. Prima vengono arrestati tutti i rom e i sinti per sterilizzarli perché considerati una popolazione ereditariamente malata di asocialità, poi nel 1936 i nazisti decidono di inserire tutti gli appartenenti alla categoria ‘zingari’ nei campi di sosta forzati sorti alle periferie delle città tedesche per utilizzarli come mano d’opera schiava. In quei campi Robert Ritter, psichiatra infantile, ed Eva Justin, antropologa, proseguirono il lavoro di Dillman ricostruendo gli alberi genealogici e le misurazioni antropometriche per concludere l’inferiorità razziale di rom e sinti, dovuta a due caratteri sociali: l’asocialità e l’istinto al nomadismo. Dovevano essere quindi eliminati e nel 1942 rientrano anche loro nella ‘soluzione finale’ e si aprono i cancelli di Auschwitz Birkenau.ZigeunerlagerIl primo gruppo di rom e sinti arriva a Birkenau il 26 febbraio 1943. A loro è dedicato un intero settore: il BIIe, un ‘campo nel campo’. A differenza degli altri internati rom e sinti non vengono smistati a seconda del sesso o dell’età né vengono rasati a zero e le donne possono partorire, uniche in tutta Auschwitz ad avere questa possibilità. Gli ‘zingari’ sono esulati dai gruppi di lavoro, ma erano completamente abbandonati a loro stessi in condizioni terribili, tanto che questa parte del lager aveva un tasso di mortalità più alto del resto del campo. Per distinguersi dovranno indossare un triangolo nero cucito sulla divisa che rappresenta il gruppo degli asociali e oltre al numero gli viene tatuata la Z di Zigeuner. Uno dei motivi di questo trattamento differente, oltre il tentativo di evitare insurrezioni, era anche quello di permettere a Josef Mengele, diventato nel marzo del 1943 il capo dei medici del campo zingari, di studiarli da vicino in quanto ritenuti razza ariana imperfetta, nella sperimentazione non sono stati risparmiati neanche i bambini, in particolar modo i gemelli.La guerra finisce, ma le persecuzioni non si fermanoI dati raccolti sulle comunità rom e sinti, in particolare i censimenti e i risultati degli ‘esperimenti’ di Mengele, vengono usati da Hermann Arnold che li usa per scrivere il volume ‘Gli zingari’, in cui difende le tesi di Ritter e Justin invitando alla sterilizzazione del popolo rom e sinto. La guerra è finita, ma evidentemente il clima sembra essere invariato, il libro diventa un successo, l’autore viene considerato un ‘esperto’ della materia ispirando, almeno fino agli anni Sessanta, politiche che volevano essere inclusive per i rom, ma che hanno prodotto solo emarginazione e miseria. Agli Yenische, così venivano chiamati rom e sinti in Svizzera, va anche peggio. Dal 1926 il dottor Alfred Siegfried, collaboratore di Robert Ritter, continua la sua opera di censimento con l’intento di estirpare il bacillo del nomadismo dai bambini di quella comunità. Un progetto finanziato dallo Stato che durerà fino al 1974 che prevedeva l’allontanamento dei bambini dai genitori per affidarli a istituti religiosi o psichiatrici ed essere rieducati, sterilizzati e, nel caso di ribellione, sottoposti a elettroshock.“I rom, i sinti, gli yenische si sono sempre mossi per scappare, non abbiamo il nomadismo nel sangue, non è genetica, ma per questo ci sterilizzavano e ancora per questo ci odiano oggi”(Mariella Mehr, una dei 600 minori sottoposti al progetto eugenetico in Svizzera)Il difficile cammino nella costruzione della memoriaL’antiziganesimo è ancora oggi un sentimento diffuso, le stesse istituzioni sono arrivate tardi e con messaggi contraddittori. Basti pensare che nel 1999 la legge sulle minoranze linguistiche, la n.482 del 15 dicembre, ottiene la maggioranza dal Parlamento solo dopo aver stralciato l’inserimento della comunità rom e sinta all’interno della proposta presentata. Fra le 12 che troveranno tutela troviamo la lingua albanese, la catalana, la germanica, la greca, la slovena, e anche l’occitana, ma il romanì no. Anche la Germania attende fino all’ottobre del 2013 prima di inaugurare il memoriale alle vittime del Porrajmos di fronte al Reichstag di Berlino. In Italia, nei luoghi dell’internamento e in alcune piazze, nonostante vengano eretti monumenti e affisse targhe alla memoria, la persecuzione e lo sterminio di rom e sinti, non trova ancora spazio nella legge che istituisce la Giornata della memoria, la n.211 del 20 luglio del 2000, che recita: ‘Istituzione del Giorno della Memoria in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti’. Un’assenza che si nota anche nei libri di testo scolastici in cui non c’è traccia delle persecuzioni subite dalla comunità nell’Italia fascista e in cui ancora sembra reggere il mito degli ‘italiani brava gente’. Fonte Agenzia Dire

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