L’illusione dell’assoluzione

Chiamano “verità ristabilita” ciò che è solo un vuoto processuale dopo il 1994. La politica tenta di riscrivere la memoria, ma le sentenze definitive sui rapporti tra mafia e potere restano lì, incise negli atti.

di Francesco Mazzarella

Non è una sentenza quella che oggi viene celebrata, ma una narrazione costruita attorno alla sentenza. La differenza è sostanziale: una sentenza definisce un perimetro giuridico, mentre la narrazione cerca di ridefinire un perimetro morale. Qui non è in gioco il diritto, ma la memoria. E quando la memoria viene manipolata, la verità non scompare: viene resa innocua. È questo lo slittamento che stiamo osservando. Non importa ciò che la Cassazione ha effettivamente stabilito; importa ciò che la politica vuole che i cittadini credano che abbia stabilito. Ed è in questo spazio di distorsione simbolica che si gioca la battaglia decisiva: non sul piano della prova, ma su quello dell’immaginario pubblico.

Si è fatto credere che la Corte abbia cancellato un rapporto, quando invece si è limitata a dire che, dopo il 1994, quel rapporto non è dimostrabile secondo i criteri del diritto penale. Non è una formula di negazione: è una formula di limite. E il limite non assolve, semplicemente non condanna oltre una certa soglia. Ma nel discorso pubblico, questa distinzione è stata ribaltata. Ciò che era “non accertabile dopo” è stato trasformato in “mai accaduto prima”. Ed è in questo capovolgimento che si colloca la più insidiosa forma di riscrittura della memoria: la storia viene dichiarata inesistente non perché sia stata smentita, ma perché non conviene più ricordarla.

È qui che il discorso diventa civile prima ancora che giuridico. La questione non è se una sentenza assolva o meno, ma se una società è ancora capace di riconoscere la differenza tra verità processuale e verità storica. La prima è limitata ai confini della prova; la seconda non si misura nei faldoni ma nei fatti che hanno trasformato un Paese, piegato i suoi equilibri, condizionato la forma stessa della democrazia. Confondere le due verità non è un errore: è una strategia. Serve a far credere che ciò che non è più perseguibile non sia stato neppure reale.

Prima ancora che giuridica, questa è una questione di responsabilità pubblica. Perché ogni volta che un pezzo di storia viene smontato non su base documentale ma su base narrativa, ciò che viene cancellato non è il reato: è la consapevolezza. E una società senza consapevolezza non diventa più innocente: diventa solo più fragile, perché rinuncia agli anticorpi che solo la memoria può dare.

Il punto non è cosa ha detto la Cassazione, ma cosa il potere sta cercando di farle dire. Sostenere che “non è mai esistito alcun legame” significa cancellare non un’ipotesi, ma una verità già giudiziaria. Quel legame è stato riconosciuto, ricostruito, motivato e cristallizzato in una sentenza definitiva nel 2014. Non è in discussione. Non è oggetto di reinterpretazione. È già parte della storia giudiziaria dello Stato. Ciò che la pronuncia recente ha valutato è soltanto il “dopo”: non la natura del rapporto, ma la sua eventuale prosecuzione.

Manipolare questa distinzione significa produrre una forma di assoluzione simbolica che non è giuridica, ma culturale. E la manipolazione culturale è più pericolosa di quella processuale, perché lavora sulle coscienze, non solo sugli atti.

Per comprendere la portata di ciò che sta accadendo oggi bisogna guardare alla genealogia della rimozione. La stagione delle stragi non fu un trauma isolato, ma una frattura sistemica: fu l’atto con cui la mafia impose allo Stato la condizione del dialogo. Non cercò un accordo istituzionale in astratto, lo pretese attraverso il sangue. Le bombe non furono un avvertimento: furono un ultimatum. E a quell’ultimatum lo Stato – o meglio, una parte dello Stato – rispose trattando. Questo dato non appartiene all’interpretazione politica: appartiene agli atti giudiziari. La trattativa non è una suggestione: è un fatto accertato. Il punto non è se sia avvenuta, ma quali effetti abbia prodotto.

Il primo effetto fu la nascita di un nuovo equilibrio: la vecchia classe dirigente collassata, il nuovo soggetto politico pronto a occupare lo spazio lasciato aperto dalle deflagrazioni. La storia non procede per coincidenze, procede per sostituzioni. E quando un sistema collassa, un altro sistema avanza. Che quella sostituzione sia avvenuta nel vuoto lasciato dalle bombe non è una tesi: è la cronologia stessa a raccontarlo. Non serve commentarla: basta leggerla.

È proprio su questo nesso che oggi si esercita il tentativo di cancellazione. Perché se si riconosce che la nascita di una certa stagione politica è stata favorita da un contesto di pressione mafiosa sullo Stato, allora bisogna anche riconoscere che la democrazia italiana, in quel passaggio storico, non si è rigenerata: è stata condizionata. Non è una ferita: è un’origine. E un’origine condizionata genera, nel tempo, una lunga ombra. È questa ombra che oggi qualcuno tenta di dissolvere.

La sentenza della Cassazione non cancella l’origine: cancella soltanto la sua prosecuzione dopo una certa data. Ma se si cancella simbolicamente la prosecuzione, diventa più facile insinuare che non ci sia mai stata nemmeno l’origine. Il passato diventa una zona grigia, indefinita, non più fondante. È così che una verità accertata viene convertita in un fatto “irrilevante”. E quando un fatto diventa irrilevante, smette di avere forza civile. Non viene negato: viene addomesticato.

Questo è il punto esatto in cui il diritto termina e inizia la coscienza. Perché una democrazia non vive solo di dispositivi penali: vive di memoria pubblica. Se la memoria viene corrosa, la democrazia rimane con il guscio ma perde l’ossatura. Non è un fenomeno improvviso, è un processo lento: prima si riduce la portata storica di un fatto, poi se ne attenua il peso etico, infine si spegne la sua traccia simbolica. Ciò che resta è un passato che non obbliga più il presente a misurarsi con le proprie responsabilità.

È per questo che oggi il vero terreno dello scontro non è giudiziario ma culturale. Perché la cancellazione del passato non serve solo a difendere chi ne fu protagonista: serve a difendere il sistema che ancora oggi trae legittimità da quella stagione. Se l’origine viene rimossa, il sistema appare “nato pulito”. Ma non è così: è nato opaco, e oggi tenta di apparire trasparente.

Il più grande pericolo, però, non è la manipolazione in sé: è la sua accettazione. Perché un potere può riscrivere la storia solo se la società si lascia convincere che ciò che è accertato non è più rilevante. La posta in gioco non è la reputazione di una classe politica: è la dignità della memoria collettiva.

Quando una democrazia rinuncia a ricordare, non recupera innocenza: perde consapevolezza. E la perdita di consapevolezza non rende più liberi, rende più manipolabili. Perché dove la memoria viene ridotta, il potere non ha più bisogno di giustificarsi: gli basta essere dimenticato. Questo spostamento – dal terreno della verità al terreno dell’oblio – è il vero asse dello scontro. Non si combatte più su ciò che è accaduto, ma sul diritto a ricordare ciò che è accaduto.

A quel punto, non è più la storia a essere sotto processo: è la coscienza collettiva. Ed è per questo che l’assoluzione simbolica è più pericolosa di qualunque assoluzione giuridica. Una sentenza può chiudere un fascicolo, ma è la società che decide se chiudere o no un capitolo della propria memoria. La differenza è decisiva: i giudici parlano del passato, ma la memoria parla del futuro. Cancellare quella genealogia significa rendere irrilevante il debito etico che essa contiene.

Le carte, gli atti, le testimonianze, le ricostruzioni giudiziarie non sono state smentite: sono state soltanto spostate fuori dalla scena dell’opinione pubblica. Non si discute più della verità, ma della sua collocazione. È un modo più sottile di disinnescarla: non confutarla, ma oscurarla. Non negarla, ma svuotarla. Non contestarla, ma dichiararla “non più pertinente”. È così che una democrazia smette di riconoscersi nella propria storia e diventa esterna a sé stessa.

In questo scenario il cittadino è chiamato non a giudicare, ma a custodire. Perché la verità storica non è ciò che un tribunale può confermare o negare: è ciò che una comunità decide di non consegnare all’oblio. Quando la giustizia raggiunge il limite della prova, è la memoria che deve farsi luogo della responsabilità. Non esiste maturità democratica senza questa staffetta: il diritto apre la strada, la coscienza la percorre.

Ed è esattamente qui che si colloca la prova più grande. Perché ciò che è in discussione oggi non è la colpevolezza o l’innocenza di un singolo, ma la continuità o l’interruzione del patto civile tra cittadini e verità. Se la verità viene lasciata cadere, il patto si incrina. Se viene custodita, il patto si rinnova. È in questo passaggio che una società misura sé stessa.

Le sentenze archiviano i processi, ma non possono archiviare ciò che quei processi rivelano. Il dispositivo è un punto d’arrivo del diritto; la memoria è un punto di partenza della coscienza. Oggi la giustizia ha fatto ciò che poteva fare. Ora resta da capire se la società sarà capace di fare ciò che le spetta: non permettere che ciò che è stato accertato venga trasformato in ciò che non è mai stato.

La giustizia ha pronunciato la sua parola. Resta da capire se la memoria sarà ancora capace di pronunciare la sua.

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