Il caso Shahin: quando una parola diventa frontiera tra libertà e paura

L’imam di Torino, l’espulsione, la sicurezza e il dissenso: una vicenda che racconta molto più di un episodio locale, e che interroga il modo in cui l’Italia interpreta diritto, convivenza e futuro democratico.

Di Francesco Mazzarella

L’arresto e l’espulsione dell’imam Mohamed Shahin non sono soltanto un episodio amministrativo, e nemmeno una questione confinata a Torino. È un prisma che riflette la fragilità del nostro tempo: un’Europa che teme il terrorismo, un Mediterraneo incandescente, un’Italia che non ha ancora trovato un linguaggio comune per parlare di sicurezza, convivenza e dissenso. Ed è anche la storia di un uomo che, da oltre vent’anni, vive nel nostro Paese, costruendo relazioni, percorsi educativi, momenti di dialogo interreligioso, e che oggi si ritrova in un CPR come se fosse un pericolo imminente.

Per capire la vicenda, occorre guardare con rigore alle fonti e liberarsi dalle semplificazioni. Shahin, imam della moschea Omar Ibn al-Khattab di San Salvario, è stato prelevato nella notte del 24 novembre e trasferito prima al CPR di Milano, poi a quello di Caltanissetta. Il Ministero dell’Interno ha disposto l’espulsione per “motivi di sicurezza”, interpretando alcune sue dichiarazioni sul 7 ottobre 2023 – l’attacco di Hamas contro Israele – come una legittimazione dell’atto terroristico. Le parole pronunciate da Shahin durante una manifestazione pro-Palestina a Torino, definite “una reazione a decenni di occupazione”, sono state considerate sufficienti per attivare l’art. 13 del Testo Unico sull’immigrazione, uno degli strumenti più incisivi a disposizione del Viminale.

I fatti sono questi, e sono incontrovertibili. Ma ciò che rende la vicenda diversa da tante altre è ciò che sta attorno ai fatti: la scelta politica, le dinamiche sociali, il contesto geopolitico, la percezione del rischio, e il modo in cui il tema viene raccontato dai media e metabolizzato dall’opinione pubblica.

Il primo elemento da leggere è il clima internazionale. Da Gaza all’Europa, la narrazione sulla sicurezza è diventata immediata, polarizzante, dominata da un lessico binario: “pro-Israele” o “pro-Palestina”, “filo-occidentale” o “estremista”, “moderato” o “radicalizzato”. In questo contesto, una frase può diventare detonatore. Un imam che parla durante una protesta, in un momento in cui i nervi del mondo sono scoperti, rischia di essere interpretato come portatore di un messaggio di odio, anche quando il contenuto è politico, duro ma non necessariamente violento. Il problema, oggi, è che la distinzione fra analisi e apologia, tra giudizio storico e incitamento, è diventata quasi invisibile.

Il secondo elemento riguarda l’Italia. Da anni, il nostro Paese vive una tensione crescente tra la necessità di garantire la sicurezza e il rischio di trasformare strumenti amministrativi in scorciatoie punitive. Gli esperti di diritto lo ripetono da tempo: l’espulsione amministrativa è uno strumento potente, che aggira il processo penale e le sue garanzie. Nel caso Shahin, non siamo di fronte a un reato provato, ma a un’interpretazione politica di una dichiarazione. E tuttavia l’imam è stato immediatamente privato del permesso di soggiorno di lungo periodo, separato dalla famiglia e avviato verso il rimpatrio in un Paese – l’Egitto – dove i dissidenti rischiano detenzione arbitraria e torture. La sua richiesta d’asilo, che in circostanze normali sospenderebbe la procedura, non ha evitato il trasferimento nei CPR.

La terza dimensione è la società italiana, che reagisce in modo sempre più netto quando percepisce un’ingiustizia. A Torino si sono mobilitate associazioni laiche, comunità religiose, sindacati, gruppi interreligiosi: dalla comunità valdese alla comunità ebraica, dalle realtà cattoliche impegnate nel dialogo fino alle reti della società civile. Non è un dettaglio marginale: quando mondi così diversi si ritrovano a difendere la stessa persona, non stanno difendendo un’idea politica, ma un principio. Il principio che la democrazia si misura nei momenti scomodi, quando chi parla non la pensa come noi, quando le sue parole ci pungono, disturbano, o ci sembrano ingiuste.

Ma c’è un altro livello, più sottile, e allo stesso tempo più decisivo: la nostra capacità di ascoltare e di interpretare correttamente il contesto in cui le parole nascono. Da giornalista e da comunicatore, non posso ignorare che la semplificazione mediatica ha giocato un ruolo enorme nella vicenda. Titoli taglienti, sintesi brutali, spezzoni di video usati fuori contesto hanno costruito la percezione di un imam accusato di “giustificare il terrorismo”. Ma davvero le sue parole, contestualizzate in un discorso più ampio e politico, erano apologia? O erano una lettura radicale, discutibile, ma non violenta, del conflitto?

Il confine è sottile, ma è proprio nei confini sottili che si misura la qualità di una democrazia. Perché una democrazia non teme le opinioni: teme gli atti violenti. E per punire un’opinione, serve che sia accompagnata da un incitamento concreto, diretto, intenzionale. Nei documenti finora pubblici, questo incitamento non emerge.

Questo non significa che le parole non abbiano peso. Le parole costruiscono narrazioni, influenzano gruppi, generano emozioni e comportamenti. Ma punire una parola come se fosse un’azione è un gesto delicato, rischioso, che richiede una prudenza estrema. Anche perché la politica vive spesso la tentazione di usare la sicurezza come spazio di consenso immediato: agire con rapidità, mostrare fermezza, evitare ambiguità. Ma la fermezza senza giustizia diventa paura. E la paura, quando governa una decisione, raramente genera equilibrio.

Dentro questa vicenda c’è anche il tema più grande del ruolo dell’Islam in Italia. Siamo un Paese che continua a guardare alla comunità musulmana come a un’entità potenzialmente problematica, anziché come a una parte viva della nostra società. Così, una frase diventa un caso nazionale, un imam diventa un simbolo, e uno Stato rischia di usare il diritto amministrativo come deterrente identitario.

Eppure, nel fondo di questa storia, c’è qualcosa di profondamente umano. Un uomo, una famiglia, una comunità che teme per il suo destino. E dall’altra parte uno Stato che, per paura – o per prudenza – decide di intervenire senza sfumature. È il paradosso del nostro tempo: chiediamo sicurezza, ma desideriamo anche equità. E spesso le due cose non procedono insieme.

Il caso Shahin non riguarda solo lui. Riguarda il modo in cui vogliamo affrontare il dissenso nel nostro Paese. Riguarda la fiducia che le comunità straniere ripongono nelle istituzioni. Riguarda il nostro rapporto con la complessità, con la geopolitica, con il Mediterraneo che respira sul nostro confine. Ed è anche un test per capire se il nostro sistema sa distinguere fra opinione e minaccia, fra critica e incitamento, fra scomodità e pericolo reale.

In un mondo attraversato da conflitti narrativi, il rischio maggiore non è ciò che un imam può aver detto, ma ciò che uno Stato può decidere di non ascoltare. Perché ogni volta che la paura si sostituisce al discernimento, qualcosa della nostra democrazia si assottiglia. E ogni volta che scegliamo di colpire una parola invece di comprenderla, rinunciamo a un pezzo del nostro dialogo possibile.

E forse questa vicenda ci sta dicendo proprio questo: che non serve essere d’accordo con Shahin per difendere il suo diritto a non essere trasformato in un nemico pubblico. Serve ricordare che la libertà è forte solo quando protegge anche ciò che ci disturba. E che il vero antidoto al fondamentalismo – di qualunque segno – non è la repressione del dissenso, ma l’ascolto competente, la giustizia, la capacità di leggere le parole dentro la loro storia.

Perché ogni relazione, anche quella tra uno Stato e le sue comunità, è un futuro possibile. E questo futuro dipende da come scegliamo di stare nel presente: senza paura, e senza perdere la misura dell’umano.

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