di Francesco Mazzarella
L’aula dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, quel luogo solenne in cui si specchia il fragile equilibrio del pianeta, ha assistito a un discorso che non è passato inosservato. Donald Trump è tornato sul podio di New York con la sua cifra retorica: provocatoria, diretta, corrosiva. Ha scelto di parlare come se fosse il padrone di casa che mette in discussione le fondamenta stesse dell’edificio che lo ospita. In un certo senso, lo è: gli Stati Uniti rimangono la potenza che, volente o nolente, tiene in piedi gran parte delle strutture multilaterali. Eppure, le parole di Trump hanno avuto l’effetto di una scossa tellurica: hanno incrinato la patina diplomatica, hanno mostrato un volto degli USA che rifiuta il compromesso e si arrocca nella logica del “prima noi, poi il resto”.
L’attacco frontale all’ONU
Trump non ha usato mezzi termini: l’ONU, a suo dire, è un organismo inefficace, capace solo di “parole vuote” e di scarsa azione concreta. Ha accusato le Nazioni Unite di essere diventate un’arena di chiacchiere, incapace di fermare le guerre e di promuovere una vera pace. Ha colpito duro, pur ribadendo che gli Stati Uniti “sostengono al cento per cento” l’istituzione. Una contraddizione solo apparente: si tratta di un sostegno condizionato, quasi un avvertimento. “O vi riformate, o ci giriamo dall’altra parte”, sembra dire Trump. In realtà il messaggio è più sottile: Washington non ha intenzione di abbandonare completamente il tavolo, ma vuole ridisegnare le regole a suo vantaggio.
Il clima come “truffa globale”
Se c’è stato un punto che ha fatto sobbalzare le delegazioni più di ogni altro, è stata la definizione del cambiamento climatico come “la più grande truffa della storia”. Con una sola frase, Trump ha demolito decenni di negoziati, rapporti scientifici, impegni faticosamente presi da governi di ogni continente. Il linguaggio non è stato solo polemico: è stato identitario. Negare la centralità della crisi climatica significa riaffermare la libertà assoluta degli Stati Uniti di sfruttare le proprie risorse senza vincoli esterni, significa rilanciare il fossile come simbolo di sovranità. Non è solo una questione ambientale, è geopolitica pura: chi controlla l’energia, controlla le relazioni di forza globali. E se l’Europa e altre potenze si stanno legando mani e piedi alla transizione verde, Trump rivendica l’opposto, trasformando il carbone, il petrolio e il gas in strumenti di potere nazionale.
La migrazione come minaccia
Altro punto nevralgico: i migranti. Trump ha accusato l’Europa di “rottamarsi” con politiche troppo aperte e ha lanciato un appello ai governi affinché chiudano i confini, rafforzino i muri, difendano le identità nazionali. È il sovranismo applicato alla mobilità umana: il migrante diventa un pericolo per la sicurezza, una mina culturale, un peso economico. In un consesso che dovrebbe difendere i diritti universali, le parole di Trump suonano come una sfida aperta. Non è solo politica interna americana, è una linea geopolitica che mira a legittimare ovunque la logica dell’esclusione. Se altri leader seguiranno l’esempio, il rischio è di una globalizzazione spezzata, con frontiere che tornano a essere linee di ferro e di fuoco.
L’Ucraina e la contraddizione americana
Sorprendentemente, nel discorso c’è stato anche spazio per l’Ucraina. Trump ha dichiarato che ora crede che Kyiv possa riconquistare tutto il suo territorio. Una frase che contrasta con la narrativa prudente, se non ambigua, delle scorse settimane. Perché questa inversione? Forse un messaggio a Mosca: gli Stati Uniti non intendono mollare il fronte europeo. O forse un modo per placare le critiche interne che lo accusano di essere troppo vicino a Putin. Ma dietro queste parole si legge un’altra contraddizione: come può un leader che accusa l’ONU di inefficacia sperare che la vittoria ucraina passi senza una cornice internazionale condivisa? La verità è che, per Trump, la guerra in Ucraina è un terreno di scambio, un tassello da giocare nelle relazioni con la Russia e con l’Europa, non una questione di principi.
La doppia faccia dell’America
Il discorso all’ONU è stato anche un manifesto politico interno. Trump ha parlato al mondo, ma soprattutto agli elettori americani. Ha mostrato un’America che non si piega, che non accetta regole esterne, che vede l’ONU come un teatro di ipocrisie. Ma dietro questa narrazione di forza c’è una fragilità: gli Stati Uniti temono di non essere più il centro indiscusso dell’ordine globale. La Cina avanza, l’Europa cerca (faticosamente) un’autonomia strategica, i Paesi del Sud globale reclamano voce. Allora Trump reagisce chiudendo le porte, alzando i toni, rivendicando sovranità. È il riflesso di un’egemonia che non vuole arrendersi al multipolarismo.
Le conseguenze geopolitiche
Cosa resta dopo questo discorso? Tre scenari si aprono:
1. Un’ONU marginalizzata: se gli Stati Uniti riducono il loro impegno, l’ONU rischia di diventare un organismo sempre più irrilevante, incapace di mediare nei conflitti globali.
2. Una frattura sul clima: la posizione americana potrebbe spingere altri governi a rallentare la transizione energetica, creando blocchi contrapposti e nuove linee di conflitto.
3. Un effetto domino sui migranti: il modello del muro e della chiusura potrebbe rafforzare i populismi in Europa e altrove, indebolendo le politiche di cooperazione internazionale.
Uno specchio di noi stessi
Il discorso di Trump non è solo un affare americano. È uno specchio che riflette le paure, le tentazioni e le contraddizioni del mondo intero. La tentazione di chiudersi, di chiamare truffa ciò che mette in discussione i nostri privilegi, di alzare muri per difendere identità fragili. È facile condannare Trump, più difficile riconoscere quanto delle sue parole risuoni anche nei nostri dibattiti nazionali. Perché il sovranismo non nasce solo a Washington: è già radicato nelle piazze europee, nei governi asiatici, nei partiti africani e latinoamericani.
Una domanda aperta
In fondo, il discorso di Trump all’ONU pone una domanda che riguarda tutti: cosa vogliamo fare dell’ordine internazionale? Vogliamo riformarlo, renderlo più giusto, capace di rispondere alle sfide del clima, delle guerre, delle migrazioni? Oppure vogliamo smantellarlo pezzo dopo pezzo, rifugiandoci in un mondo di stati-fortezza? Trump ha scelto la seconda strada. Tocca a noi, come comunità globale, decidere se seguirlo o se cercare un’alternativa.
Perché dietro la sua voce c’è un messaggio che ci interpella tutti: il multilateralismo non è garantito, la cooperazione non è un destino inevitabile. È una scelta. E oggi più che mai è fragile.
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