Massimo Reina
Metti una sera a cena: Elly Schlein, Maurizio Landini, qualche spin doctor residuato dei bei tempi che furono, e un’idea geniale: “Facciamo un referendum!”. Per cosa? Boh. Contro chi? Anche. L’importante è fare qualcosa, e magari farlo male. Così, giusto per ricordare al paese che il PD esiste ancora. Anche se nessuno se ne era accorto, neppure i suoi elettori.
Il risultato? Un plebiscito. Di silenzio. Una standing ovation dell’indifferenza popolare. Un tonfo così clamoroso che nemmeno i tuffatori del trampolino olimpico riescono a replicarlo con tanto di spruzzo e cratere nell’opinione pubblica. Ma tranquilli: come da tradizione democratica, i vertici del partito hanno già parlato di “risposta incoraggiante”, “buona base di partenza” e “grande esercizio di democrazia”. Tipo, e mi perdonino gli amici interisti per la battuta, quando l’Inter perde 3-0 e Inzaghi si presenta in conferenza stampa sorridente: “Abbiamo fatto una buona prestazione, peccato per i dettagli”.
Il PD — quello che approvava la legge Fornero con Monti mentre faceva la riverenza a Bruxelles — oggi si riscopre barricadero. Dà fuoco alle sue stesse leggi e fa finta di lottare contro un neoliberismo che ha votato, approvato, digerito e pure ringraziato. Se Orwell fosse vivo si farebbe un Negroni con Calvino e chiederebbe la cittadinanza svizzera per non assistere a questo spettacolo da tragicommedia post-ideologica.
E poi c’è lui, Maurizio Landini, l’ex Che Guevara della Fiom, oggi triste controfigura del Benigni degli anni peggiori. Uno che faceva i picchetti davanti alle fabbriche e oggi fa le conferenze con Draghi, come se tra lo sciopero e il tè delle cinque non ci fosse più alcuna differenza. Landini ha capito che il tempo stringe: a breve scade il contratto da sindacalista e non vuole fare la fine dei vecchi telefoni a rotella. Così punta alla politica. O meglio, alla poltrona. Magari con la sinistra che lo sopporta quanto una colica renale, ma che lui corteggia con lo zelo del venditore Folletto.
Il problema è che l’elettorato — quello vero, quello di sinistra — non è cieco. Ha buona memoria. Ricorda quando questi signori governavano con Renzi, con Letta, con Gentiloni, con
Draghi. Ricorda quando la precarietà era diventata “flessibilità” e quando i voucher erano la panacea per coprire il dumping salariale. E adesso? Adesso questi si presentano come martiri della causa operaia. Dopo aver bruciato le fabbriche, si travestono da pompieri e accusano gli altri del disastro.

Il referendum, quindi, non è stato solo un fallimento. È stato una gigantesca autodenuncia. Un foglio firmato davanti a milioni di italiani: “Siamo gli stessi di prima. Solo più confusi. E disperati”. E l’Italia — che non sarà un popolo rivoluzionario, ma fesso no — ha risposto con l’unica moneta rimasta in tasca: il disinteresse.
Il PD dovrebbe riflettere. Ma preferisce recitare. Una recita ormai fuori cartellone, in una sala vuota, con attori stanchi e pubblico assente. E mentre Elly Schlein si affanna a cercare titoli di giornale e likes su Instagram, cercando con Landini e gli altri amichetti addirittura di cambiare la legge referendaria, Giorgia Meloni ringrazia. Non serve nemmeno governare bene. Basta aspettare che gli avversari si auto-sabotino con referendum su leggi che loro stessi hanno voluto.
Perché alla fine — come diceva Flaiano — “in Italia i fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti”. E ora anche i referendari. Quelli che firmano contro se stessi e poi pretendono applausi. Applausi che non arrivano. Solo fischi. Ma quelli, da sinistra, ormai li scambiano per vento.
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