Regimi e architetture di verità. Media, potere e verificabilità dal mito al machine learning

l nuovo libro di Francesco Saverio Vetere, appena uscito per Santelli Editore, nella lettura critica di Pino Nano: una genealogia del vero e delle sue mediazioni, dal mito e dalla parola alla scrittura, dalla stampa ai mass media, fino alle piattaforme digitali e al machine learning, nel confronto con Foucault, Arendt, Habermas, McLuhan, Postman, Zuboff, Byung-Chul Han e Cordero, per arrivare alla sistematizzazione di una teoria del pluralismo verificabile fondata sulla distinzione tra l’esistenza dei fatti e le forme necessariamente mediate attraverso cui essi acquistano forza pubblica. Ovvero non basta moltiplicare le voci; occorre costruire condizioni perché ciò che viene affermato possa essere verificato, contestato e corretto.

Abstract

Il volume di Francesco Saverio Vetere, Regimi e architetture di verità. Media, potere e verificabilità dal mito al machine learning, pubblicato da Santelli Editore nel 2026, propone una genealogia di lungo periodo delle forme attraverso le quali le società umane hanno prodotto, custodito, trasmesso, legittimato e contestato ciò che, entro un determinato assetto storico, viene riconosciuto come vero. Muovendo dalle culture dell’oralità e dalla nascita della scrittura, l’indagine attraversa il mondo classico e medievale, la rivoluzione tipografica, la formazione della sfera pubblica moderna, l’industrializzazione dell’informazione, i sistemi radiotelevisivi e, infine, l’universo delle piattaforme digitali e dell’intelligenza artificiale generativa. La categoria foucaultiana di «regime di verità» rappresenta il punto di avvio della ricerca, ma non ne esaurisce l’impianto teorico, poiché il volume tende progressivamente a sostituire all’idea di una semplice relazione fra sapere e potere quella, più complessa, di una vera e propria architettura della veridizione, formata dall’interazione fra dispositivi mediali, istituzioni di garanzia, procedure di verifica, sistemi normativi, cornici simboliche ed economie dell’attenzione. Il presente studio ricostruisce criticamente tale impostazione, con particolare riguardo al rapporto con Michel Foucault, Hannah Arendt, Jürgen Habermas, Marshall McLuhan, Neil Postman, Shoshana Zuboff, Byung-Chul Han e Franco Cordero, e sostiene che dalle premesse dell’opera possa essere ricavata e sistematizzata una teoria del pluralismo verificabile, fondata sulla distinzione fra l’esistenza dei fatti e le forme necessariamente mediate attraverso cui essi acquistano forza pubblica. La storicità delle procedure di veridizione non implica, in questa prospettiva, l’equivalenza delle narrazioni, perché il reale continua a costituire un limite rispetto alle sue rappresentazioni e perché la qualità epistemica di un sistema può essere misurata sulla base della sua disponibilità alla verifica, al contraddittorio, alla revisione e alla smentita. Nell’età algoritmica, pertanto, il problema fondamentale non sembra consistere nella scomparsa della verità, ma nella trasformazione delle condizioni istituzionali e tecniche attraverso le quali essa può ancora acquistare significato e forza pubblica.

1. La questione della verità pubblica

L’interrogazione sulla verità appartiene alla struttura originaria del pensiero filosofico occidentale, ma la domanda affrontata da Regimi e architetture di verità non coincide propriamente con quella ontologica intorno all’essenza del vero. Il volume non tenta di stabilire se esista una Verità assoluta, né pretende di sciogliere il problema della relazione ultima fra pensiero ed essere; esso trasferisce invece l’indagine all’interno della dimensione storica e sociale, chiedendosi attraverso quali condizioni un enunciato, una testimonianza, un documento, una teoria o una rappresentazione possano acquistare, in una determinata comunità, il riconoscimento pubblico del vero. È precisamente in questo passaggio dalla Verità alla verità pubblica che si determina la specificità dell’opera, la quale non appartiene integralmente né alla storia della filosofia, né alla storia dei media, né alla sociologia della, ma si colloca nel punto in cui queste discipline si incontrano per interrogare la forma storica della credibilità.

La nozione di «regime di verità», esplicitamente assunta dalla riflessione foucaultiana, viene utilizzata per indicare l’insieme delle condizioni storicamente determinate attraverso le quali una società seleziona i discorsi che considera attendibili, individua le autorità abilitate a formularli, stabilisce le procedure mediante cui essi possono essere verificati e, nello stesso tempo, delimita ciò che rimane estraneo, marginale o illegittimo rispetto allo spazio della conoscenza riconosciuta. La categoria non possiede, nell’impostazione del libro, un significato necessariamente negativo: anche una società democratica, una comunità scientifica o un ordinamento giuridico dispongono inevitabilmente di propri regimi di veridizione, perché nessuna società potrebbe funzionare se ogni proposizione dovesse essere ricostruita ex novo da ciascun individuo e se non esistessero procedure di delega epistemica, istituzioni di garanzia e criteri di accertamento. La neutralità analitica del concetto è dunque la condizione della sua efficacia: il regime può essere oppressivo o emancipativo, autoritario o pluralista, ma resta in ogni caso la forma attraverso la quale una comunità organizza il rapporto fra ciò che viene detto e ciò che viene riconosciuto come degno di fede.

Il problema, pertanto, non consiste nell’immaginare una società finalmente liberata dai regimi di verità, eventualità che sarebbe non soltanto storicamente irrealizzabile ma anche concettualmente contraddittoria. Occorre piuttosto interrogare la struttura di ciascun regime e verificare se esso costruisca le proprie condizioni di credibilità in modo tale da lasciare aperta oppure da impedire la possibilità della critica. Già a questo livello emerge una delle tensioni centrali del volume: la verità pubblica necessita di istituzioni, ma le istituzioni chiamate a custodirla possono trasformarsi negli strumenti della sua immunizzazione. La stessa procedura che rende possibile la fiducia può irrigidirsi in ortodossia; la medesima autorità che consente di non ricominciare ogni volta da zero può convertire il proprio prestigio in una forma di monopolio epistemico. Da questo punto di vista, la genealogia proposta da Vetere non ricostruisce soltanto la successione storica delle tecniche comunicative, ma individua un problema costante: come organizzare la fiducia senza abolire la possibilità del dubbio e come istituire il vero senza consegnarlo definitivamente a chi lo amministra.

La scelta di parlare di «architetture» accanto ai «regimi» anticipa già una risposta. Il vero pubblico non è prodotto da un unico soggetto né custodito da una sola istituzione, ma emerge dall’interazione di supporti materiali, pratiche di verifica, autorità socialmente riconosciute, cornici simboliche, regole giuridiche e sistemi di distribuzione dell’attenzione. Se il concetto di regime consente di cogliere la relazione fra sapere e potere, quello di architettura permette di disaggregare questa relazione, mostrando dove il potere si deposita e in quale forma esercita la propria efficacia. Ciò spiega perché la storia narrata nel volume possa partire dalla voce del cantore e giungere sino al machine learning senza dissolversi in una semplice successione di tecnologie: la  continuità non risiede negli strumenti, che cambiano radicalmente, ma nella necessità sociale di organizzare la credibilità, di conservare la memoria e di attribuire un valore differenziale agli enunciati.

2. Verità prima, fatto e narrazione

La genealogia sarebbe tuttavia esposta fin dall’origine a un esito relativistico se il libro non introducesse, nella premessa teorica, una distinzione fondamentale fra la Verità metafisica, i fatti e la loro narrazione. La Verità assoluta viene collocata su un piano differente rispetto all’oggetto della ricerca: la sua esistenza non è negata, ma sospesa, perché la ricostruzione storica dei regimi di veridizione non possiede gli strumenti per decidere ciò che eccede la dimensione dell’esperienza umana. Questa sospensione non equivale a una dichiarazione di irrilevanza filosofica; significa soltanto che il campo analizzato è quello della verità praticabile, cioè della possibilità di stabilire, con strumenti umani e pubblicamente controllabili, se una determinata affermazione trovi o meno riscontro nel mondo.

I fatti costituiscono in tal modo il primo limite posto alla genealogia. Essi non sono «veri» nello stesso senso nel quale è vera o falsa una proposizione, ma accadono e, accadendo, lasciano tracce: documenti, testimonianze, corpi, registrazioni, misurazioni, effetti. La verità interviene nel rapporto fra l’enunciato e ciò cui esso pretende di riferirsi. Dire che un evento è avvenuto significa avanzare una pretesa che può essere confrontata con ciò che resta dell’accaduto; dire che una persona ha pronunciato determinate parole significa esporsi alla possibilità che una registrazione, un verbale o una testimonianza affidabile mostrino il contrario. La verità fattuale viene dunque pensata come relazione, non come proprietà soggettiva dell’enunciante, e proprio per questo può essere discussa pubblicamente.

La seconda mossa teorica è complementare alla prima. Se il fatto non è prodotto dalla narrazione, nessun fatto entra tuttavia nello spazio pubblico senza essere narrato, selezionato, organizzato e ricondotto a un linguaggio. Lo storico costruisce una sequenza a partire dai documenti, il giornalista sceglie gli elementi dell’avvenimento ritenuti rilevanti, il giudice distingue i fatti giuridicamente significativi da quelli irrilevanti, lo scienziato traduce osservazioni in protocolli e misurazioni, l’archivista ordina il materiale secondo criteri di classificazione, il fotografo sceglie un’inquadratura e il sistema algoritmico stabilisce una gerarchia di visibilità. La mediazione non rappresenta un incidente della conoscenza, ma una sua condizione permanente: non possediamo il mondo nella sua integrità, bensì attraverso forme che ne rendono alcuni aspetti disponibili all’intelligenza e alla comunicazione.

È precisamente in questo punto che il volume compie uno dei passaggi teorici più importanti, perché rifiuta di dedurre dalla necessità della mediazione l’equivalenza delle narrazioni. L’oggettività non viene concepita come eliminazione del filtro, bensì come governo pubblico e controllabile del filtro. La tracciabilità delle fonti, l’esplicitazione del metodo, la responsabilità di chi formula l’enunciato, l’accessibilità delle prove, la possibilità del contraddittorio e la concreta eventualità della smentita diventano gli indici attraverso i quali una mediazione può essere valutata. Il «fatto puro» resta un limite regolativo, perché nessuna descrizione coincide integralmente con l’accaduto, ma la resistenza del reale impedisce che tutte le descrizioni abbiano lo stesso valore. Due narrazioni possono essere entrambe selettive, entrambe linguisticamente costruite e tuttavia possedere una qualità epistemica profondamente diversa se una espone le proprie fonti alla verifica mentre l’altra le occulta, se una riconosce ciò che la potrebbe smentire mentre l’altra costruisce un sistema nel quale qualsiasi obiezione viene espulsa come irrilevante.

Questa distinzione consente di evitare sia l’ingenuo realismo della trasparenza sia il costruttivismo integrale. Il primo immagina che il fatto possa presentarsi al pubblico senza mediazioni e finisce per nascondere le procedure attraverso le quali quella presunta immediatezza viene costruita; il secondo considera invece ogni rappresentazione come effetto di discorso e rischia di perdere il criterio attraverso cui distinguere una ricostruzione documentata da una fabbricazione. La posizione che emerge dal libro può essere descritta come una forma di realismo mediato: il mondo non dipende integralmente dalle narrazioni, ma la sua conoscenza pubblica dipende necessariamente da architetture che selezionano, conservano e ordinano le tracce. La libertà epistemica non consiste perciò nell’abolizione della mediazione, ma nella possibilità di renderla visibile e contestabile.

3. Foucault, Arendt e l’architettura della veridizione

Il riferimento a Michel Foucault fornisce il lessico iniziale dell’opera, soprattutto là dove il problema della verità viene sottratto a una dimensione puramente astratta e ricondotto alle procedure che stabiliscono chi possa parlare, attraverso quali pratiche un sapere venga accreditato e quali istituzioni siano autorizzate a trasformare una proposizione in enunciato socialmente vincolante. La grande intuizione foucaultiana consiste nell’aver mostrato l’insufficienza di una concezione del potere come semplice forza repressiva che interviene dall’esterno su una verità già costituita. Il potere non proibisce soltanto, ma produce categorie, organizza archivi, distribuisce competenze, definisce normalità, stabilisce soglie di autorevolezza e costruisce gli oggetti stessi sui quali i saperi potranno esercitarsi. In questa prospettiva, sapere e potere non sono due universi indipendenti che occasionalmente entrano in conflitto, perché ogni sapere socialmente efficace si forma dentro pratiche, istituzioni e dispositivi.

La difficoltà, tuttavia, emerge non appena la genealogia pretende di diventare anche criterio di giudizio. Se ciò che una società riconosce come vero dipende sempre da un regime storico, su quale base può essere criticato un regime di verità? Se persino i criteri della prova sono storicamente determinati, che cosa consente di distinguere una configurazione più aperta da una più dogmatica? Il volume evita di risolvere il problema mediante il ritorno a un oggettivismo ingenuo e introduce invece un criterio più sottile: la storicità delle procedure di verifica non implica la loro equivalenza epistemica. Un metodo può essere storicamente situato e, nello stesso tempo, possedere una capacità di autocorrezione superiore rispetto a un altro; una istituzione può essere contingente e tuttavia organizzare meglio il contraddittorio; una pratica può nascere in un determinato contesto e mantenere una maggiore disponibilità a essere smentita dalla realtà. La genealogia non deve dunque dimostrare che tutti i regimi siano eguali, ma ricostruire la forma attraverso cui ciascuno costruisce le proprie condizioni di veridizione e soprattutto misurare quanto esse restino aperte alla propria contestazione.

È qui che la riflessione di Hannah Arendt offre il contrappeso indispensabile. La verità fattuale è fragile proprio perché non possiede la necessità della verità logica o matematica; dipende da documenti, testimonianze e memorie che possono essere distrutti, manipolati o resi inaccessibili. Tuttavia, tale fragilità non significa che il potere disponga ontologicamente dei fatti. Un regime può distruggere gli archivi o intimidire i testimoni, può saturare lo spazio pubblico di versioni contraddittorie e rendere quasi impraticabile la ricostruzione di un accadimento, ma non modifica retroattivamente ciò che è avvenuto. Il fatto può perdere forza pubblica senza cessare di essere stato. Questa differenza fra esistenza del fatto e potenza sociale del fatto consente di mettere in dialogo Arendt e Foucault senza annullare l’uno nell’altra: Foucault mostra che nessun fatto acquista automaticamente efficacia pubblica al di fuori di procedure e istituzioni; Arendt impedisce di dedurre che le istituzioni creino sovranamente l’accaduto.

La nozione di architettura permette di sistematizzare questo dialogo. Se il regime indica l’insieme delle condizioni storico-politiche della veridizione, l’architettura consente di scomporre quelle condizioni nei loro elementi materiali e funzionali. Un enunciato deve trovare un supporto capace di conservarlo o diffonderlo; deve esistere una istituzione di garanzia o una convenzione sociale che accrediti chi parla; devono essere disponibili tecniche di verifica; una cornice simbolica deve rendere intelligibili le prove; un ordine normativo deve stabilire responsabilità e limiti; infine, un’economia dell’attenzione determina ciò che, pur essendo tecnicamente disponibile, riesce a entrare nel campo della percezione collettiva. La verità pubblica appare così come il risultato sempre provvisorio di una composizione e non come la manifestazione immediata di un contenuto.

Questa impostazione ha il merito di spostare l’analisi del potere dalla sola dimensione dell’interdizione a quella dell’infrastruttura. Nel mondo tipografico il controllo può manifestarsi attraverso la licenza, la censura o il sequestro; nel mondo digitale esso può essere incorporato nel design, nel ranking, nella raccomandazione e nella profilazione. il potere contemporaneo sulla verità non deve necessariamente vietare un enunciato: può ridurne la visibilità, collocarlo in un contesto interpretativo sfavorevole, impedirgli di raggiungere determinate comunità o, all’opposto, amplificarlo enormemente. La genealogia del vero diventa pertanto inseparabile da una genealogia delle condizioni tecniche della sua circolazione.

4. La storia dei media come storia delle condizioni del vero

Una delle scelte metodologiche più rilevanti del volume consiste nel rifiuto di una storia lineare dei media intesa come progressivo avvicinamento alla trasparenza e alla libertà. L’itinerario che muove dall’oralità primaria e giunge all’intelligenza artificiale non descrive una marcia continua dalla scarsità all’abbondanza, dall’autorità alla libertà o dall’ignoranza alla conoscenza, ma una successione di riconfigurazioni del rapporto fra accesso, controllo, memoria e credibilità. Ogni medium risolve alcuni problemi ereditati dalla configurazione precedente e, nello stesso tempo, ne produce di nuovi; ogni ampliamento dell’accesso modifica le forme del gatekeeping; ogni tecnica di conservazione costruisce nuove asimmetrie fra chi controlla il supporto e chi ne dipende.

Nelle culture dell’oralità la verità è affidata alla memoria viva, alla ripetizione rituale, alla performatività della voce e all’autorevolezza di figure capaci di custodire il patrimonio della comunità. La debolezza evidente del sistema risiede nella sua dipendenza dalla presenza e dalla memoria, ma la sua forza consiste nella capacità di incorporare il sapere in pratiche condivise che ne garantiscono la riproduzione. Con la scrittura, la parola si separa dal corpo dell’enunciante e acquista una permanenza nuova; il documento può viaggiare, essere copiato, conservato e confrontato. Ma proprio questa emancipazione dal corpo produce una nuova divisione del lavoro epistemico: lo scriba, l’archivista, il funzionario e l’istituzione che conserva il documento acquistano un potere che non apparteneva alla stessa forma della cultura orale. Il supporto materiale modifica il regime della credibilità perché rende possibile un tipo differente di prova, ma non cancella la necessità dell’autorità.

La rivoluzione tipografica rende ancora più visibile questa ambivalenza. La moltiplicazione delle copie, l’abbassamento del costo di riproduzione e la crescita del pubblico allargano lo spazio potenziale della discussione e contribuiscono alla crisi di antichi monopoli religiosi e politici; la Riforma protestante mostra in modo paradigmatico come la tecnologia della stampa possa modificare il rapporto fra individuo, testo e autorità. Nello stesso momento, però, l’aumento della circolazione rende più urgente il controllo: privilegi, licenze,  indici, censori e corporazioni tipografiche costituiscono la risposta istituzionale a un medium che ha improvvisamente moltiplicato la capacità di diffondere dissenso e interpretazioni concorrenti. Non si produce dunque una semplice liberazione, ma una nuova configurazione del conflitto sul vero.

La stessa struttura ritorna con la stampa periodica e i media industriali. Il giornale moderno amplia la possibilità di costruire una opinione pubblica informata, ma sviluppa anche tecniche di sensazionalismo, propaganda, manipolazione e concentrazione economica. La radio e la televisione estendono la simultaneità, rendono possibile una partecipazione emotiva collettiva di dimensioni prima inconcepibili e contribuiscono alla formazione di un orizzonte nazionale comune, ma concentrano la funzione di gatekeeping in un numero limitato di centri produttivi. Il broadcasting moltiplica il pubblico e restringe il numero degli emittenti, creando una configurazione nella quale la libertà di ricevere informazioni può convivere con una forte centralizzazione della produzione.

Internet sembra inizialmente spezzare questa asimmetria, perché la soglia tecnica della pubblicazione si riduce drasticamente e il destinatario può diventare produttore. Tuttavia, proprio l’abbondanza praticamente illimitata dei contenuti rende necessaria una nuova intermediazione. Nessun individuo può attraversare l’intero spazio disponibile e deve quindi affidarsi a sistemi di ordinamento, ricerca, raccomandazione e filtraggio. La disintermediazione produce così una reintermediazione computazionale: il direttore di un giornale decideva che cosa meritasse di essere pubblicato, mentre l’algoritmo stabilisce in misura crescente quale parte di ciò che è già stato pubblicato avrà una probabilità significativa di essere incontrata. La funzione di gatekeeping non scompare, ma si trasferisce dal confine fra pubblicabile e non pubblicabile al confine, più fluido e meno visibile, fra rilevante e irrilevante.

Da questa lunga genealogia emerge una legge ricorrente: la storia dei media non coincide perciò con il progresso della libertà, ma con il continuo riassetto delle forme attraverso cui l’accesso viene reso possibile e contemporaneamente regolato. Il volume acquista così una particolare attualità, perché permette di comprendere la trasformazione digitale non come rottura assoluta, ma come nuova manifestazione di una tensione antica fra moltiplicazione della parola e necessità sociale di ordinarla.

5. Franco Cordero e la morfologia della ragione

Uno degli innesti teoricamente più originali del libro è costituito dal confronto con Franco Cordero e con Gli Osservanti. Fenomenologia delle norme. L’ingresso di Cordero modifica temporaneamente la prospettiva: se Foucault consente di interrogare la topografia del potere e le istituzioni della veridizione, Cordero costringe a guardare dentro la forma stessa del ragionamento, là dove una pretesa di verità viene costruita attraverso selezioni, inferenze, classificazioni e passaggi che possono essere resi pubblicamente controllabili. La ragione non è più soltanto una facoltà astratta dell’individuo, ma un dispositivo storico che ordina l’esperienza e stabilisce ciò che, entro un determinato contesto, può essere sostenuto come conclusione razionale.

La lettura proposta distingue la ragione contemplativa, la ragione dialettica, la ragione discorsiva e infine la ragione normativa. La prima cerca sicurezza sottraendo il vero all’instabilità del fenomeno; costruisce un fondamento capace di resistere alla mutevolezza del tempo, ma proprio questa forza può trasformarsi in vulnerabilità epistemica se il sistema viene collocato in un luogo nel quale nessun fatto empirico può più contraddirlo. La verità diventa allora infalsificabile non perché sia stata dimostrata definitivamente, ma perché le condizioni della sua possibile smentita vengono eliminate. Il modello cessa di misurarsi sul reale e tende a interpretare come difetto dell’esperienza ciò che potrebbe invece costituire un limite della teoria.

La ragione dialettica recupera il tempo e la contraddizione, assumendo il divenire come dimensione interna del vero. In questo modo supera l’immobilità contemplativa, ma produce un rischio differente: quando la storia viene letta come necessità, ogni opposizione può essere reintegrata nella teoria come momento inevitabile del processo e ogni confutazione può essere assorbita retrospettivamente come conferma. L’esito immunitario non è identico a quella della ragione contemplativa, ma ne condivide la struttura fondamentale: il sistema costruisce un dispositivo che rende sempre più difficile l’incontro con un evento capace di modificarlo. La teoria diventa capace di spiegare qualsiasi cosa e proprio per questo perde progressivamente la possibilità di essere realmente messa alla prova.

La ragione discorsiva assume un orientamento opposto, perché non pretende il possesso immediato del vero, ma costruisce una sequenza di passaggi che possono essere mostrati. Premesse, distinzioni, inferenze e conclusioni vengono esposte in una forma che permette a un altro soggetto di ripercorrere il cammino. È precisamente questa esibibilità a rendere il ragionamento vulnerabile: la premessa può risultare falsa, l’inferenza invalida, la qualificazione impropria, la conclusione eccessiva rispetto a ciò che la sostiene. Una vulnerabilità che potrebbe sembrare debolezza diventa invece il presupposto della controllabilità. La ragione discorsiva acquista così un valore politico, perché rende possibile il contraddittorio e traduce la fallibilità in procedura.

La parte dedicata alla ragione normativa permette di trasferire questa struttura nel diritto. La decisione giuridica presuppone sempre una riduzione della complessità del fatto a una figura normativa: l’infinita ricchezza dell’accadimento viene selezionata attraverso categorie, distinzioni di rilevanza, qualificazioni e connessioni causali. Tale riduzione è inevitabile, perché una norma non può contenere la totalità del reale, ma può trasformarsi in una forma di violenza epistemica quando lo schema viene preservato contro il fatto. Cordero parla significativamente di soppressione del fatto: il rischio è che l’apparato giuridico, nato per ordinare l’esperienza, finisca per espellere ciò che non si lascia contenere nelle sue categorie.

Il procedimento moderno rappresenta la risposta istituzionale a questa fragilità. Esso non garantisce ontologicamente il vero, ma riduce l’arbitrio imponendo motivazione, prova, contraddittorio, pubblicità e possibilità di revisione. La verità processuale resta distinta dalla verità dell’accaduto, ma la procedura tenta di avvicinarle costruendo un ambiente nel quale la decisione debba rendere conto delle proprie ragioni. Questo passaggio è decisivo per l’intera teoria dei regimi di verità, perché mostra che la qualità di un sistema non dipende dalla sua pretesa di infallibilità, ma dalla forma in cui organizza la possibilità dell’errore e della sua correzione.

È precisamente da Cordero che può essere ricavato uno dei criteri più forti per distinguere un regime epistemicamente aperto da uno chiuso: la domanda non è se il sistema disponga di una verità definitiva, ma se produca controllo o immunità rispetto alla prova. Un sapere che ammette la propria fallibilità e costruisce strumenti per riconoscerla può essere più affidabile di un sapere che proclama la propria certezza e sottrae le proprie premesse alla contestazione. Questa intuizione costituirà il punto di passaggio verso la teoria del pluralismo verificabile.

6. Verità, validità e limiti della categoria

Proprio l’ampiezza del concetto di regime di verità rende necessario introdurre una distinzione critica che il volume possiede implicitamente ma che potrebbe essere sviluppata con maggiore nettezza. Non tutti gli enunciati appartengono al medesimo ordine. L’affermazione secondo cui un determinato evento è accaduto presenta una pretesa fattuale; il giudizio secondo cui una determinata condotta è giuridicamente illecita implica una qualificazione normativa; la valutazione secondo cui quella stessa condotta sia moralmente ingiusta introduce un livello ulteriore, nel quale la questione della giustificazione non coincide con la semplice corrispondenza fra proposizione e fatto. Confondere questi piani rischia di trasformare ogni conflitto di valori in un conflitto sulla verità e, simmetricamente, ogni controversia epistemica in una mera differenza normativa.

Il problema emerge soprattutto nell’appendice dedicata al politicamente corretto, alla cultura woke e alla cancel culture. Vetere coglie con precisione la dimensione architettonica di questi fenomeni: esistono linguaggi legittimi e delegittimati, autorità riconosciute, meccanismi di sanzione reputazionale, categorie che organizzano inclusione ed esclusione, effetti di amplificazione prodotti dalle piattaforme. Tuttavia, non tutto ciò che viene ritenuto offensivo viene per ciò stesso qualificato come falso e non ogni prescrizione linguistica appartiene a un regime epistemico. In molti casi sarebbe più preciso parlare di regimi normativi di legittimità discorsiva, cioè di sistemi che stabiliscono le condizioni sociali dell’accettabilità di un enunciato piuttosto che la sua verità. La distinzione non indebolisce la teoria, ma ne aumenta la capacità discriminante. Il potere può intervenire contemporaneamente sul vero, sul lecito e sul dicibile, ma questi livelli non coincidono necessariamente. Il diritto, per esempio, può proibire una forma di espressione senza dichiararla falsa; una comunità morale può stigmatizzare un giudizio senza pretendere di averne dimostrato l’inconsistenza fattuale; una piattaforma può rimuovere un contenuto per ragioni di sicurezza o policy senza avanzare alcuna tesi sulla verità del suo contenuto. La genealogia deve dunque conservare la capacità di riconoscere le sovrapposizioni senza annullare le differenze. Questa precisazione consente anche di chiarire il rapporto fra pluralismo e verità. Il diritto di sostenere una tesi non equivale alla fondatezza epistemica della tesi stessa. Una democrazia può proteggere la libertà di formulare un giudizio profondamente errato senza essere obbligata a considerarlo equivalente, sul piano scientifico o documentale, a una conclusione sostenuta da prove robuste. La libertà riguarda il soggetto e il suo spazio di espressione; la qualità epistemica riguarda l’enunciato e le procedure attraverso cui viene giustificato. Confondere i due piani produce due errori opposti: da un lato, la tentazione di censurare ciò che viene considerato falso; dall’altro, la pretesa che la libertà di espressione renda tutte le opinioni ugualmente fondate. Il volume, letto attraverso il criterio della verificabilità, consente di evitare entrambe le conclusioni.

7. Dalla libertà di stampa alla libertà nell’architettura informativa

La genealogia acquista una particolare rilevanza sul piano giuridico quando viene applicata alla libertà di stampa. L’elaborazione moderna di questa libertà nasce dentro l’ambiente tipografico e costruisce conseguentemente le proprie categorie intorno a un oggetto materiale: il foglio stampato, la tipografia, la tiratura e la distribuzione. Autorizzazione preventiva, censura e sequestro sono strumenti di controllo adatti a un mondo nel quale impedire l’esistenza fisica o la circolazione materiale di un testo significa impedirne la comunicazione. La libertà viene pertanto pensata, anzitutto, come immunità da un potere capace di bloccare il messaggio prima che esso raggiunga il pubblico. L’ecosistema digitale modifica radicalmente tale struttura, perché un contenuto può continuare a esistere senza essere realmente visibile. La sua circolazione può essere ridotta mediante il ranking, la deindicizzazione, la demonetizzazione, l’esclusione dai sistemi di raccomandazione o altre forme di selezione che non coincidono tecnicamente con la censura nel senso costituzionale tradizionale, ma che possono produrre effetti considerevoli sulla possibilità di raggiungere un pubblico. Il potere non interviene più soltanto sul diritto di produrre, ma sulla probabilità di essere incontrati. La distinzione è essenziale, perché impedisce sia di banalizzare la nozione giuridica di censura sia di ignorare forme nuove di influenza infrastrutturale sullo spazio pubblico.

Sarebbe improprio assimilare automaticamente la moderazione privata a una misura autoritativa dello Stato. Il diritto costituzionale continua a richiedere distinzioni rigorose fra poteri pubblici, autonomia privata, responsabilità editoriale e disciplina delle piattaforme. Tuttavia, sarebbe altrettanto riduttivo continuare a pensare la libertà di informazione esclusivamente attraverso categorie elaborate per il torchio. Quando pochi sistemi tecnologici possono determinare in modo opaco la visibilità relativa di contenuti, persone e argomenti, la questione della libertà si estende inevitabilmente all’architettura che ordina la comunicazione.

Il passaggio dalla libertà di stampa alla libertà di informazione diventa così un processo concettuale prima ancora che normativo. Non si tratta di attribuire a ogni contenuto un impossibile diritto a ottenere la medesima visibilità, né di imporre una neutralità assoluta a sistemi che, per loro stessa natura, devono selezionare. Si tratta piuttosto di riconoscere che la selezione costituisce una forma di potere e che, quando tale potere raggiunge una intensità sistemica, deve poter essere sottoposto a criteri di responsabilità, trasparenza e contestabilità. Dal diritto di parola si passa progressivamente al diritto di interrogare l’architettura della parola.

In questo senso, la tecnica assume una funzione quasi normativa. Il diritto stabilisce regole attraverso prescrizioni esplicite; l’architettura digitale può orientare comportamenti attraverso default, interfacce, possibilità, probabilità e ranking. Un sistema che rende quasi impossibile una determinata azione esercita una forza diversa ma talvolta più efficace di una norma che la vieta. La normatività si incorpora nell’infrastruttura e la genealogia della verità diventa conseguentemente anche genealogia del design. Il potere contemporaneo non governa soltanto mediante comandi e sanzioni, ma attraverso la configurazione dell’ambiente nel quale le scelte diventano più o meno probabili.

8. Economia dell’attenzione, post-verità e infocrazia

Uno degli aspetti più convincenti del volume consiste nell’aver incorporato l’economia dell’attenzione dentro la struttura del regime di verità. La scarsità dell’attenzione non nasce con Internet: l’oratore dell’agorà competeva con altri oratori, il predicatore con altri predicatori, il pamphlettista con altri stampatori, il giornale con altri giornali e il programma televisivo con altri programmi. La trasformazione digitale non consiste dunque nell’invenzione della competizione per il tempo cognitivo, ma nella capacità di misurarla in modo continuo, trasformarla in dato e utilizzarla come segnale per governare automaticamente la distribuzione. Click, permanenza, ritorno, interazione e condivisione diventano elementi di un sistema economico nel quale l’attenzione è estratta, valorizzata e venduta.

Questa trasformazione produce una separazione decisiva fra verificabilità e visibilità. Un’informazione può essere vera, accuratamente documentata e tuttavia scarsamente competitiva rispetto ai criteri che regolano l’engagement; una falsità può essere debole sul terreno della prova e fortissima sul terreno dell’emozione. Il potere contemporaneo sulla verità può quindi operare senza produrre direttamente alcun falso: è sufficiente organizzare una distribuzione dell’attenzione che renda marginale ciò che non corrisponde alle metriche dominanti e amplifichi ciò che massimizza la reazione. L’ordine epistemico viene così attraversato da una logica economica che non ha come criterio primario la correttezza, ma la capacità di trattenere il pubblico.

È in questo contesto che la categoria di post-verità acquista un significato più preciso. La menzogna politica e la propaganda non sono fenomeni nuovi e non basterebbero, da soli, a definire un’epoca. La peculiarità contemporanea consiste nel fatto che il falso può ottenere efficacia senza dover necessariamente travestirsi da verità mediante un apparato probatorio convincente. È sufficiente che confermi un’identità, alimenti una paura, consolidi un’appartenenza o produca indignazione. La verifica non scompare, ma perde parte del proprio valore competitivo. Le fake news rappresentano allora contenuti determinati; la post-verità descrive l’ambiente nel quale la relazione fra accuratezza ed efficacia comunicativa si indebolisce.

Il confronto con Byung-Chul Han permette di radicalizzare la diagnosi. L’infocrazia descrive una condizione nella quale l’informazione non costruisce necessariamente conoscenza, ma può dissolversi in un flusso continuo di stimoli incapace di sedimentare in giudizio. La successione incessante dei contenuti frammenta la temporalità, riduce il contesto, favorisce reazioni immediate e rende sempre più difficile distinguere ciò che merita memoria da ciò che è destinato a essere sostituito pochi secondi dopo. La verità, che necessita spesso di tempo, confronto e ricostruzione, compete con un ambiente progettato per la velocità.

Vetere condivide ampiamente questa diagnosi, ma evita di trasformarla in un annuncio metafisico della fine della verità. Anche il rumore possiede un’architettura; non è un caos naturale, ma viene prodotto e distribuito da piattaforme, incentivi economici, sistemi di profilazione e algoritmi di raccomandazione. L’infocrazia non è dunque assenza di regime, bensì un regime particolarmente complesso nel quale la funzione di selezione viene delegata a dispositivi opachi e adattivi. Proprio per questo il nichilismo non è l’unica risposta possibile. Se la crisi dipende almeno in parte da condizioni tecniche e istituzionali, quelle condizioni possono essere  modificate, regolando gli incentivi, rendendo maggiormente controllabili le procedure di ranking e costruendo nuovi dispositivi di responsabilità.

Il problema democratico emerge con particolare chiarezza quando si collega questa analisi alla teoria habermasiana della sfera pubblica. Il dissenso politico non richiede l’accordo, ma necessita almeno di un terreno sul quale il disaccordo possa essere intelligibile. Se gruppi differenti ricevono non soltanto interpretazioni diverse, ma selezioni radicalmente differenti degli stessi accadimenti, il conflitto smette progressivamente di riguardare il significato dei fatti e investe la loro stessa esistenza pubblica. La personalizzazione può produrre non semplicemente pluralità di opinioni, ma pluralità di ambienti di realtà. La crisi della verità diventa allora crisi della possibilità di deliberare insieme.

9. I tre scenari futuri: certificazione, distribuzione, compressione

Il capitolo dedicato agli scenari 2025-2050 rappresenta il punto nel quale la genealogia viene utilizzata non più soltanto per comprendere il passato, ma per costruire modelli plausibili del futuro. L’operazione è metodologicamente delicata, perché la genealogia nasce anche come critica delle teleologie; il volume evita tuttavia la contraddizione presentando i propri scenari non come previsioni necessarie, ma come configurazioni possibili costruite sulla base di tendenze già osservabili. La distinzione è importante: non si tratta di dire ciò che accadrà, ma di mostrare quali architetture potrebbero emergere dalla combinazione fra dispositivi tecnici, istituzioni di garanzia, economie dell’attenzione, cornici simboliche e sistemi normativi.

Nel regime della verità certificata, la crisi di fiducia prodotta dalla generazione sintetica viene affrontata attraverso firme digitali, watermark, standard di provenienza, registri e organismi di audit. Il vantaggio del modello consiste nella possibilità di ricostruire la catena di produzione del contenuto e distinguere, almeno in parte, ciò che possiede una provenienza verificabile da ciò che ne è privo. Il rischio è tuttavia evidente: il certificatore può trasformarsi in una nuova autorità epistemica e la tracciabilità può assumere la forma di un imprimatur tecnologico. Il problema classico del controllo dei controllori ritorna così in un ambiente nuovo; la tecnica non elimina la politica della fiducia, ma la ricolloca nelle istituzioni che definiscono gli standard e amministrano le procedure di autenticazione.

Nel regime della verità distribuita, la garanzia non è concentrata in un soggetto centrale, ma ripartita fra università, redazioni, organizzazioni civiche, comunità di verifica, database pubblici e sistemi aperti di reputazione. L’ideale è quello di una rete nella quale differenti attori possano reciprocamente controllarsi e nessuno possieda un monopolio definitivo della credibilità. Il modello presenta una affinità evidente con la concezione pluralistica della sfera pubblica, ma incontra un problema di sostenibilità: verificare costa, richiede competenze, tempo e infrastrutture. Se l’economia dell’attenzione continua a premiare la velocità più dell’accuratezza, la verifica distribuita rischia di dipendere da risorse fragili e da una partecipazione che non può essere data per scontata.

Il regime della verità compressa è forse il più inquietante perché non tenta di restaurare integralmente l’accertamento, ma assume la sovrabbondanza informativa come condizione irreversibile. In un ambiente saturo di contenuti sintetici, la verifica puntuale di ogni proposizione diventa economicamente e cognitivamente impossibile; sistemi conversazionali producono sintesi probabilistiche, le piattaforme gestiscono il rischio dell’errore e la società tollera una certa quota di incertezza in cambio della rapidità. La domanda tradizionale «è vero?» tende allora a essere affiancata, e talvolta sostituita, dalla domanda «quanto danno produce se è falso?». L’epistemologia si avvicina alla logica attuariale: la distinzione vero-falso resta formalmente intatta, ma perde centralità operativa rispetto alla gestione del rischio.

Questi tre scenari non sono reciprocamente esclusivi. È plausibile che ambiti ad alta intensità di rischio adottino forme di certificazione rigorosa, che la sfera pubblica continui a utilizzare reti distribuite di verifica e che, nelle pratiche quotidiane a basso costo dell’errore, prevalga invece la compressione. Proprio la coesistenza dei regimi mostra la forza della categoria architettonica: il futuro non è rappresentato come un unico sistema globale, ma come un mosaico di procedure differenti la cui legittimità dipenderà dal modo in cui sapranno bilanciare accesso, responsabilità, costo e verificabilità.

10. Intelligenza artificiale e dissoluzione del soggetto epistemico

L’intelligenza artificiale generativa rappresenta l’ultima soglia della genealogia perché introduce una discontinuità particolarmente rilevante nella storia della responsabilità epistemica. Per gran parte della storia, l’enunciato poteva essere ricondotto, almeno idealmente, a un soggetto: il sacerdote, lo scriba, il testimone, lo storico, lo scienziato, il giudice, il giornalista, l’autore. Quel soggetto poteva mentire, sbagliare o essere incompetente, ma permaneva come luogo di imputazione della parola pronunciata. Era possibile chiedergli che cosa avesse visto, da quale fonte avesse appreso, quale metodo avesse utilizzato e quali interessi potessero condizionarlo. L’interrogazione sulla verità attraversava sempre una interrogazione sulla posizione del soggetto che parlava.

Il sistema generativo spezza parzialmente questa continuità. Può produrre una proposizione linguisticamente coerente e retoricamente autorevole senza possedere esperienza del mondo cui essa si riferisce, senza memoria autobiografica dell’accaduto e senza una responsabilità personale per l’affermazione formulata. La sua capacità consiste nel generare linguaggio sulla base di regolarità apprese da enormi quantità di testi e di ulteriori procedure di addestramento e allineamento. La fluidità della risposta può pertanto simulare la forma dell’autorevolezza senza che esista necessariamente, dietro quella forma, una esperienza o una competenza verificabile nel senso tradizionale.

La formula secondo cui l’intelligenza artificiale generativa non produce verità ma enunciati credibili deve essere interpretata precisamente in questo senso. Non significa che una proposizione prodotta da un modello non possa essere vera: se il sistema afferma un fatto correttamente documentato, l’enunciato resta vero indipendentemente dall’origine artificiale. Significa invece che il criterio attraverso il quale la proposizione viene generata non coincide con un autonomo procedimento di accertamento della corrispondenza fra linguaggio e mondo. La verità dell’output deve essere stabilita mediante procedure ulteriori rispetto alla sua plausibilità linguistica. La distinzione fra meccanismo di generazione e criterio di verità è fondamentale per evitare sia l’antropomorfizzazione sia il rifiuto indiscriminato dell’IA.

La questione più radicale riguarda l’autorità epistemica. Per secoli, determinate forme linguistiche hanno funzionato come segnali indiretti di competenza: il lessico specialistico, la precisione argomentativa, la capacità di contestualizzare e la sicurezza espositiva potevano suggerire la presenza di un soggetto esperto. Il modello generativo può riprodurre questi segnali senza possedere necessariamente la posizione epistemica che essi tradizionalmente presupponevano. Può parlare come chi sa senza sapere nel senso umano del termine. Il problema non si esaurisce quindi nelle cosiddette allucinazioni, che sono soltanto il caso più evidente dell’errore; investe la possibilità di separare la credibilità retorica dalla responsabilità conoscitiva.

Da qui deriva la necessità di ricostruire una catena di custodia epistemica. Nell’ambiente tradizionale si poteva chiedere chi avesse scritto, quale fonte avesse consultato, chi avesse verificato e chi avesse deciso di pubblicare. Nell’ambiente generativo le domande si moltiplicano: quali dati hanno contribuito all’addestramento, quali criteri hanno determinato la selezione, quale sistema di retrieval ha fornito le informazioni, quali policy hanno orientato la risposta, quale utente ha formulato la richiesta, chi ha deciso di utilizzare l’output e con quali controlli. La responsabilità non scompare, ma si distribuisce lungo l’architettura.

Questa distribuzione spiega perché la regolazione dell’intelligenza artificiale non possa limitarsi a stabilire obblighi astratti di trasparenza. Occorre distinguere i contesti d’uso, valutare il rischio, rendere conoscibile la provenienza delle informazioni quando essa sia rilevante e soprattutto evitare che l’utente confonda la qualità linguistica dell’output con una garanzia autonoma di verità. L’alfabetizzazione algoritmica non consiste allora soltanto nel saper utilizzare uno strumento, ma nel comprendere la differenza fra una macchina capace di produrre proposizioni plausibili e una istituzione capace di rispondere pubblicamente delle ragioni per cui una proposizione dovrebbe essere considerata vera.

11. Oltre Foucault: la teoria del pluralismo verificabile

È a questo punto che, muovendo dalle conclusioni del volume, diviene possibile formulare una teoria che l’opera contiene nelle proprie premesse ma non sviluppa ancora come sistema autonomo: quella del pluralismo verificabile. Le proposte relative agli standard di provenienza, all’audit degli algoritmi, alla responsabilità, all’alfabetizzazione, alla pluralità delle fonti e alla costruzione di procedure di controllo possono essere ricondotte a un principio teorico unitario capace di superare l’alternativa fra monopolio del vero e relativismo. Il pluralismo verificabile non è una semplice tecnica di fact-checking e non coincide con l’idea che ogni affermazione debba ricevere una certificazione preventiva; è piuttosto una teoria delle condizioni istituzionali che rendono possibile la coesistenza fra libertà del discorso e differenza epistemica fra gli enunciati.

Il concetto muove da due proposizioni che devono essere mantenute simultaneamente. La prima stabilisce che nessuna autorità debba possedere il monopolio definitivo della verità pubblica; la seconda afferma che non tutte le pretese di verità abbiano lo stesso valore. Il relativismo preserva la prima proposizione ma dissolve la seconda, trasformando la pluralità in equivalenza; il dogmatismo preserva la seconda ma tende a distruggere la prima, attribuendo a un soggetto o a una istituzione il potere di stabilire definitivamente ciò che debba essere accettato come vero. Il pluralismo verificabile rifiuta entrambe le riduzioni: conserva la libertà della contestazione e, nello stesso tempo, pretende che chi avanza una pretesa pubblica di verità sia disposto a esporre le ragioni che la sostengono.

Verificabilità non significa certificazione. Un sistema di certificazione può diventare monopolistico, irrigidirsi e sostituire alla prova l’autorità del sigillo; un sistema verificabile, invece, deve rendere possibile ricostruire la provenienza di un’affermazione, esaminare il metodo mediante cui è stata prodotta, accedere alle evidenze rilevanti, formulare obiezioni e, quando emergano elementi contrari, modificare la conclusione. La verificabilità è una proprietà dell’architettura più che un attributo del singolo enunciato: riguarda la possibilità che un contenuto entri in un circuito di controllo e non la pretesa che un’autorità ne stabilisca una volta per tutte la correttezza.

Questa teoria consente di attribuire alla fallibilità un significato politico. Tradizionalmente essa viene considerata un limite della conoscenza umana; all’interno di un regime democratico può invece diventare una garanzia. La scienza non è affidabile perché gli scienziati siano infallibili, ma perché una comunità scientifica dispone di procedure di replica, controllo e revisione; il processo non è garantista perché il giudice non possa sbagliare, ma perché la decisione deve essere motivata, contestabile e, entro determinate condizioni, impugnabile; il giornalismo professionale non possiede ontologicamente il vero, ma costruisce la propria legittimità attraverso verifica delle fonti, responsabilità, rettifica e critica. In ciascuno di questi casi, l’affidabilità nasce non dalla promessa di assenza dell’errore, ma dall’esistenza di procedure attraverso le quali l’errore possa essere riconosciuto e corretto.

La qualità epistemica di un regime potrebbe pertanto essere misurata sulla base della sua capacità istituzionale di scoprire di avere torto. Un sistema che non può essere smentito non è necessariamente più vero; può essere semplicemente più protetto. La domanda corderiana sul rapporto fra controllo e immunità ritorna qui con piena forza: il problema decisivo consiste nello stabilite se le forme razionali e istituzionali utilizzate per produrre verità mantengano aperto l’incontro con ciò che potrebbe confutarle. Il pluralismo verificabile assume la correggibilità come criterio della maturità epistemica.

Questa impostazione possiede anche una valenza costituzionale. La democrazia non è il luogo nel quale nessuno possa dire che cosa sia vero, perché una simile condizione renderebbe impossibili il diritto, la scienza e la stessa informazione; è il luogo nel quale nessuno possa pretendere di sottrarre definitivamente la propria affermazione all’obbligo della giustificazione. La libertà non coincide quindi con l’indifferenza rispetto al vero, ma con la possibilità di interrogare le architetture che lo rendono pubblico, contestarne le autorità, verificare le fonti e modificare le procedure quando esse producano sistematicamente opacità o errore. Il pluralismo verificabile non relativizza la verità: relativizza il potere di chi pretende di possederla.

In questo senso, la democrazia può essere interpretata anche come un regime istituzionale della correggibilità. Elezioni, opposizione, libertà di stampa, indipendenza della ricerca, contraddittorio processuale e pluralismo delle fonti appartengono a domini differenti, ma condividono una medesima logica: impedire che una configurazione del potere diventi irreversibile e immune dalla revisione. La possibilità di essere smentiti non costituisce quindi una debolezza della società libera, ma una delle sue istituzioni fondamentali.

12. Valutazione complessiva e conclusioni

Regimi e architetture di verità compie, nel suo insieme, una operazione più ambiziosa di quanto una lettura esclusivamente storico-mediologica possa lasciar intendere. Il volume parte dal concetto foucaultiano di regime di verità, ma progressivamente lo modifica attraverso il confronto con la storia dei media, la teoria della sfera pubblica, la critica dell’economia dell’attenzione e la morfologia corderiana della ragione. La domanda «chi stabilisce ciò che è vero?» viene così scomposta in una serie di interrogazioni più precise che riguardano il supporto, il procedimento, l’autorità, la cornice simbolica, il sistema normativo e la distribuzione dell’attenzione. La verità pubblica appare come il risultato fragile di una architettura della veridizione, cioè di un insieme di condizioni che non creano il reale ma determinano in larga misura il modo in cui esso può essere conosciuto e discusso collettivamente.

Il principale merito teorico dell’opera consiste nel rifiuto di due semplificazioni opposte. La prima sarebbe nostalgica e consisterebbe nell’immaginare un passato nel quale il vero circolasse senza filtri, prima che la tecnologia, la propaganda o le piattaforme introducessero la distorsione. La genealogia mostra che quel passato non è mai esistito: la parola orale dipendeva dall’autorità e dalla memoria, la scrittura dall’archivio e dalla competenza, la stampa dai circuiti di produzione e distribuzione, il broadcasting dai gatekeeper. La seconda semplificazione sarebbe nichilistica e dedurrebbe dalla presenza inevitabile dei filtri l’impossibilità di distinguere le narrazioni. Anche questa conclusione viene respinta, perché il fatto continua a resistere alle proprie rappresentazioni e le procedure di verifica possiedono qualità differenti.

La storia ricostruita dal volume può allora essere letta come una lunga trasformazione delle asimmetrie epistemiche. Nell’oralità il potere si concentra in chi custodisce la memoria; nella scrittura in chi possiede l’accesso alla registrazione e all’archivio; nella stampa in chi controlla la riproduzione e la distribuzione; nei media di massa in chi dispone dei canali di broadcasting; nell’ecosistema digitale in chi amministra infrastrutture, dati e ranking; nell’intelligenza artificiale in chi progetta, addestra, controlla e integra sistemi capaci di produrre linguaggio credibile su scala industriale. La tecnologia non elimina il problema dell’autorità, ma ne modifica continuamente la localizzazione.

La nozione di architettura permette inoltre di comprendere perché la libertà di informazione non possa essere trattata come una categoria storicamente immobile. Nel mondo tipografico la minaccia paradigmatica era il divieto di stampare; nel mondo computazionale il potere può esercitarsi attraverso la gestione della rilevanza e dell’attenzione. Ciò non autorizza ad assimilare ogni decisione privata a censura né a costruire un diritto alla visibilità illimitata, ma impone di riconoscere che l’ambiente tecnico della comunicazione esercita ormai una funzione ordinante di enorme rilievo politico. La regolazione non può quindi limitarsi a proteggere l’atto individuale della pubblicazione, ma deve interrogare le condizioni sistemiche entro cui la pubblicazione acquista o perde efficacia.

Il punto più delicato resta l’ampiezza della categoria di regime di verità. Là dove il volume include fenomeni normativi, morali o identitari, il rischio è che la nozione venga estesa sino a comprendere qualsiasi forma di disciplina del discorso. La distinzione fra verità fattuale, validità giuridica e legittimità morale dovrebbe essere conservata con maggiore rigore, perché solo in questo modo il paradigma può evitare di trasformarsi in una categoria totalizzante. Tale limite, tuttavia, non compromette l’impianto complessivo e può anzi essere utilizzato per svilupparlo ulteriormente, distinguendo fra architetture epistemiche e architetture normative pur riconoscendone le frequenti intersezioni.

È precisamente in questa direzione che la teoria del pluralismo verificabile può essere considerata il principale sviluppo potenziale dell’opera. Se nessuna società può fare a meno di istituzioni della verità e se nessuna istituzione dovrebbe poter rivendicare un monopolio definitivo del vero, la questione democratica consiste nel costruire dispositivi capaci di mantenere aperta la revisione. Il pluralismo non equivale all’indifferenza fra prova e opinione, mentre la difesa della verità non richiede l’istituzione di un’autorità infallibile. La mediazione deve essere visibile, la fonte ricostruibile, il metodo discutibile, la decisione motivabile e l’errore correggibile. In questa struttura il reale conserva il proprio carattere di limite: non è prodotto dalle istituzioni, ma costringe le istituzioni a misurarsi con qualcosa che eccede le loro categorie.

Si può allora formulare il paradosso conclusivo secondo cui la verità pubblica deve essere istituita precisamente perché la verità non è un’istituzione. Il fatto non nasce dal tribunale che lo accerta, dal giornale che lo racconta, dall’università che lo studia, dalla piattaforma che ne ordina la visibilità o dal modello generativo che ne produce una rappresentazione. Queste istituzioni costruiscono invece le procedure mediante le quali una comunità tenta di riconoscere il fatto, conservarlo, descriverlo e renderlo disponibile alla critica. Proprio perché possono fallire, devono essere organizzate in modo da poter essere corrette. La distanza fra il reale e la sua rappresentazione, che costituisce il luogo originario dell’errore, diviene nello stesso tempo la condizione della libertà critica.

La domanda posta alle soglie dell’intelligenza artificiale – chi deciderà che cosa è vero quando l’uomo non sarà più l’unico a dirlo?

– non può essere risolta individuando un nuovo soggetto sovrano cui consegnare l’ultima parola. Lo Stato non può diventarlo, la scienza non può pretendere di esserlo fuori dal proprio metodo, il giornalismo non può rivendicarlo, le piattaforme non dovrebbero possederlo e l’intelligenza artificiale non dispone di alcun titolo autonomo per esercitarlo. La risposta deve essere istituzionale e architettonica: occorre costruire condizioni nelle quali ogni pretesa pubblica di verità sufficientemente rilevante possa essere ricondotta alle proprie fonti, sottoposta a controllo, confrontata con altre ricostruzioni, discussa secondo procedure conoscibili e, quando il reale lo imponga, rettificata.

Il problema decisivo dell’età algoritmica non è dunque stabilire chi avrà l’ultima parola. Una società epistemicamente libera dovrebbe essere costruita precisamente affinché nessuno possa possederla definitivamente. La sua regola più profonda dovrebbe consistere nella possibilità permanente di domandare, dietro ogni enunciato che pretenda di valere come vero, quale fonte lo sostenga, quale metodo lo abbia prodotto, quale istituzione lo accrediti e quale potere ne governi la circolazione; e, soprattutto, nella disponibilità a ricominciare quando una prova migliore mostri che ciò che era stato assunto come vero debba essere modificato. In questa prospettiva, l’ultima istituzione della verità non è l’autorità che la proclama, ma la possibilità della sua revisione.

Bibliografia

La bibliografia che segue riprende e seleziona, in forma ampia, i riferimenti teorici, storici, giuridici e mediali che costituiscono il retroterra dell’opera e del presente studio, con particolare attenzione alle fonti effettivamente pertinenti alla genealogia dei regimi di verità, alla storia dei media, alla teoria della sfera pubblica, alla post-verità, alle piattaforme digitali e all’intelligenza artificiale.

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PINO NANO

Giornalista professionista, scrittore, autore e conduttore televisivo, per lunghi anni Caporedattore Centrale Responsabile dell’Agenzia Nazionale della TGR RAI, ma prima ancora Capo della Redazione Giornalistica della sede RAI della Calabria. Direttore Responsabile di “Nuova Armonia” e “RAI Senior.it”, è stato per anni inviato speciale per RAIDUE e RAIUNO sui “grandi misteri della fede”. Ha scritto 12 libri diversi sulla condizione sociale del Sud, e come autore televisivo ha firmato decine di documentari sulla storia dell’emigrazione meridionale in America.

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