4 luglio 1963: Natalia Ginzburg vince il Premio Strega con Lessico famigliare

A sessantatré anni dalla vittoria del Premio Strega, il romanzo che racconta la famiglia Levi, il dramma vissuto accanto al marito Leone Ginzburg, intellettuale morto nel 1944 nel carcere di Regina Coeli dopo le torture subite sotto il regime nazifascista e il ricordo di Cesare Pavese continua a rappresentare una delle testimonianze più intense della letteratura italiana del Novecento

di Susanna Consolo

Il 4 luglio 1963, nella cornice del Ninfeo di Villa Giulia, a Roma, Natalia Ginzburg si aggiudicava il prestigioso Premio Strega con Lessico famigliare, un’opera destinata a diventare uno dei grandi classici della narrativa italiana del secondo Novecento.
Il riconoscimento consacrò definitivamente la scrittrice, già apprezzata per i suoi romanzi, racconti e saggi. Con uno stile sobrio, essenziale e profondamente umano, Ginzburg riuscì a trasformare la memoria privata in una narrazione capace di parlare a intere generazioni.
La stessa autrice, tuttavia, precisò fin dall’inizio la natura del libro, respingendo l’idea che si trattasse di un’autobiografia. «Non è la mia storia», spiegò, ma «un libro che racconta le persone della mia vita, non la mia vita». Una distinzione fondamentale per comprendere il significato dell’opera: protagonista non è l’autrice, bensì il mondo familiare che l’ha formata, con le sue parole ricorrenti, le abitudini, i ricordi e quel linguaggio domestico che dà il titolo al romanzo.
Natalia Ginzburg era nata nel 1916 con il cognome Levi. Era figlia di Giuseppe Levi, celebre istologo e docente universitario, e di Lidia Tanzi. La famiglia Levi rappresentava uno dei più vivaci ambienti dell’intellettualità italiana antifascista. Attorno a quella casa torinese si incontravano scienziati, scrittori e uomini di cultura destinati a lasciare un segno profondo nella storia del Paese.
Nel 1938 sposò Leone Ginzburg, dal quale prese il cognome con cui sarebbe diventata celebre. Intellettuale raffinato, editore e tra le figure più importanti dell’antifascismo italiano, Leone Ginzburg venne arrestato dal regime e morì nel 1944 nel carcere romano di Regina Coeli in seguito alle torture subite. Una tragedia che segnò profondamente la vita della scrittrice e la sua visione del mondo.
Le pagine di Lessico famigliare restituiscono così il ritratto di una famiglia straordinaria e, insieme, quello dell’Italia attraversata dal fascismo, dalla guerra e dalla ricostruzione. Tra i protagonisti della vicenda compaiono figure centrali della cultura italiana, come Cesare Pavese, Giulio Einaudi e Vittorio Foa, legati alla famiglia da rapporti di amicizia e di intensa collaborazione culturale.
Particolarmente toccante è il ricordo di Cesare Pavese. Il suo suicidio, avvenuto nel 1950, rappresentò un dolore profondo per l’ambiente culturale torinese e per la stessa Natalia Ginzburg, che aveva condiviso con lui l’esperienza della casa editrice Einaudi. Nel romanzo quel ricordo non assume toni celebrativi, ma diventa il simbolo della fragilità di una generazione di intellettuali chiamata a confrontarsi con il peso della storia, delle persecuzioni e delle proprie inquietudini.
A oltre sessant’anni dalla vittoria del Premio Strega, Lessico famigliare continua a essere letto nelle scuole, studiato nelle università e riscoperto da nuovi lettori. La forza del libro risiede proprio nella sua apparente semplicità: attraverso le parole di una famiglia, Natalia Ginzburg racconta un’intera epoca, dimostrando come la memoria privata possa trasformarsi in patrimonio collettivo e universale.
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