di Domenica Puleio
I palazzi della grande diplomazia internazionale si riempiono di dichiarazioni d’intenti e i telegiornali aprono con la clamorosa indiscrezione di un possibile faccia a faccia tra Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky. La terra, intanto, continua a tremare sotto i piedi della povera gente. Ci dicono che la fine del massacro in Ucraina potrebbe essere vicina perché i due leader si dicono pronti a guardarsi negli occhi per fermare le armi. Dietro gli annunci altisonanti e la velina della geopolitica d’alto bordo, però, la realtà sul campo ha il sapore amaro dell’illusione. La pace non si fa con i comunicati stampa coordinati, né con le strette di mano a favore di telecamera, buone solo per congelare i confini di un disastro e ripulirsi la coscienza davanti alla storia.
La prova lampante di quanto valgano le parole dei grandi della Terra arriva, nelle stesse ore, dal dramma del Medio Oriente. La tregua in Libano, sbandierata solo pochi giorni fa come il trionfo della mediazione internazionale, è evaporata nello spazio di un mattino sotto i colpi dei raid chirurgici che hanno sventrato Beirut. Un accordo di plastica, buono per i titoli di testa, ma incapace di reggere alla prova dei fatti. A pagare il prezzo più alto, in questo Risiko impazzito dove le regole cambiano ogni cinque minuti, sono coloro che la pace dovrebbero garantirla sul campo. L’uccisione di un casco blu dell’Unifil nel sud del Paese è l’ennesimo schiaffo in faccia a una comunità internazionale che manda i propri figli a fare da scudo umano in prima linea, per poi lasciarli al buio, vulnerabili, bersagli mobili di una guerra che non risparmia più nessuno.
Ci siamo persi in un racconto anestetizzato, dove contiamo i morti come se fossero numeri di un bilancio e analizziamo i riposizionamenti strategici dimenticando la carne viva delle persone. Non esiste una geopolitica pulita se non si ha il coraggio di denunciare l’ipocrisia profonda di un sistema che, da un lato, ipotizza tavoli di trattativa e, dall’altro, continua a finanziare e armare i fronti del conflitto. Questa giornata ci sbatte in faccia una verità scomoda: finché la pace dipenderà solo dai calcoli di convenienza di leader arroccati nei loro bunker, le tregue resteranno carta straccia e i soldati di pace carne da macello.
È ora di smetterla di guardare a queste tragedie come a un film distante, da commentare con distacco dal divano di casa. Il collasso del patto umano riguarda tutti noi. Pretendere trasparenza, esigere il rispetto reale dei trattati e non voltarsi dall’altra parte davanti al cinismo dei potenti è l’unico modo per non essere complici di questo eterno ritorno all’orrore. Quando le bombe cadono a Beirut o a Kiev, a frantumarsi non sono solo i palazzi, ma il futuro di un’umanità che ha smarrito la capacità di indignarsi e di proteggere la vita.
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