Terremoto in Turchia e Siria a Gaziantep e Aleppo. Sale il bilancio delle vittime

Le due città distanti tra loro 120 km, un tempo facenti parte nella stessa regione durante l'Impero Ottomano, entrambe trasformate dalla guerra e adesso dalla devastazione del sisma nella notte gelida e piovosa del 6 febbraio 2023

Edifici che si polverizzano dopo il terremoto de 6 gennaio in Turchia e in Siria. Il sisma di magnitudo 7.8 ha colpito la Turchia meridionale e la Siria settentrionale. I video pubblicati sui social documentano le drammatiche conseguenze del sisma che ha provocato, secondo i bilanci provvisori, migliaia di morti.

In Una notta freddissima nevosa e bagnata dalla pioggia e nevosa, su entrambi i lati del confine tra i due Stati, fortissime scosse di terremoto hanno svegliato nel sonno gli abitanti prima dell’alba. La gente attonita si è precipitata nelle strade gelate, mentre altre scosse successive radevano al suolo i palazzi.

Migliaia i feriti, si scava tra le macerie. Il presidente turco Erdogan: “E’ il sisma più forte dal 1939”.

l bilancio fornito dalle autorità turche, infatti, parla di 2.316 morti, mentre gli attivisti dell’Osservatorio siriano per i diritti umani riferiscono di 1.348 morti in Siria, per un totale complessivo di 3.664.

Il conflitto in Siria ha cambiato il volto di Gaziantep, la città della Turchia meridionale dove è stato registrato l’epicentro del terremoto devastante che ha provocato migliaia di vittime. Distrutto lo storico castello- fortezza che da circa duemila anni dominava l’altipiano dell’area più occidentale dell’Anatolia sud-orientale della Turchia, proteggendo la città nata sulle ceneri dell’antica Antiochia ad Taurum, non esiste più. Il devastante terremoto della notte lo ha praticamente cancellato.

Gaziantep, un tempo chiamata Antep, la città è situata a 90 chilometri circa dal confine con la Siria. E proprio dalla Siria, a causa della guerra, in questi anni si stima siano arrivati 500mila rifugiati. Gaziantep è stata storicamente un crocevia di storie ed etnie. Da secoli convivono turchi, curdi e arabi.

La sua città ‘sorella’ siriana, da cui dista 120 chilometri, è Aleppo. Entrambe facevano parte della stessa regione sotto l’Impero Ottomano, ma la guerra in qualche modo le ha riunite, anche grazie alla politica della municipalità di Gaziantep incentrata sull’integrazione dei rifugiati nelle aree urbane piuttosto che nei campi profughi.

Monsignor Antoine Audo Vescovo di Aleppo: “Mai visto nulla di simile”

“Eravamo al terzo piano, la paura è stata enorme e ora tutta la gente è in strada, al freddo e sotto la pioggia”. Lo dice, intervistato da Vatican News, monsignor Antoine Audo, vescovo di Aleppo dei Caldei. “Non siamo abituati a questo genere di eventi, è la prima volta che vedo una cosa simile ad Aleppo”, dice mentre suonano le sirene delle auto di soccorso dopo il violento terremoto nel sud della Turchia, al confine con la Siria.  “Tante persone sono in macchina, tutti hanno i cellulari in mano e cercano di comunicare. La situazione è molto triste e ora servono mezzi di soccorso, elettricità. Questo è il problema”, conclude.

Già prima dello scoppio della guerra siriana nel 2011 e della fuga verso la Turchia di quasi 4 milioni di persone, Gaziantep era una delle aree urbane con la più rapida crescita al mondo, essendo passata da una popolazione di 120mila abitanti negli anni ’70 a oltre un milione. Da allora, è diventata un importante centro per la distribuzione degli aiuti umanitari e una calamita per i profughi da Aleppo che sono riusciti a trovare un lavoro e a costruirsi una nuova vita.

Non tutti gli abitanti, tuttavia, hanno accolto con favore l’ondata di rifugiati arrivata dalla Siria, e questo sentimento si è accentuato ultimamente con la crisi economica che ha colpito la Turchia, dove l’inflazione è alle stelle e c’è un’emergenza abitativa. Il presidente Recep Tayyip Erdogan è stato qui in visita lo scorso il 5 novembre, in vista delle elezioni, e nel suo comizio ha promesso maggiori investimenti. Ma alcuni residenti non hanno risparmiato critiche al governo per aver, dal loro punto di vista, lasciato troppa libertà di manovra ai siriani, che qui hanno messo radici.

Il centro storico di Gaziantep, con le sue stradine piene di laboratori per la lavorazione del rame e fabbri, che sorge intorno al castello patrimonio dell’Umanità secondo l’Unesco – purtroppo gravemente danneggiato dal sisma – a molti ricorda l’Aleppo pre-guerra. I siriani hanno poi costruito scuole, negozi e ristoranti. Il risultato sono strade in cui si incontrano insegne dei negozi in arabo accanto a quelle in turco e dove i fast food siriani che preparano lo shawerma condividono lo stesso spazio con chi vende kebab. In alcuni quartieri, i residenti sono per il 90% arabi.

AIUTI

La Turchia ha ”ricevuto offerte di aiuto da 45 Paesi, oltre all’Unione europea e alla Nato”, ha detto il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che ha proclamato 7 giorni di lutto nazionaleAnkara ha chiesto formalmente aiuto agli alleati della Nato. Secondo quanto si legge nella richiesta inviata da Ankara, la Turchia ha bisogno di staff ed equipaggiamento medico, di diverse unità di ricerca e soccorso e di “ospedali da campo” che siano particolarmente adatti “alle avverse condizioni del tempo”.

Il presidente americano Joe Biden ha detto che la sua amministrazione “sta lavorando a stretto contatto con il nostro alleato Nato, la Turchia” e che “ha autorizzato una risposta immediata”. “Partner umanitari sostenuti dagli Usa stanno anche rispondendo alla distruzione in Siria”, ha aggiunto il presidente Usa. La portavoce della Casa Bianca, Karine Jean-Pierre, ha annunciato che si terrà “presto” un colloquio tra Biden ed Erdogan. Il presidente turco ha avuto un colloquio telefonico con il presidente francese, Emmanuel Macron.

“Abbiamo bisogno di aiuto. La comunità internazionale deve fare qualcosa per aiutarci, per sostenerci. La Siria nordoccidentale è un’area disastrata. Ci serve l’aiuto di tutti per salvare la nostra gente”. A lanciare la richiesta è Ismail Al Abdullah, dei Caschi bianchi, l’organizzazione di difesa civile siriana che opera nelle aree della Siria sotto controllo dei ribelli. Da Sarmada, vicino al confine con la Turchia, Abdullah ha spiegato alla Bbc che “numerosi edifici in diverse città e villaggi della parte nordoccidentale del paese sono crollati, sono andati distrutti dal sisma. Le nostre squadre hanno risposto a tutte le richieste, in tutti i posti e in tutti gli edifici e tuttora molte famiglie si trovano sotto le macerie. Stiamo cercando di salvarle ma per noi è un compito difficilissimo”.

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