David Cameron spedisce a Donald Tusk- presidente Ue – una serie di richieste, quattro per l’appunto, da negoziare con i partners in vista del referendum sull’adesione britannica all’Unione alternando toni ottimistici a veri e propri diktat. In poche parole Downing street stabilirà se sollecitare il “no” all’adesione o meno: “Missione impossibile? Assolutamente no se ci sarà volontà politica e immaginazione…ma se le nostre legittime richieste sbatteranno contro la sordità dei nostri interlocutori la Gran Bretagna valuterà se l’adesione alla Ue è davvero vantaggiosa”.
In buona sostanza (è che sostanza!) Londra chiede: L’opt-out, cioè la possibilità di chiamarsi fuori dalla clausola dei Trattati che prevede, come sappiamo, la partecipazione a un’Unione “sempre più stretta); sollecitare tutele per i Paesi che non partecipano all’Eurozona con il formale riconoscimento che il mercato unico è “multicurrency”, in altre parole che la sterlina potrà godere delle analoghe condizioni di cui godrà l’euro anche quando i Paesi a divisa comune si saranno integrati ulteriormente; la “sussidiarietà” – terzo punto – rivendicata attraverso un maggiore ruolo dei parlamenti nazionali; infine l’accesso al welfare da parte degli immigrati intracomunitari.
La lettera a Donald Tusk termina con l’esortazione, da parte di Cameron, a rendere l’Unione più competitiva e meno burocratica grazie soprattutto al completamento del mercato interno. Con la formalizzazione delle domande britanniche il processo che rischia di portare alla Brexit è ormai incardinato e rappresenterà il “momento clou” del summit di Bruxelles a metà dicembre. Dall’esito di questo negoziato dipenderà il successo del referendum destinato a tenersi fra giugno e dicembre 2016. Ancora qualche mese di attesa insomma. Intanto Angela Merkel si è detta “fiduciosa” sulla possibilità di trovare un accordo con Londra per evitare l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue
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