Pierfranco Bruni
La polemica e la discussione su Dante Alighieri, Alessandro Manzoni e altri mi sembrano sterili e prive di un vero senso logico-culturale. Senza tradizione e appartenenza non c’è eredità e neppure storia.
Se oggi viviamo la lingua che parliamo lo dobbiamo a una storia lunga che ha il suo incipit soprattutto in Dante. Se la lingua scritta è una fonte di comunicazione letteraria e antropologica, lo si deve a passaggi epocali che vedono Manzoni al centro. Ma Alessandro Manzoni non è soltanto lingua italiana dopo Dante e il Cinquecento: è la struttura del romanzo che ha innovato il modo di fare letteratura all’interno della storia.
La storia cambia registro epocale e inserisce la lettura letteraria, l’interpretazione. È un dato fondamentale che verrà registrato da Leonardo Sciascia, ma soprattutto da Luigi Pirandello, Gabriele D’Annunzio e da Carlo Emilio Gadda.
Ma le nuove generazioni come si confrontano con questo aspetto e con la letteratura del Novecento? Parto da alcune considerazioni.
I giovani e la lingua, nella struttura della cultura italiana, instaurano un rapporto che necessariamente passa attraverso un’interpretazione e una conoscenza della letteratura — o delle letterature — tra antico, moderno e contemporaneo. La cultura italiana si salva e si trasmette attraverso la conoscenza delle letterature.
Non parlo di identità, ma di comunicazione. Si comunica con una lingua che nasce, in incipit, dalla lettura della letteratura. L’interpretazione significa diffondere i saperi, ma anche creare nuovi saperi. I giovani sono e restano punti di riferimento nella trasmissione di ciò.
Il dibattito aperto da Manzoni non si è mai chiuso, così come quel grande pensiero che vive nel De Vulgari Eloquentia di Dante. Bisognerebbe dare un ruolo consistente alla lingua italiana, soprattutto partendo dalla letteratura del Novecento.
È in essa che si sono moltiplicate le forme e le metodologie del linguaggio che hanno guidato la storia della lingua nella modernità, attraversando epoche e opere già con Francesco d’Assisi sino ad Angelo Poliziano, dal Rinascimento alle etichette illuministiche, che hanno cercato di formulare un inciso rivoluzionario, consegnando però la lingua stessa a Manzoni, e da questo alle avanguardie di Giovanni Pascoli e D’Annunzio, filtrando il Futurismo fino alla lingua post-realista, alla quale la letteratura si è agganciata e alla quale soprattutto il cinema si è aggrappato.
Dopo gli anni Sessanta si è verificata una vera e propria modifica dei canoni e, se si vuole, del vocabolario. Dagli anni Sessanta a oggi la lingua ha assunto precise chiavi di lettura:
quella codificata dai vocabolari, che hanno assorbito cambiamenti sintattici, forme dialettali e influenze dell’inglese;
quella correntemente parlata, con innesti modulari rispetto alla lingua scritta;
quella cosiddetta “bastarda”, frutto dell’intreccio tra linguaggi giornalistici, televisivi e telematici;
quella proveniente dai testi delle canzoni;
e infine quella derivante dalle lingue degli immigrati.
Tutti questi aspetti riguardano l’importanza di dare un senso storico alla tutela della lingua italiana. È naturale che non esista più una lingua ufficiale tradizionale. La tradizione, nelle lingue, è un fatto di consapevolezza, di eredità, di ricostruzione identitaria e di analisi dei processi letterari, storici e linguistici, che sfocia in una dimensione antropologica.
Discutere oggi di una lingua “corretta” significa ripristinare griglie che non corrispondono alla realtà dei parlanti. Il parlante, pur rispettando grammatica e sintassi, utilizza sempre un vocabolario innovativo.
Dante e Manzoni sono esempi e testimonianze di un tempo linguistico che non c’è più. Ma sono tradizione innovante, non tradimento.
Noi oggi parliamo il linguaggio di Andrea Camilleri, di Carlo Emilio Gadda, di Alberto Bevilacqua, il linguaggio giornalistico trasposto nella narrativa, e quello attento di Pier Paolo Pasolini.
Si pensi anche a Luigi Meneghello, Lucio Mastronardi, Alberto Moravia e alla poesia di Giorgio Caproni.
Viviamo in questa età, non tra Dante e l’Illuminismo o tra il Romanticismo e Ada Negri. Ma questi restano pilastri.
C’è poi la presenza degli scrittori stranieri tradotti, come Gabriel García Márquez, la cui influenza sulla punteggiatura e sulla struttura narrativa è evidente.
Il vocabolario ha un suo compito specifico; il linguaggio è altro. Non si può imporre allo scrittore di conformarsi ai canoni del vocabolario: sarebbe un omicidio della lingua stessa.
Bisogna convincersi che il dibattito sulla lingua, dal De Vulgari in poi, non incide più sulla comunicazione contemporanea. La lingua italiana è profondamente mutata rispetto agli anni Cinquanta, Settanta e Novanta del Novecento.
I cambiamenti sociali trasformano la lingua. I cantautori degli anni Sessanta lo compresero, così come la cinematografia ha percorso una strada autonoma.
La scuola dovrebbe avere un ruolo centrale, ma spesso tutto dipende dai docenti e dai testi adottati. Le antologie scolastiche modulari risultano fuorvianti: frammentano gli autori e ne impediscono la comprensione autentica.
Si pensi agli equivoci su Cesare Pavese, ridotto a etichetta neorealista contro la sua stessa posizione.
Siamo di fronte a una ristrutturazione della lingua e, attraverso essa, della letteratura.
Gli scrittori oggi hanno un compito fondamentale: non quello di deformare la lingua, ma di rinnovarla con consapevolezza. Se Dante resta fondamentale, la sua tradizione — dalla Vita nova — va riletta attraverso Giacomo Leopardi, Giuseppe Ungaretti, Pavese e Pasolini.
La lingua si rinnova, ma la cultura letteraria resta il perno centrale.
Manzoni è, prima di tutto, una civiltà letteraria. Da qui si manifesta una Nazione che si riconosce nella lingua, ma anche in una antropologia delle conoscenze metafisiche e ontologiche.
Il Manzoni metafisico lega letteratura e filosofia, in un percorso che conduce a Giovanni Gentile, partendo da Giambattista Vico, e da Vico a Dante.
È una rete dalla quale non si può prescindere: un percorso continuo, senza parentesi.
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