di Pierfranco Bruni
Dopo il mio articolo su Jürgen Habermas (Düsseldorf, 18 giugno 1929 – Starnberg, 14 marzo 2026), già pubblicato, è necessario fare ulteriori considerazioni entrando in alcuni dettagli. La sua conoscenza delle idee come sviluppo della prassi porta a un concetto elaborato tra macerie e infanzia della colpa collettiva. La sua opera procede per scavo, partendo dalla trasformazione delle idee in pensiero. Problematica complessa soprattutto nel Novecento della filosofia.
Alcuni esempi.
“Storia e critica dell’opinione pubblica” (1962) ripulisce i reperti del caffè illuminista, le gazzette, i salotti, lasciando visibile la procedura — scambio di argomenti a condizioni simmetriche — mentre la polvere del marketing ancora non copriva i bordi.
“Teoria dell’agire comunicativo” (1981) dispone tre strati: mondo oggettivo, sociale, soggettivo. Sopra colloca il piano fragile del discorso, isola dalla quale si osserva il buio perfetto delle pretese non giustificate.
C’è da dire che le pretese di validità si espongono, non si impongono: verità, rettitudine normativa, veridicità soggettiva restano offerte alla critica e il consenso vale solo se revocabile. Il gravame di Habermas è che tiene conto della struttura della democrazia ma non si lascia contagiare dalla visione della libertà. Non sono però simmetrie o convergenze.
Il metodo è genealogia povera. Kant, Hegel, Weber entrano come frammenti, levigati, privati di corona metafisica. Sono fiammiferi accesi nella notte buia. Una visione hegeliana che supera sistemi e forme per restare in un assetto sociale. Per me, che non sono un sistematico, Habermas non convince e non mi appartiene, però è dentro un percorso di idee.
L’agire comunicativo è ascesi laica. Toglie il peso dell’autorità. Accetta che l’intesa resti orfana di garanzie. Qui affiora il fatto che accettare una norma condivisa non significa possedere un fondamento più solido dell’argomentazione esposta. Patologie della comunicazione, come il monologo strategico e la violenza simbolica mediale, colonizzano il mondo vitale. L’uomo è comunicazione in divenire oltre il tempo. C’è sempre la storia che fa da mediatrice nel regno delle ideologie diventate post-ideologie.
La lingua della casa cede così al codice della prestazione. La replica non è rifugio bucolico ma procedura: inclusione, simmetria, traduzione del religioso nella sfera pubblica perché l’apporto morale non vada perduto ma si offra al vaglio. A quale vaglio? A quello sostanzialmente della prassi, pur sapendo che ogni filosofia è teoria in sviluppo.
Negli scritti su Europa e post-secolare, la costituzione appare cantiere aperto, mai monumento. L’intesa rimane esposta al fallimento, ed è proprio quell’esposizione a proteggerla. La ragione, così intesa, è archeologia dell’umano: un’isola di discorso che osserva il buio perfetto ma accetta di abitare un angolo di luce provvisorio, revocabile, sufficiente a nominare ciò che senza parola resterebbe ferita.
Habermas consegna al presente una mappa povera dove la democrazia è considerata come pratica che scava, non come sistema che possiede. La verità è procedura di ascolto, non titolo. L’eredità è pazienza metodica: custodire l’intesa riducendo il rumore del potere, sapendo che ogni consenso è frammento destinato a nuova critica, mosaico destinato all’acqua.
Una filosofia, quella di Habermas, nella quale il passaggio fenomenologico ha inciso notevolmente nel pensiero moderno. Resta un filosofo prettamente sistematico.
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Pierfranco Bruni è nato in Calabria. Archeologo, direttore del Ministero dei Beni Culturali e, dal 31 ottobre 2025, membro del CdA dei Musei e Parchi Archeologici di Melfi e Venosa, nominato dal Ministro della Cultura; presidente del Centro Studi “Francesco Grisi” e già componente della Commissione UNESCO per la diffusione della cultura italiana all’estero.
Nel 2024 è stato Ospite d’onore per l’Italia per la poesia alla Fiera Internazionale di Francoforte e Rappresentante della cultura italiana alla Fiera del libro di Tunisi.
Incarichi in capo al Ministero della Cultura:
Presidente Commissione Capitale italiana città del Libro 2024;
Presidente Comitato Nazionale Celebrazioni centenario Manlio Sgalambro;
Segretario unico comunicazione del Comitato Nazionale Celebrazioni Eleonora Duse.
È inoltre presidente nazionale del progetto “Undulna Eleonora Duse” e presidente e coordinatore scientifico del progetto “Giacomo Casanova 300”.
Ha pubblicato libri di poesia, racconti e romanzi. Si è occupato di letteratura del Novecento con studi su Pavese, Pirandello, Alvaro, Grisi, D’Annunzio, Carlo Levi, Quasimodo, Ungaretti, Cardarelli, Gatto, Penna, Vittorini e sulle linee narrative e poetiche del Novecento che richiamano le eredità omeriche e le dimensioni del sacro.
Ha scritto saggi sulle problematiche relative alla cultura poetica della Magna Grecia e, tra l’altro, un libro su Fabrizio De André e il Mediterraneo (“Il cantico del sognatore mediterraneo”, giunto alla terza edizione), nel quale esplora le matrici letterarie dei cantautori italiani e il rapporto tra linguaggio poetico e musica, tema che costituisce un modello di ricerca sul quale Bruni lavora da molti anni.
Studioso di civiltà mediterranee, Bruni unisce nella sua opera il rigore scientifico alla sensibilità umanistica, ponendo al centro della sua ricerca il dialogo tra le culture, la memoria storica e la bellezza come forma di identità.
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