Cosa fa Hegel in Lucio Battisti: da “Io vorrei, non vorrei” alla fenomenologia del pensiero

Tra filosofia e canzone d’autore, l’ultimo Battisti incontra Hegel. Nel sodalizio con Pasquale Panella si apre una stagione di suoni e pensieri, dove la musica diventa fenomenologia. Una riflessione poetica e intellettuale su un’icona che ha attraversato generazioni

Pierfranco Bruni

Chi fu Hegel e cosa fece? Il tempo cammina su una corda tesa tra il pensiero che estrapola la parola e la musica che si respira nel linguaggio. È così che l’ultimo Lucio Battisti (Busto Arsizio, 5 marzo 1943 – Milano, 9 settembre 1998), dalle EmozioniaDieci ragazze per me, ci traccia una via.

Inconfondibile con il cerchio magico del viaggio di un cuore che”amò se stesso”senz’altro divagare. Infatti:«L’animo umano è il nulla se non è/una pietra da scalfire». Perché la memoria è il tutto ed è nella memoria(“marmorizzando”)che la bellezza si spinge verso una deriva che raccoglie una”bellezza riunita”che ha”più difesa di sé”.

Nel silenzio tutto ha un assoluto in cui si scorge la”finitezza”di un gesto che è«compreso/in tutto quello che sa/di te stessa quel gesto». Questo album di Lucio Battisti appartiene al 1994. Ha una singolarità testuale emblematica ed è uno specchio di una fenomenologia che parte da Seneca e giunge a Tubinga.

Appunto la città del filosofo Georg Wilhelm Friedrich Hegel (Stoccarda, 27 agosto 1770 – Berlino, 14 novembre 1831).

Hegel nel 1831ritratto da Jakob Schlesinger

Dove c’è sempre”qualcosa che chiude”e che”schiude”, e tutto potrebbe sembrare”il sussurro dell’acqua”tra le sponde di Achille e le”spente nature morte virtuosamente”.

E c’è di più. Soprattutto quando non si sa:«Se lo spirito s’eccita/per caso esilarando/oppure ardendo/bruciando…» in un’estetica che ha«un tratto/sicuro di matita». Perché è qui che si consuma la vita, ed è qui”che siamo”. Dove”la voce del viso”fa affiorare”l’anima/passando sopra/la tua immagine”.

Pasquale Panella – Lucio Battisti

Un lavoro che ha visto la realizzazione in musica dei testi di Pasquale Panella. L’ultimo di Lucio Battisti, ovvero il quinto con Panella e il ventesimo di Battisti. La profonda dialettica hegeliana incontra l’estetica in una filosofia dei saperi. Un’estetica dei sentimenti e delle emozioni c’era in Mogol. Con Panella si respira una estetica comparata. InHegelsi è lungo il tracciato di«un bel volto/bello, se lo si può guardare»attraverso«un disimparare/del mondo questo e quello».

Dunque. Qui c’è l’estraneità che campeggia. Il sentirsi estranei in un mondo in cui si porta sul viso”la sintassi”che«non ha imperio/non ha nessun comando». Lì, ovvero nei precedenti anni con Mogol, c’è la maestria: l’amarsi un po’ tra le ombre e gli scogli dell’amore stesso e della vita. Amarsi un po’”e non lasciarsi mai”, perché si sa che”non si muore per amore”, a cominciare dalla fine degli anni Sessanta del Novecento.

Una fotografia mai ingiallita in cui basta«il tempo di morire/fra le tue braccia». Il tempo di pensare e il tempo dell’amore. Sembrerebbe unCantoche ha deiCanticiil sospiro e il sentimento di un ritornare costantemente nella mente, traFiori rosaeFiori di pesco.

Ma chi sa se lei, lei la donna mito, verrà e non verrà con Dio, al quale bisogna rivolgersi per capire un po’ cercando di comprendersi tra gli azzurri e i sali-scendi con”il respiro del mio cuore”. In attesa che i giardini soffino sul vento di marzo, osservando i carretti che passano, mentre mi chiedo – ci chiediamo:«Come può uno scoglio/arginare il mare». Ed è qui che la solitudine plana sul mare dei dubbi e non si sa dove andare:«Dove vai quando poi resti sola?». Cosa vogliamo? Non lo so. Ma:«Vorrei… non vorrei … ma se vuoi…».

Ed è un salto poetico mimetico nel momento in cui si osservano«le stalattiti sul soffitto»mentre«i miei giorni con lei/io la morte abbracciai»e soltanto per lei ci si può svegliare. Un intercalare di suoni e di intrecci di poesia che portano a un linguaggio in cui realmente e metaforicamente il viaggiare è un correre:«evitando le buche più dure/senza per questo cadere nelle tue paure».

Lucio Battisti è il viaggio tra cavalcate e sperimentazioni che hanno definito un contesto sia musicale che letterario. Dal 1969 al 1994 ha disegnato, con la sua voce e il sapere emozionale e formativo dei testi che ha cantato, una geografia della canzone e della recita cantata, musicata, espressa. Resta non soltanto un punto di riferimento, ma un traghettatore dal leggero profondo al profondo pensiero. Dell’ultima stagione Hegelè la problematicità posta in attenzione, o meglio: la fenomenologia ancorata all’estetica. Mi sembra un porto sicuro nel quale attraccare la barca o la vela, legando le corde ai pilastri della vita che sono il pensare e l’amare o l’amarsi un po’.

Nel silenzio anche un sorriso può fare rumore. Quanto è vero questo verso cantato da una voce sottile, a fil di labbra, che raccontava emozioni sui nomi di Francesca, Luisa, Maria, Elena, Anna… Lucio Battisti. Anni di giovinezza lungo il rigo della vita.

Chi appartiene alla mia generazione – università finita nel dicembre del 1978 con una sessione prima del previsto – lo ha vissuto tutto quel Battisti che aveva tra le parole e i pensieri e tra i pensieri gli scogli che vengono lacerati o meno dalle onde.

L’ho vissuto negli anni del liceo. Quando si intonava ancheaccoccolati ad ascoltare il maree qualche anno primalontano lontano, nonostante si sperasse chetutto un giorno cambierà, sottolineandovedrai vedraie guardando le sfumature diun anonimo venezianoeil primo che poi sarebbe potuto anche essere l’ultimo giorno di quiete.

Ecco.

Gli inni si intrecciano tra una giovinezza e unaCanzone di Marinellache faceva scalpore, cercando sempre unabocca di rosada baciare. Eppure Lucio era lì a dirci di quell’acqua chiarache diventava azzurra sul cangiare di unrosa di pesco.

Insomma, non possiamo non ammettere che Lucio Battisti ha caratterizzato più di molti altri un’epoca, con il suo Mogol che faceva innamorare pensando a quelledieci ragazze per meda amare e dimenticare, cercandoci nel vento e dicendoci cheinsieme a te sto bene.

Nel 1972 ci si rincorreva neigiardini di marzoche si vestivano di colori per una avventura che avrebbe fatto di noi un ricordare costante. Perché tutto ritorna nella mente riflettendo in un giorno rimasto epico e mitico: quel29 settembre. Ma c’è sempre un Dio da evocare supplicare pregare e per questo si è dettomio Dio noin untempo di morirelungo la bellezza diLindanel suoballetto in un canto liberoche ci porta ad avereuna donna come amico.

Insomma, respirando in unagiornata uggiosabisogna sempreamarsi un po’nonostante si rischi unio vivrò senza te. I suoi testi presentano una chiarezza anche nelle notti scure che appartengono alla nostra generazione che si è sentita prigioniera del mondo.

Bisogna sempreamarsi un po’, come dicevo, perché”è respirare””respirando brezze che dilagano su terre, senza limiti e confini”.

Ancora insomma. Perché quel”quadro immacolato”è ciò che portiamo dentro in un”morir”che”non so”. Mi ha fatto compagnia nelle giornate di vento e di spiagge, di banchi vecchi in scuole sgangherate e giocate nei bar di paese. Mi ritorna in mente quel Battisti mogoliano. Poi venne un altro Lucio importante e fu quello di Pasquale Panella.

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Pierfranco Bruni è nato in Calabria.
Archeologo direttore del Ministero Beni Culturali, presidente del Centro Studi “ Francesco Grisi” e già componente della Commissione UNESCO per la diffusione della cultura italiana all’estero.
Nel 2024 Ospite d’onore per l’Italia per la poesia alla Fiera Internazionale di Francoforte e Rappresentante della cultura italiana alla Fiera del libro di Tunisi.
Incarichi in capo al  Ministero della Cultura

• presidente Commissione Capitale italiana città del Libro 2024;

• presidente Comitato Nazionale Celebrazioni centenario Manlio Sgalambro;

• segretario unico comunicazione del Comitato Nazionale Celebrazioni Eleonora Duse.
È inoltre presidente nazionale del progetto “Undulna Eleonora Duse”, presidente e coordinatore scientifico del progetto “Giacomo Casanova 300”.

Ha pubblicato libri di poesia, racconti e romanzi. Si è occupato di letteratura del Novecento con libri su Pavese, Pirandello, Alvaro, Grisi, D’Annunzio, Carlo Levi, Quasimodo, Ungaretti, Cardarelli, Gatto, Penna, Vittorini e la linea narrativa e poetica novecentesca che tratteggia le eredità omeriche e le dimensioni del sacro.
Ha scritto saggi sulle problematiche relative alla cultura poetica della Magna Grecia e, tra l’altro, un libro su Fabrizio De André e il Mediterraneo (“Il cantico del sognatore mediterraneo”, giunto alla terza edizione), nel quale campeggia un percorso sulle matrici letterarie dei cantautori italiani, ovvero sul rapporto tra linguaggio poetico e musica. Un tema che costituisce un modello di ricerca sul quale Bruni lavora da molti anni.

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