di Pierfranco Bruni
75 anni fa si uccideva Cesare Pavese. Uno scrittore che ha attraversato le malinconie dell’amore in un vissuto di esistenze e di parole. Lo scrittore che non ha mai creduto nel realismo, e non credendoci non lo ha mai accettato. Uno scrittore osteggiato e temuto, perché la sua poesia e il suo romanzo hanno fatto scuola, ovvero hanno creato degli indirizzi letterari, estetici e linguistici. Albergo Roma di Torino. Era nato a Santo Stefano Belbo nel 1908. Muore il 27 agosto del 1950.
Molto diverso dagli altri scrittori della sua generazione, ha lasciato allievi che lo hanno tradito. Succede così ai veri maestri. Infatti, Cesare fu un maestro.
Da Lavorare stanca a Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, da Paesi tuoi a La luna e i falò, la griglia simbolica è un percorso di archetipi e di miti, sino a toccare la bellezza e la morte dei Dialoghi con Leucò.
Il Novecento letterario, nella sua complessità, si apre con D’Annunzio e si chiude con Pavese. Dopo resteranno gli allievi di D’Annunzio e gli allievi di Pavese. Gli altri sono nel cerchio degli imitatori. Così in poesia: dopo Ungaretti e Cardarelli si naviga alla ricerca dei loro solchi.

Ho amato e studiato Pavese. È parte della mia vita. Molti libri ho dedicato a lui, e non per mestiere, ma per un vissuto letterario e umano comune.
Il suo amore per l’americana Constance Dowling, l’attrice, è un capitolo tutto aperto, oltre la consolazione, per comprendere la vita e la morte di uno scrittore che visse la solitudine e si perse negli occhi della notte, aspettando che dal mare giungesse Constance. Cosa si dissero Constance e Cesare?
Un immaginario dialogare danza nei miei pensieri. Non ha pause. Tocca le corde delle emozioni e tutto diventa sublime.
Cesare: “Ho aspettato il tuo arrivo. Fatalità o profezia? Hai gli occhi dell’Oceano. Occhi di Oceano che mi chiedono un sorriso. Ma io non trovo sorrisi”.
Constance: “Roma è una città distante. Antica. Mi trovo sui gradini di Piazza di Spagna. Scende un gatto nero. Ci sono fiori. Garofani rossi. Sei il mio amore-protezione, Cesare mio. Dovrò partire. Mi aspetta l’Oceano. Ritornerò per i tuoi dialoghi. Non affidarti a Leucò. Io sono la tua terra e il tuo mare. Sei la mia dispersione ma anche la mia disperazione. Sei il mio amore-continente”.
Cesare: “Il mio vizio assurdo? Con te è ritornato l’amore. Se tu andrai via, le mie parole reciteranno nel canto e nel controcanto: verrà la morte e avrà i tuoi occhi. Se tu parti è destino. Tutto è destino. Non ritornerai. Ho capito da una parola che Doris ha sottolineato con ironia. Io vivo se tu continuerai a vivere in me e se io vivrò in te”.
Constance: “Ma tu cosa sei? Sei la luna o i falò?”.
Cesare: “Il mio romanzo finisce con te, e anche la mia distrazione finisce con te, e tu in me”.
Constance: “Ci sono state altre donne nella tua vita. Io sono l’Americana e il cinema. La tua donna dalla voce roca ha segnato il tuo cammino. E poi tutte le donne vissute nei tuoi romanzi sono realtà o sono l’avventura nel tuo mistero? Concia, Elena, Maria, Rosetta… e ancora la tragedia di Santa? Posso credere alla fantasia senza la vita nel viaggio del tuo esistere?”.
Cesare: “Non capisco. Faccio tutto per non capire. E tu fai tutto per non comprendere che uno scrittore si porta dentro l’inquieto esistere delle solitudini. Tu sei la donna immensità, mia Constance. Io sono insieme la luna e il falò. Non fare confusioni. Non mi perdo per abitudine. La donna dalla voce roca è una storia antica. Gli anni dell’esilio, del confino, del ritorno. Ma tu sei altro. Sei la bellezza, sei il deciso, sei l’infinito o la fine. Leucò è il mito che celebra le parole di Tiresia. Non accolgo l’immortalità. E non raccolgo incantesimi. Accompagnami in questi giorni. Tutta una vita passa o si ferma con te. Tu sei il fuoco e la vita, e il trionfo della morte vive in me”.
Constance: “Io sono il viso nero, l’inquietante che ti agita, ma ti amo. Cesare mio, io porto il mare dentro di me, e tu porti la terra. La terra e il mare possono dividersi?”.
Cesare: “Non lo so. Sei la vita e la morte. Ti aspetto, amante mia. Tra città viaggio, ma tra le parole mi troverai sempre. Non credere che le parole siano nulla. Non dimenticare. Tu sei tutto o nulla”.
Constance: “Sono il nulla? Sono il tutto? Sono il destino!”.
E poi venne la notte. La notte di verrà la morte e avrà i tuoi occhi, che fece scendere Pavese nel “gorgo muto”. Uno scrittore inventa la fantasia, ma la fantasia ha bisogno della vita, e la vita si intreccia sempre, per uno scrittore, tra la finzione e lo specchio. Si va oltre la maschera e anche oltre il teatro.
Con Pavese (molto ho lavorato su Pavese e tuttora non smetto di viverlo nel mio cammino) si ha il superamento pirandelliano, perché non si è uno, centomila e nessuno, e neppure si rimane un personaggio alla ricerca di un autore.
Con Pavese siamo al tragico del trionfo della morte, che si fa fuoco nella visione del notturno. Si vive il notturno. Si vivono i notturni nella nostra agonia.
Insomma, con Pavese siamo dentro quel viaggio dannunziano che è dionisiaco, tra la vita, appunto, e la morte. Constance non è soltanto la donna del destino. È la metafora del viaggio chiuso che rompe il desiderio dell’attesa per dare un senso al finito.
Cesare aveva previsto ciò. Con Dialoghi con Leucò, con Rosetta delle Tre amiche e con lo scontro tra Concia ed Elena de Il carcere.
Constance è la chiusa di tutto. Una insistenza percettibile del fuoco dannunziano che diventa trionfo della morte, dunque. Non c’è umorismo sotto alcun velo, ma solo il tragico della consapevolezza. Persino della sua vita.
Tutto il resto, oltre i pettegolezzi, è nulla. Ma bisogna leggerlo, Cesare Pavese, non tanto e non solo per capire la sua scrittura e i suoi processi letterari, ma bisogna leggerlo anche per noi stessi. Un’antropologia della civiltà nel tempo dell’onirico.
Poi c’è l’esercizio. Ma appartiene ad altri scrittori.
In Pavese c’è il mito. L’arcaico. Il selvaggio. Il sublime. Il simbolo. Leucò!
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Pierfranco Bruni è nato in Calabria.
Archeologo direttore del Ministero Beni Culturali, presidente del Centro Studi “ Francesco Grisi” e già componente della Commissione UNESCO per la diffusione della cultura italiana all’estero.
Nel 2024 Ospite d’onore per l’Italia per la poesia alla Fiera Internazionale di Francoforte e Rappresentante della cultura italiana alla Fiera del libro di Tunisi.
Incarichi in capo al Ministero della Cultura
• presidente Commissione Capitale italiana città del Libro 2024;
• presidente Comitato Nazionale Celebrazioni centenario Manlio Sgalambro;
• segretario unico comunicazione del Comitato Nazionale Celebrazioni Eleonora Duse.
È inoltre presidente nazionale del progetto “Undulna Eleonora Duse”, presidente e coordinatore scientifico del progetto “Giacomo Casanova 300”.
Ha pubblicato libri di poesia, racconti e romanzi. Si è occupato di letteratura del Novecento con libri su Pavese, Pirandello, Alvaro, Grisi, D’Annunzio, Carlo Levi, Quasimodo, Ungaretti, Cardarelli, Gatto, Penna, Vittorini e la linea narrativa e poetica novecentesca che tratteggia le eredità omeriche e le dimensioni del sacro.
Ha scritto saggi sulle problematiche relative alla cultura poetica della Magna Grecia e, tra l’altro, un libro su Fabrizio De André e il Mediterraneo (“Il cantico del sognatore mediterraneo”, giunto alla terza edizione), nel quale campeggia un percorso sulle matrici letterarie dei cantautori italiani, ovvero sul rapporto tra linguaggio poetico e musica. Un tema che costituisce un modello di ricerca sul quale Bruni lavora da molti anni.
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