di Francesco Mazzarella
Il microfono della vergogna: quando l’improvvisazione uccide la verità
L’Italia, oggi, sembra avere un nuovo sport nazionale: spacciarsi per giornalisti. Basta un microfono, un canale YouTube e un titolo altisonante per sentirsi legittimati a “fare informazione”. L’ultimo caso, tanto vergognoso quanto illuminante, è quello dell’intervista concessa a Giuseppe Salvatore Riina, figlio del capo dei capi Totò Riina, nel podcast “Lo Sperone Podcast”, registrato a Palermo. Un microfono acceso davanti a chi porta un cognome che è sinonimo di sangue e stragi, e nessuna voce a ricordare le vittime, i processi, le condanne. Il risultato è stato devastante: la mafia trasformata in storytelling, l’assassino in protagonista umano, la verità in opinione. Tutto è iniziato con due frasi che hanno riaperto ferite mai rimarginate: “Mio padre non ha mai ordinato l’omicidio di Giuseppe Di Matteo” e “l’antimafia è solo un carrozzone”. Bastano queste parole per comprendere la portata del disastro comunicativo. Ma la vergogna non è solo di chi tenta, da sempre, di riscrivere la storia di famiglia. La vera responsabilità è di chi gli ha consegnato il microfono, permettendogli di autoassolversi. I conduttori del podcast, autoproclamatisi “giornalisti liberi”, hanno offerto un palcoscenico complice a un racconto distorto, senza una sola domanda di verifica, senza contraddittorio, senza memoria. Hanno trasformato un’intervista in un atto di complicità culturale, una passerella dove il male si racconta come vittima e la verità resta sepolta.
L’Ordine dei Giornalisti di Sicilia ha definito l’episodio “un insulto alla memoria e una ferita per la categoria”, aggiungendo che “non è giornalismo, ma improvvisazione irresponsabile”. E aveva ragione: non si può chiamare informazione un contenuto che lascia spazio alla menzogna senza difendere i fatti. Fare giornalismo non è un gioco, è una missione civile. Significa conoscere, verificare, contestualizzare, e avere il coraggio di chiedere ciò che altri tacciono. Un giornalista non accende un microfono per far parlare il male: lo accende per illuminarlo. La differenza tra un giornalista e un conduttore improvvisato è tutta qui: il primo rischia, il secondo gioca. Il giornalista si assume il peso di ogni parola perché sa che dietro ci sono storie, processi, sangue, famiglie distrutte. L’influencer cerca il click, l’audience, la monetizzazione. E se la storia di Riina Jr. “fa numeri”, tanto meglio. È così che si muore due volte: la prima per mano dei boss, la seconda per mano dell’oblio mediatico.
Non si tratta di censura, ma di coscienza professionale. La Carta dei Doveri del Giornalista lo dice chiaramente: “Il giornalista rispetta la verità sostanziale dei fatti, osservando sempre i doveri di lealtà e buona fede”. Chi accende una telecamera per accogliere la menzogna non esercita libertà di stampa, la svende. L’Italia conosce da tempo la tentazione di trasformare il crimine in spettacolo. Negli anni Ottanta e Novanta lo facevano i film che romanticizzavano i boss, oggi lo fa il web, con meno regole e più spavalderia. “Lo Sperone Podcast”, nato come format di quartiere, si è trasformato in un megafono pericoloso. Raccontare non basta: serve saperlo fare. Raccontare senza conoscenza storica e senza competenza giornalistica significa alimentare il mostro della disinformazione. Significa dare voce a chi non vuole spiegare, ma riscrivere. È la differenza che separa chi indaga la verità da chi la piega.
Quando il protagonista è il figlio di Totò Riina, l’uomo che ordinò le stragi di Capaci e via D’Amelio cancellando con la violenza Giovanni Falcone e Paolo Borsellino,e tutti gli uomini e donne della scorta, il rischio non è solo culturale, è morale. Eppure oggi l’improvvisazione ha il volto sorridente del podcaster: persone che non hanno mai scritto un articolo verificato, che non sanno cosa sia una fonte attendibile ma si autoproclamano “giornalisti indipendenti”. Dietro quella parola si nasconde un vuoto enorme: di metodo, di formazione, di etica. La libertà di parola non è libertà di disinformazione, ma nel nome della “democrazia digitale” si moltiplicano canali che confondono giornalismo e chiacchiera da bar, verità e opinione, memoria e fiction. Il paradosso è che più un contenuto è scorretto, più fa notizia. È la logica dell’algoritmo: il clamore premia. Mentre i giornalisti veri combattono per verificare i dati e leggere gli atti, gli improvvisati raccolgono like e consensi. La competenza diventa un ostacolo e la professionalità un peso.
Un Paese che confonde chi studia con chi improvvisa è un Paese che ha perso gli anticorpi civili. Perché quando la società smette di distinguere tra professionisti e dilettanti, la manipolazione diventa sistema. Le parole di Maria Falcone, sorella del giudice ucciso a Capaci, risuonano come una ferita che non si chiude: “Offrire un palcoscenico a chi tenta di riabilitare l’immagine del padre significa offendere la memoria delle vittime e la dignità di chi ancora crede nella giustizia”. L’indignazione è stata unanime, ma non basta più indignarsi. Servono regole, formazione, una soglia etica per distinguere l’informazione dal caos. Perché se chiunque può sostituirsi a un giornalista, allora muore il giornalismo e con esso muore la democrazia.
Il vero giornalista non si limita a riportare: preserva la memoria. È il guardiano della verità storica, non l’impiegato del sensazionalismo. Chi siede davanti a un Riina o a un Provenzano non può fingere neutralità. Non esiste neutralità davanti al male: esiste il dovere di contraddire, contestare, interrompere. Il silenzio complice di un conduttore non è rispetto, è tradimento. Perché chi tace davanti alla menzogna ne diventa parte. Ogni volta che la memoria si spegne, l’ingiustizia rinasce.
Oggi il problema non è solo la criminalità organizzata, ma anche quella comunicativa. Chi abusa del microfono, chi spaccia propaganda per informazione, chi cancella la verità dietro la parola “format” è parte del problema. Non basta avere un pubblico per essere giornalisti: servono studio, deontologia, rigore e coraggio. Quello che manca a chi usa la mafia come palcoscenico per la propria carriera. L’UNESCO, nel suo World Trends in Freedom of Expression Report 2024, ha segnalato il rischio crescente di “professionalizzazione apparente”: individui che si autoproclamano reporter senza alcuna formazione, generando un ecosistema mediatico fragile e manipolabile. Mentre nel mondo si parla di intelligenza artificiale e fact-checking, in Italia dobbiamo ancora difendere l’abc del mestiere: la responsabilità della parola.
La Sicilia conosce bene il profumo dell’ambiguità. Per decenni politici, imprenditori e falsi devoti hanno convissuto con la mafia raccontandosi di essere solo mediatori, solo amici, solo cristiani. Oggi quella stessa ambiguità si veste di modernità: influencer, podcaster, narratori “liberi”. Cambiano i linguaggi, ma non le logiche. Il “metodo Cuffaro” in politica e il “metodo Riina” nella comunicazione sono figli della stessa madre: l’autoassoluzione. Tutti innocenti, tutti in buona fede, tutti con una storia da raccontare. Ma una storia senza verità diventa menzogna. E la menzogna, quando si traveste da racconto, diventa veleno: confonde le coscienze, trasforma i carnefici in vittime. Chi fa informazione deve essere antidoto, non amplificatore.
Occorre una nuova alfabetizzazione mediatica. Bisogna insegnare cos’è davvero il giornalismo, nelle scuole, nelle università, nelle redazioni. Spiegare che la libertà di stampa non è anarchia di microfoni, ma disciplina etica al servizio della collettività. Un Paese maturo difende i giornalisti veri, quelli che indagano, che rischiano, che non si piegano al consenso. E denuncia i millantatori, perché ogni podcast costruito sull’ignoranza è un colpo inferto alla memoria dei giusti. Il Consiglio d’Europa, nel rapporto 2025 sul pluralismo mediatico, invita gli Stati a promuovere corsi di media literacy e fact-checking per costruire cittadini consapevoli. Non basta dire “informatevi”: serve imparare come informarsi e da chi.
Il giornalismo non è un palco, è un presidio di libertà. Chi lo trasforma in un circo digitale ne tradisce l’essenza. La storia di Riina Jr. nel podcast della vergogna non è solo una caduta di stile, è una resa morale. In un tempo in cui le notizie si consumano come snack servono professionisti che riportino dignità, non improvvisatori in cerca di gloria. Il vero giornalista non accarezza il potere, lo interroga. Non rincorre la fama, rincorre i fatti. E non dimentica mai che ogni parola, davanti alla storia, può salvare o uccidere di nuovo. Il giornalismo, quello vero, non cerca il like: cerca la luce. E solo chi ha il coraggio di accenderla, anche quando brucia, può ancora dirsi libero.


