di Gian Piero Corso
CISGIORDANIA, 17 agosto 2026 – (gpc) Ancora assedio, ancora paura, ancora famiglie costrette a vivere nella propria casa come se fosse una prigione. E ancora una volta la domanda torna inevitabile: quando si fermeranno le violenze in Terra Santa?
Le notizie che arrivano dalla Cisgiordania raccontano una situazione che continua a deteriorarsi. A Qusra, nei pressi di Nablus, l’assedio ai danni di alcune famiglie palestinesi prosegue ormai da una settimana. Sei residenti di due famiglie, secondo quanto riferito da Vatican News, vivono da giorni confinati nelle proprie abitazioni, con difficoltà persino nell’approvvigionamento di acqua e cibo. La situazione rimane tesa nonostante il parziale arretramento dei coloni e la chiusura militare dell’area da parte delle Forze di difesa israeliane.
Un episodio particolarmente grave si è verificato anche quando una squadra del comune di Qusra ha tentato di raggiungere una delle abitazioni per ripristinare l’elettricità, dopo che la rete era stata danneggiata. La squadra sarebbe stata aggredita da un gruppo di coloni. Le tensioni, dunque, non sembrano diminuire e il timore di nuovi attacchi rimane concreto.
L’appello di Leone XIV
Di fronte a questo scenario, domenica 16 agosto, da Castel Gandolfo, Papa Leone XIV ha rinnovato con forza il suo appello per la fine delle violenze contro i civili palestinesi in Cisgiordania.
Il Pontefice ha chiesto alla comunità internazionale di intervenire con urgenza affinché possa progredire la prospettiva della soluzione dei due Stati, indicata come strada verso una pace giusta e duratura.
Non è soltanto un appello diplomatico. È una richiesta che nasce dalla consapevolezza che dietro ogni notizia ci sono persone, famiglie, bambini, anziani, lavoratori e comunità che continuano a vivere sotto la minaccia della violenza.
Il Papa ha parlato di una situazione che non può lasciare indifferenti. E il lungo applauso dei fedeli presenti a Castel Gandolfo ha accompagnato le sue parole, quasi a sottolineare quanto sia profondo il desiderio di pace.
A Taybeh la sofferenza della comunità cristiana
La crisi riguarda anche la presenza cristiana in Terra Santa.
A Taybeh, ultimo villaggio cristiano della Palestina, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme dei Latini, si è recato il 15 agosto, nella solennità dell’Assunzione della Vergine Maria, per esprimere la vicinanza della Chiesa alla popolazione.
Pizzaballa ha ribadito l’impegno della Chiesa a preservare la presenza cristiana in Terra Santa e ha invitato la comunità a non lasciarsi vincere dalla paura e dalla disperazione.
Taybeh vive infatti una situazione particolarmente difficile. Un decreto israeliano dello scorso luglio ha dichiarato l’area di Taybeh e Rimon zona militare chiusa, con conseguenze sull’accesso di pellegrini, visitatori, giornalisti, volontari e altri stranieri.
Il messaggio del Patriarca è stato chiaro: rimanere, custodire la comunità, difendere il diritto alla vita e non rinunciare alla speranza.
Una spirale che sembra non avere fine
È proprio questo il punto più drammatico. Mentre la diplomazia internazionale continua a parlare di pace e di soluzione dei due Stati, sul terreno si susseguono episodi di violenza, restrizioni, intimidazioni e paura.
Secondo i dati delle Nazioni Unite riportati da Vatican News, alla fine di giugno circa 2.200 palestinesi risultavano sfollati in Cisgiordania a causa delle violenze dei coloni nel corso del 2026.
Numeri che rischiano di diventare statistiche, ma che rappresentano in realtà migliaia di storie personali: case lasciate, terreni abbandonati, famiglie costrette a spostarsi, comunità che vedono restringersi progressivamente lo spazio nel quale poter vivere.
E allora la domanda non può essere soltanto politica.
Quando si fermeranno?
Quando finirà l’assedio di Qusra? Quando le famiglie potranno tornare a vivere senza paura? Quando Taybeh potrà essere nuovamente raggiunta liberamente da pellegrini e visitatori? Quando i cristiani della Terra Santa potranno sentirsi semplicemente cittadini e fedeli, senza dover continuamente difendere la propria presenza?
La pace non può essere soltanto una parola
Il rischio più grande è quello dell’assuefazione. Che l’ennesimo episodio di violenza diventi una notizia come le altre. Che l’assedio di un villaggio passi in secondo piano rispetto alle tante emergenze del mondo. Che le sofferenze dei civili vengano considerate inevitabili conseguenze di un conflitto che sembra non conoscere una fine.
Ma non può essere così.
Le parole di Leone XIV riportano al centro un principio essenziale: la pace non può essere costruita sulla paura e sulla violenza contro i civili.
La comunità internazionale, come ha sottolineato anche il vicario generale del Patriarcato latino di Gerusalemme, monsignor William Shomali, è chiamata a rafforzare il diritto internazionale e il ruolo delle istituzioni internazionali per garantire il rispetto dei diritti dei palestinesi.
E mentre a Qusra alcune famiglie attendono che l’assedio finisca e a Taybeh una comunità cristiana cerca di resistere senza cedere alla paura, il mondo continua a interrogarsi sulla possibilità di una pace reale.
Forse la domanda più semplice è anche quella più difficile:
quanto ancora dovranno soffrire i civili prima che la politica trovi il coraggio di fermare questa spirale di violenza?
La pace non può essere rimandata all’infinito. Perché ogni giorno di attesa, per chi vive sotto assedio, significa un altro giorno di paura. (GPC)
Foto: La chiesa bizantina di San Giorgio a Taybeh (AFP or licensors)
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