di Gian Piero Corso
PALERMO, 16 luglio 2026 (gpc) – «La peste è tornata». È questa la frase che ha attraversato come un filo rosso il discorso pronunciato dall’arcivescovo di Palermo, mons. Corrado Lorefice, in Piazza Marina, al termine del 402° Festino di Santa Rosalia, trasformando il tradizionale appuntamento dedicato alla Santuzza in un intenso momento di riflessione civile, sociale ed evangelica.
Davanti a migliaia di fedeli, il presule ha invitato la città a non vivere il Festino come una semplice manifestazione folkloristica, ma come un autentico «esame di coscienza» collettivo. La figura di Santa Rosalia, che nel 1624 divenne simbolo della liberazione dalla peste, è stata proposta come modello capace di illuminare le «pesti» del nostro tempo.
Le nuove pesti di Palermo
Il primo sguardo dell’arcivescovo è stato rivolto alla città. Secondo Lorefice, Palermo è oggi attraversata da nuove ferite che minacciano il tessuto sociale: il ritorno del racket, la recrudescenza della criminalità mafiosa, le intimidazioni, la violenza diffusa e il disagio giovanile.
«Sono ferite mortali per il corpo sociale della città», ha affermato, ringraziando le forze dell’ordine per il lavoro svolto contro le organizzazioni mafiose, ma ricordando che la repressione, da sola, non basta.
La vera battaglia, ha sottolineato, è culturale e sociale. Alla radice del fenomeno criminale vi sono la mancanza di lavoro, la precarietà, le crisi occupazionali – con un esplicito riferimento ai lavoratori ex Almaviva –, le dipendenze e lo scoraggiamento che spinge tanti giovani a lasciare la Sicilia o a rifugiarsi nell’alcol e nella droga.
Lorefice ha rivolto parole severe anche alla politica, accusata di faticare a compiere scelte lungimiranti e, in alcuni casi, di non essere immune da contiguità con ambienti mafiosi. Ma il suo esame di coscienza non ha risparmiato nemmeno la Chiesa, chiamata a interrogarsi sulla propria testimonianza evangelica.
«Non abbiamo amato Palermo, se non l’abbiamo addirittura tradita», ha affermato con forza, richiamando l’esempio di Santa Rosalia, di san Giacomo Cusmano, del beato Pino Puglisi, del giudice Rosario Livatino, di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

L’appello: «Dimostriamo il nostro amore per Palermo»
Il momento più intenso del discorso è giunto quando l’arcivescovo ha lanciato un accorato invito a tutta la cittadinanza. «Dimostriamo il nostro amore per Palermo. Agiamo con decisione e iniziamo oggi a cambiare le cose. Domani sarà troppo tardi». Un appello rivolto indistintamente alle istituzioni, alla politica, alla Chiesa e ai cittadini, chiamati a una responsabilità condivisa per costruire una città più giusta e solidale.
La “peste” del rifiuto e dell’indifferenza
Allargando lo sguardo all’Italia, Lorefice ha denunciato quella che ha definito la “peste” del respingimento e della cultura dell’esclusione.
Richiamando la recente visita di Papa Leone XIV a Lampedusa e il magistero di Papa Francesco, l’arcivescovo ha ribadito che ogni essere umano porta impressa in sé l’immagine di Dio. Con parole molto nette ha ricordato che non può dirsi autenticamente cristiana una visione che giustifica il rifiuto dei poveri, dei migranti e dei più deboli.
«Chi non riconosce l’altro come fratello è fuori dal Vangelo», ha affermato, denunciando le ideologie che alimentano paura, divisione e ricerca di capri espiatori. Per Lorefice, Palermo e la Sicilia devono continuare a essere «porto sicuro dell’accoglienza», promuovendo una politica fondata sulla dignità della persona, sulla Costituzione e sulla fraternità evangelica.
La guerra, la peste del mondo
La parte conclusiva del discorso si è aperta con uno sguardo alle guerre che insanguinano il pianeta.
Per l’arcivescovo, il ritorno della guerra come strumento della politica rappresenta la più grave delle pesti contemporanee. Ha denunciato la normalizzazione della violenza, l’indifferenza davanti alla morte di innocenti e il progressivo svuotamento dei principi che, dopo la Seconda guerra mondiale, avevano ispirato la comunità internazionale.
Lorefice ha ricordato l’articolo 11 della Costituzione italiana – «L’Italia ripudia la guerra» – contrapponendolo alla logica della forza e della sopraffazione che caratterizza molti scenari internazionali.
Santa Rosalia, icona di speranza
Nell’ultima parte del suo intervento, il presule ha proposto la figura della Santuzza come modello di resistenza spirituale e civile. Rosalia, che lasciò privilegi e ricchezze per seguire Cristo nella solitudine del Monte Pellegrino, diventa simbolo di un potere che si fa servizio, di una fede che sceglie gli ultimi e di una speranza capace di vincere ogni forma di peste.
Particolarmente suggestiva l’immagine della Santa come «pellegrina e migrante», costretta ad abbandonare la propria casa: un richiamo che, secondo l’arcivescovo, invita Palermo a riconoscere nei migranti il volto stesso della propria patrona.
Il Festino come impegno
Il discorso si è concluso con un invito a vivere il Festino non come una parentesi celebrativa, ma come un impegno concreto.
Secondo Lorefice, venerare Santa Rosalia significa vigilare contro la violenza, accogliere chi è nel bisogno, resistere all’ingiustizia e costruire ogni giorno una società fondata sulla giustizia, sulla verità e sulla pace.
«Il cambiamento – ha concluso – non parte dall’alto, ma dal basso, dalla terra, dalla grotta». Come nel Seicento la peste fu vinta ritrovando le radici spirituali della città, così oggi Palermo potrà affrontare le nuove sfide soltanto riscoprendo la propria vocazione alla fraternità.
Con questo messaggio il 402° Festino di Santa Rosalia si è trasformato ancora una volta in qualcosa di più di una celebrazione religiosa: un forte appello alla responsabilità personale e collettiva, affinché Palermo continui a essere una città capace di speranza, di accoglienza e di pace. (GPC)
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