di Francesco Mazzarella
Quando si confrontano due pontificati consecutivi, il rischio è quello di cadere nella semplificazione: il riformatore da una parte, il conservatore dall’altra, come se la Chiesa fosse uno schema politico in cui collocare figure e ruoli. Ma non è così. La Chiesa vive di cammini, di continuità e discontinuità che si intrecciano, di gesti che aprono e di parole che consolidano. È così anche nel passaggio tra Papa Francesco e Papa Leone XIV. Due uomini diversi, con storie diverse, ma entrambi chiamati a reggere il timone in tempi fragili, segnati da crisi globali, ferite ecclesiali e dalla ricerca di un nuovo volto per la comunità dei credenti.
Papa Francesco, eletto nel 2013, è stato per molti uno shock positivo. Venuto dalla “fine del mondo”, come lui stesso si è presentato, ha portato uno stile pastorale immediato, diretto, a volte persino spigoloso, che ha rotto molti schemi. Non aveva paura di usare parole che scuotessero, di parlare di una Chiesa “ospedale da campo”, di mettere i poveri al centro non come cornice ma come cuore della missione. La sua forza è stata la capacità di scendere nelle periferie esistenziali e sociali, di rendere visibile il Vangelo nei gesti quotidiani: la carezza a un malato, la visita a un campo profughi, l’abbraccio a chi nessuno voleva abbracciare. Francesco ha scardinato l’idea di un pontificato distante e intoccabile, preferendo farsi pastore tra i pastori, uomo tra gli uomini.
Ma Francesco non è stato solo gesti. Ha voluto avviare processi. La sinodalità, per lui, non è mai stata un tema teorico ma un metodo: ascoltare, camminare insieme, riconoscere che la Chiesa non appartiene a una gerarchia ma al popolo di Dio. Documenti come Amoris Laetitia hanno mostrato quanto fosse disposto a rischiare pur di portare avanti un discernimento più aderente alla vita reale delle persone, anche a costo di attirarsi critiche e resistenze. La sua riforma della Curia e la sua lotta contro gli scandali economici hanno mostrato il volto di un Papa deciso a rompere incrostazioni di potere. Tuttavia, questa forza dirompente ha anche generato tensioni, divisioni, opposizioni interne che in certi momenti hanno fatto apparire la Chiesa più divisa che unita.
È proprio qui che si inserisce Papa Leone XIV. Eletto dopo Francesco, il suo compito è apparso subito chiaro: consolidare, cucire, dare continuità a quel percorso senza lasciarlo franare sotto il peso delle contrapposizioni. Il suo stile è diverso. Non cerca la parola a effetto, non spinge sulla provocazione, ma sceglie la via della ricomposizione. Dove Francesco apriva squarci, Leone cerca di intrecciare fili. Dove Francesco metteva in discussione simboli e tradizioni per liberarne il significato originario, Leone prova a ricucire con delicatezza, perché la rottura non diventi incomunicabilità. Non meno coraggioso, ma più attento alle mediazioni, al linguaggio che unisce invece di ferire, alle decisioni che costruiscono consenso più che opposizione.
Ciò non significa che Leone XIV si distacchi dal percorso di Francesco. Al contrario, i due pontificati sono più vicini di quanto appaia. La centralità del Vangelo, la scelta dei poveri, la volontà di una Chiesa che non sia autoreferenziale ma capace di dialogo con il mondo, sono tratti comuni. Se Francesco ha voluto spalancare le finestre per far entrare aria nuova, Leone vuole che quella brezza diventi respiro stabile, che non si esaurisca in un momento ma diventi atmosfera duratura. Entrambi sognano una Chiesa in uscita, ma Francesco ha dato il colpo di ariete e Leone cerca di strutturare il cantiere perché non crolli.
La differenza più evidente sta nello stile. Francesco è stato percepito come un Papa “popolare”, capace di parlare alla gente comune con immagini semplici e potenti. Leone invece si muove con un linguaggio più sobrio, più riflessivo, meno “a scatti” e più “a processi lunghi”. Non perché sia meno vicino al popolo, ma perché la sua vicinanza si esprime in un ascolto più meditativo, in un’attenzione a non spaccare ulteriormente un tessuto ecclesiale già provato da contrapposizioni interne. Dove Francesco rischiava di dividere per aprire nuove vie, Leone cerca di unire per rendere praticabili quelle vie.
C’è anche una differenza di agenda. Francesco ha messo subito in cima migranti, ecologia, riforma vaticana. Ha lanciato la Laudato si’, che ha cambiato il modo stesso di pensare la missione della Chiesa nei confronti del pianeta. Ha richiamato con forza alla responsabilità verso i rifugiati e i poveri, spesso sfidando governi e poteri politici. Leone invece sembra concentrarsi maggiormente su un nodo interno: la credibilità della Chiesa. Dopo scandali, divisioni e lacerazioni, sente urgente ridare fiducia, mostrare che la comunità cristiana non è solo luogo di conflitti interni ma casa sicura. Non rinuncia a temi sociali e planetari, ma insiste sul fatto che la Chiesa non può parlare al mondo se prima non è credibile al suo interno.
Il rapporto con la tradizione è un altro punto di differenziazione. Francesco ha osato rompere simboli, cambiare protocolli, mettere in discussione prassi consolidate. Leone invece preferisce rileggere la tradizione come un tessuto vivo, non da spezzare ma da rigenerare. Non torna indietro, ma cerca di evitare gli strappi. Questo lo rende meno divisivo agli occhi di chi teme le novità, pur senza chiudere la strada aperta dal suo predecessore. In fondo, entrambi mostrano che la vera fedeltà alla tradizione non è la ripetizione sterile, ma la capacità di lasciare che lo Spirito la rinnovi.
Il loro diverso profilo personale spiega in parte queste differenze. Francesco, gesuita argentino, outsider rispetto ai circuiti romani, ha potuto permettersi gesti radicali. Leone, più formato dentro i percorsi ecclesiali, conosce bene equilibri e fragilità della macchina vaticana, e preferisce lavorare per processi che non spiazzino ma coinvolgano. Due stili diversi, ma che si completano. Uno ha avuto il coraggio di rompere, l’altro la pazienza di ricucire. Uno ha incendiato cuori e coscienze, l’altro prova a mantenere viva la fiamma senza che si spenga.
La domanda di fondo, però, resta la stessa: quale Chiesa per il nostro tempo? Una Chiesa che non vive di privilegi, che non cerca potere, ma che sta accanto ai poveri, che annuncia con la vita più che con le parole, che dialoga con il mondo senza paura. Su questo Francesco e Leone camminano insieme, ognuno con il proprio passo. Non ci sono due linee opposte, ma un’unica direzione, fatta di accenti diversi. E in questa complementarietà si vede la saggezza dello Spirito che guida la storia: un Papa apre strade, l’altro consolida, e insieme fanno crescere la comunità.
Chi osserva da fuori potrebbe restare colpito più dalle differenze di stile che dalle convergenze di visione. Ma chi vive dentro la Chiesa sa che la ricchezza sta proprio lì: nel non uniformare, nel permettere a personalità diverse di incarnare un unico sogno. La pace, la giustizia, l’attenzione ai poveri, la sinodalità, la trasparenza, sono parole che appartengono a entrambi, anche se ciascuno le pronuncia con toni propri. Il cuore resta lo stesso: riportare la Chiesa al Vangelo vissuto, alle relazioni autentiche, alla testimonianza più che alle dichiarazioni.
Forse è questo che il mondo oggi chiede alla Chiesa: non di essere perfetta, ma di essere credibile. E la credibilità nasce dal modo in cui affronta le proprie fragilità. Francesco ha mostrato che non bisogna aver paura di scuotere, di svelare, di denunciare. Leone mostra che non bisogna avere paura di ricomporre, di guarire, di ricostruire fiducia. Insieme ci dicono che la Chiesa non può rimanere ferma: deve muoversi, deve scegliere, deve rischiare. E che il rischio non è quello di perdere se stessa, ma di non essere all’altezza del Vangelo che proclama.
Così, il mandato di Francesco e quello di Leone XIV si intrecciano come due parti di una stessa sinfonia. Diversi nei timbri, ma uniti nella melodia. Diversi negli accenti, ma convergenti nell’orizzonte. Non una contrapposizione, ma un completarsi. Ed è forse proprio questa la lezione più importante: che nella diversità dei loro stili, ciò che resta è il sogno di una Chiesa capace di essere madre, casa, popolo in cammino. Una Chiesa che non teme di ferirsi pur di stare accanto all’umanità. Una Chiesa che non si chiude ma si dona. Una Chiesa che, tra il coraggio di Francesco e la pazienza di Leone, continua a camminare, fragile e forte allo stesso tempo, verso il futuro che lo Spirito le apre davanti.
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