PNRR. È ora di parlare dei piccoli.

Il PNRR evidenzia le diverse velocità del nostro Paese. Da un lato le grandi aree metropolitane, dall’altro i piccoli borghi; da un lato l’affanno della pubblica amministrazione, dall’altro la velocità dei mercati. Ma una soluzione potrebbe esserci: aumentare le occasioni di collaborazione tra pubblico e privato. Ne parliamo con Mino Dinoi, Presidente di AEPI- Associazioni Europee di Professionisti e Imprese.

Roma, 17 maggio 2022 – È un concetto che rimbalza su tutti i tavoli istituzionali da oltre un anno: un’occasione così non c’è mai stata e mai più ci sarà. Parliamo del famigerato Piano Nazionale Ripresa e Resilienza – PNRR, il più ingente strumento finanziario mai realizzato dalla fine della Seconda Guerra Mondiale a beneficio degli Stati membri dell’Unione Europea. Un piano che per la sola Italia vale 204,5 miliardi di euro. Scriverlo in cifre lo rende ancora più imponete: 204.500.000.000.


Fino al 2026, anno in cui termina l’utilizzabilità dei fondi, tutta la programmazione tattica e strategica del nostro Paese ruota attorno alla pianificazione concordata con l’UE (per saperne di più leggi Next Generation EU. Ecco le prime 51 tappe raggiunte dall’Italia). È un piano rapido, ambizioso, che deve necessariamente poggiare su una struttura efficiente in grado da fungere da propulsore e motore dell’economia italiana. E questa struttura è niente meno che la pubblica amministrazione.


Da dove partiamo
Il post pandemia, la crisi ucraina, le sanzioni alla Russia: sono fattori che giorno dopo giorno mettono a dura prova la società italiana. A ben vedere alcuni fenomeni sociali ed economici erano ampiamente già in atto come ad esempio il tema dei piccoli borghi, dei piccoli comuni, delle piccole e medie imprese. I “piccoli” erano già in difficoltà.
“Ci si sarebbe aspettata una visione strategica che li rimettesse al centro” spiega Mino Dinoi, Presidente di AEPI – Associazioni Europee di Professionisti e Imprese.
Invece i piccoli comuni, quelli con una popolazione tra i 5.000 e 15.000 abitanti, sono stati sostanzialmente esclusi dalla programmazione PNRR e per questo AEPI ha rivolto un appello al Governo (leggi PNRR ed enti locali: sbagliato escludere i piccoli comuni dai fondi per lo sport).

Mino Dinoi, Presidente AEPI – Associazioni Europee di Professionisti e Imprese.


Serpeggia la sensazione che questo PNRR possa rivelarsi una occasione mancata. Condivide questa preoccupazione?
Il timore principale è che per tamponare una situazione sfuggita di mano si intervenga con misure a pioggia una tantum senza una visione di insieme. Di fronte al malcontento si risponde con una logica assistenziale, momentanea, come dimostra la previsione del bonus di 200 euro di questi giorni. Questo è preoccupante perché quando si tratta di contributi poi non è sempre chiaro come funzionano e mancano veri controlli. Questo non è funzionale ad un Paese che deve cambiare marcia.


Quale è la “situazione sfuggita di mano” a cui fa riferimento?
E’ mancata una visione strategica a monte. Averne una significa mettere in campo tutti gli strumenti a disposizione, dargli una coralità rispetto ad una azione sistemica e sinergica così che sia più facile compensare eventuali squilibri perché se la coperta va tutta su un lato, e cioè verso le grandi opere infrastrutturali e le grandi aree metropolitane, non va bene.


Sembra emergere un’Italia divisa tra “grandi” e “piccoli”.
Il problema è: in Italia è cruciale il piccolo o bisogna sempre tutelare il grande? Guardiamo alle imprese, è la stessa cosa. Tuteliamo i piccoli o i grandi? Il made in Italy non è più quello dei grandi marchi perché loro ormai producono altrove. Le grandi imprese ce la fanno a prescindere, ma il piccolo (il manifatturiero, l’alimentare, l’agroalimentare)? E come lo tuteliamo? Il piccolo è una priorità o resta un “poi ne parliamo”? Ai grandi diamo investimenti strutturali e ai piccoli una pacca sulla spalla ma così non si risolve il problema, e non lo si risolve al Paese. L’Italia è fatta di piccoli borghi, piccole imprese e queste sono le nostre eccellenze, queste fanno il vero made in Italy. È l’esaltazione e la valorizzazione delle cose piccole che rendono grande il nostro Paese.


Ma il PNRR oramai è chiuso. Come sarebbe possibile recuperare spazi per i piccoli?
Diventa cruciale il partenariato pubblico privato. Perché ci soffermiamo tanto sulla vicenda della funzionalità degli enti locali e dei piccoli comuni? Perché per le piccole imprese, per i liberi professionisti sono i principali interlocutori. Vediamo però che la loro capacità amministrativa è in difficoltà e non funziona come dovrebbe. Tutto questo crea un disservizio; allungare i tempi, non avere le risposte, non avere mai la certezza di quello che avviene significa avere un danno economico e un ritardo di sviluppo e si perdono opportunità. In questi anni le principali difficoltà dei piccoli enti sono collegate allo svuotamento delle piante organiche (pensionamenti, cessazioni e mancanza di ricambio) e ai pesanti vincoli del patto di stabilità. La risposta è il partenariato: realizzare progettazioni con la garanzia del controllo pubblico e l’aggressività, mi passi il termine, del settore privato in una visione imprenditoriale della PA. Insieme possiamo recuperare opportunità anche in seno alla programmazione PNRR.


Ci sono elementi positivi di questa programmazione?
Il PNRR ha una valenza soprattutto culturale. Rappresenta cioè una rivoluzione rispetto al vivere alla giornata, come dicevo, risolvendo le urgenze quotidiane senza mai avere una visione strategica. L’obiettivo del PNRR non è la distribuzione di risorse, che ricordiamoci sono in debito, ma è quello di realizzare investimenti da utilizzare per dare una prospettiva al Paese. Il buon risultato del PNRR è che si trasforma il nostro Paese, si evolve, si migliora. Ma per farlo occorre una grande visione strategica che a nostro avviso adesso manca.


Crisi ucraina, aumento dei costi energetici. Quali sono le vostre riflessioni in merito?
Inutile girarci intorno: occorre affrontare la questione fiscale con un grande senso di responsabilità istituzionale. La crisi ucraina ha un impatto devastante sulla nostra economia. Molte PMI esportavano in Russia e le sanzioni hanno effetti anche per noi, non solo per loro. Tutto questo in coda ad una pandemia di due anni. Poi le utenze hanno iniziato ad aumentare già dall’autunno scorso. Ma se durante la pandemia avevamo ottenuto il blocco dei pagamenti delle utenze e delle cartelle e la loro rateizzazione adesso queste due misure potrebbero non essere sufficienti perché di fronte a bollette così elevate…ma cosa rateizziamo? Inoltre in questi due anni chi ha accumulato cartelle fiscali non lo ha fatto perché è un evasore ma perché non ha fatturato a sufficienza e non ce l’ha fatta.

La ricerca di mercati alternativi potrebbe offrire un sollievo?
Sul lato dell’export non nell’immediato. La Russia è comunque un mercato che si riaprirà … ma quando? La guerra non si risolve in pochi giorni, parliamo di mesi e forse anni. Quanto all’energia bisogna iniziare ad abbracciare una visione che ci renda autonomi e certi tabù vanno risolti. Devono essere superati. Tante tecnologie si sono evolute, i rischi che correvamo 30 anni fa non sono più reali con le tecnologie odierne.

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